testo «Cosa fai con quel vetro?»
«Aspetta e guarda! Mi faccio un taglio sul palmo della mano. Ora devi farlo anche tu!»
«Ma perché?»
«Tu fallo e basta!!»
«Va bene… Ecco l'ho fatto!»
«Bene! Ora stringiamoci la mano. Questo è un patto di sangue. Adesso siamo amici e fratelli per la vita!»
Vi è mai capitato di sentire, o vedere in qualche film una scena del genere? Vi siete mai chiesti cosa possa legare le persone per tutta una vita? E non parlo dell'amore. Parlo di qualcosa di più fine, delicato, raro. Una cosa che purtroppo crescendo va sempre via via scemando.
Parlo dell'amicizia.
La scenetta riportata qui sopra mi è successa davvero in prima persona e no, non è una cosa da film o da bambini. È qualcosa di molto più grande che spesso scava nei miei ricordi e mi fa pensare a che fine ha fatto quel mio amico di sangue.
Sono anni che non lo vedo ma, so di per certo che se dovessimo rincontrarci, il me bambino incontrerebbe il lui più piccolo. Infondo siamo fratelli di sangue!
Abbiamo passato tutta la gioventù assieme sino alle superiori dove le strade si son divise. Facevamo tutto insieme dallo scambiarci i vestiti a scambiarci le ragazze. Facevamo la doccia assieme per far prima, io mangiavo a casa sua, lui dormiva a casa mia. Come una bella coppia di sposini, eravamo molto invidiati dagli altri. Non c'era modo di mettersi in mezzo tra noi anche perché poi ci parlavamo di tutto! Diciamo che i pettegolezzi sono anche cose da maschi ahah!
Potrei davvero scrivere un libro su tutte le avventure fatte e vissute insieme. Potrei raccontarvi di quella volta che sono caduto nel tombino e lui invece di aiutarmi stava morendo dal ridere. Oppure potrei raccontarvi quando un lunedì credendo che sua madre fosse al lavoro ci siamo fumati gli alberi in casa sua. Dico credeva perché poi lei tornò e ci trovò fattissimi. Abbiamo rischiato di prendercele col mattarello!!
Si potrebbe aggiungere quella volta che lui, steso a terra ridendo come un matto, si sia fatto pisciare addosso dal sottoscritto…eravamo ubriachi, non ricordo neanche per cosa stessimo ridendo!
Eravamo l'uno l'ombra dell'altro.
Il pezzo parte proprio da qui.
Cosa rendeva quel rapporto speciale? Perché ancora oggi, se ci trovassimo, scoppierebbe un abbraccio e forse qualche lacrima?
Cerchiamo di dare una risposta concreta a queste domande. Gli psicologi sociali parlano di ‘legami forti’, un concetto introdotto da Mark Granovetter negli anni ’70: sono quei rapporti che non hanno bisogno di presenza costante per restare vivi. Non si consumano, sedimentano. E quando li ritrovi, non ripartono da zero, ripartono da dove li avevi lasciati.
Quindi la mia amicizia, la nostra amicizia è un sedimento, uno strato della nostra stessa pelle che anche senza vedersi continuiamo ad inspessire.
Le neuroscienze mostrano che le amicizie dell’infanzia attivano circuiti cerebrali diversi da quelli delle relazioni adulte. L’amigdala e l’ippocampo, ancora in sviluppo, registrano quei volti come ‘sicurezza primaria’. Per questo, anche dopo anni, basta rivedere quella persona per sentire il corpo rilassarsi come se avesse ritrovato casa.
Secondo gli studi di Daniel Siegel, uno dei massimi esperti di neurobiologia interpersonale, le relazioni dell’infanzia non si limitano a riempire la memoria, ma modellano la struttura stessa del cervello sociale. È per questo che certi amici non li perdi, li hai scolpiti nei circuiti che usi per fidarti del mondo.
Ora, io è da qualche anno che non lo vedo quindi di sicuro all'inizio ci sarà un po' di imbarazzo come, ad esempio, quando esci con una ragazza che ti piace. Si crea quella tensione gradevole che fa venire i brividi alla schiena ma alla fine siamo maschi, due rutti e abbiamo rotto il ghiaccio!
A quanto pare per Erik Erikson, durante l’adolescenza l’identità non è ancora un confine, è una stanza condivisa. Per questo le amicizie di quel periodo diventano simili a gemellaggi emotivi, dove l’altro non è solo un amico, ma una versione alternativa di te stesso.
Questo spiega perché eravamo l'uno l'ombra dell'altro ma andiamo un po' più a fondo sulla questione. Gli antropologi evoluzionisti sostengono che l’amicizia nasce come strategia di sopravvivenza, un alleato fidato vale più di cento conoscenti.
Robin Dunbar, studiando tribù e società moderne, ha dimostrato che il nostro cervello può mantenere solo cinque legami profondi. E quelli dell’infanzia, se non li tradisci, restano quasi sempre in quel cerchio.
Capito bene? 5 legami profondi. Un po' come le vite dei ginger cats!
Se consideriamo questo come uno di quei 5 legami me ne restano 4 ancora da spendere, anche se dobbiamo considerare che da adulti l'amicizia è leggermente più difficile da trovare. O almeno in questa maniera e intensità.
Le amicizie da bambini non si scelgono, ti accadono. Sono imprinting emotivi, non contratti sociali. Quelle da adulti invece sono patti taciti, pieni di condizioni, tempi, disponibilità, energie. E un patto non sarà mai forte quanto un’impronta.
Da piccoli l’amicizia è fusione, due identità che crescono intrecciate. Da adulti è incastro, due vite già piene che cercano un punto in cui combaciare senza rompersi.
L’amicizia da adulti non è meno vera, è solo più stanca. Deve farsi spazio tra mille cose. Quella da bambini invece viveva in un tempo senza scadenze, senza orologi, senza doveri. E ciò che nasce nel tempo libero resta libero per sempre.
Molto probabilmente per questo non ci siamo mai assillati in questi anni per vederci e uscire. La nostra amicizia è libera!
Qui mi viene da citare la PHILIA. L'amicizia nel mondo greco, l'amicizia profonda. Sottile è la differenza dall'amore. Nella philia non c'è eros, è un amore profondo ma che non chiede nulla in cambio.
Gli storici come David Konstan ricordano che per i Greci la philia era il cemento della polis, non un sentimento privato, ma una forza politica. Una città senza philia era destinata a crollare, perché mancava la fiducia che tiene insieme gli esseri umani.
Nell’Etica Nicomachea Aristotele distingue tre tipi di amicizia, ma solo una, quella fondata sulla virtù, merita il nome di philia, un rapporto che non vive di utilità o piacere, ma di crescita reciproca. È il tipo di legame che non si consuma, si affina.
Ora, dire che il nostro legame con il tempo si sia affinato è un parolone. Sempre citando Aristotele, la nostra è stata davvero una co-appartenenza e una co-evoluzione. Senza rendercene conto ci siamo visti crescere e superare lutti, traumi, banalmente una brutta giornata.
Per i Greci la philia non poteva essere a senso unico. O era reciproca, o non era. Aristotele lo dice senza mezzi termini, l’amicizia è un riconoscimento, non un dono. Non basta voler bene, bisogna essere voluti bene. È questo che la rende così rara.
Purtroppo, la vita, come il mare che un po' alla volta ti porta distante dalla riva, ci ha divisi. Senza mai dirci addio, che sia chiaro!
Questo mi porta a pensare all'amicizia nei giorni nostri, quella moderna.
La psicologia moderna conferma ciò che i Greci avevano già capito: l’amicizia profonda non è un’emozione, è una forma di identità condivisa. Non è qualcosa che provi, è qualcosa che sei. E quando due persone sono state philia, anche da adulti restano una parte l’una dell’altra.
Viviamo però, in una cultura che ci abitua a sostituire tutto: oggetti, lavori, partner, città. E senza accorgercene abbiamo iniziato a sostituire anche le persone. L’amicizia moderna è spesso un algoritmo: finché funziona resta, quando si inceppa si cambia. La società contemporanea ci ripete che dobbiamo bastare a noi stessi. Bello sulla carta, devastante nella pratica. L’amicizia non è autosufficienza, è interdipendenza. E oggi questa parola fa paura.
Forse è per questo che certe amicizie non muoiono, perché non appartengono al tempo, ma alla pelle. Non sono frutto di convenienze, ma nascono dalla pancia. Non sono sporcate dal mondo finto degli adulti, hanno invece quella sincerità e purezza spiazzante che hanno solo i piccoli. E anche se la vita ci ha portati lontano, io so che quel patto di sangue non era un gioco da bambini. Era la versione primitiva della philia, due bambini, due anime che si sono riconosciute prima ancora di capire chi sarebbero diventate.
E certe cose, quando ti entrano sottopelle, non le togli più.
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