Vi è mai capitato di essere in un parco, d'estate, i bambini corrono, c'è rumore di vita. Improvvisamente vedete una mamma alle prese con i capricci di suo figlio. La scena è ironica quanto tenera. La madre lo calma subito e la passeggiata continua.
Alle vostre spalle sentite una donna urlare il nome di suo figlio più e più volte vi voltate, e sorridendo vi girate, verso un'altra madre che è nera dalla rabbia!
Cos'è questa cosa che si sente nell'aria? È qualcosa che riconosciamo tutti, anche senza averlo mai studiato: un filo invisibile che lega due esseri umani prima ancora che imparino a parlarsi. Come mai tutto questo sembra così normale e straordinario allo stesso tempo?
Cosa lega le madri ai figli in maniera così forte? Cosa costringe una persona a dare la vita in cambio di quella di un altro?
Perché sembra così logica la risposta?
Vediamo!
Il rapporto madre figlio sembra una cosa scontata, no? Una resta incinta, per 9 mesi porta il bimbo in grembo ed è normale che ci sia un legame, giusto?
La realtà è un pochino diversa. Le ricerche più recenti infatti hanno dimostrato che questo rapporto comincia nella pancia e prosegue dopo la nascita, ma viene influenzato da molti fattori quali: genetica, ormoni, contesto sociale, cultura ed esperienza diversificata.
Io ricordo mia madre corrermi dietro con la scopa, per fortuna ero veloce! Sarà stato un caso di ormoni ahah!
Ricordo ancora molto bene la scopa che sbatteva per terra come segno che la guerra tra madre e figlio turbolento stava per iniziare!
Tornando a noi, il cervello umano è programmato per legarsi alla madre è un retaggio del rapporto madre-cucciolo degli antichi mammiferi che si è mantenuto nella nostra specie, favorendo i più deboli.
L’essere umano nasce in un modo unico nel regno animale: troppo presto.
Gli antropologi lo chiamano obstetrical dilemma, il dilemma ostetrico, formulato da Sherwood Washburn negli anni ’60.
Il nostro cervello è cresciuto così tanto durante l’evoluzione che, se la gravidanza durasse quanto “dovrebbe”, la testa del neonato sarebbe troppo grande per attraversare il bacino materno, ristretto dalla postura eretta.
Per questo, come spiega l’antropologa Wenda Trevathan, la gravidanza umana dovrebbe durare circa 21 mesi, non nove.
Quasi due anni! Vi rendete conto donne?
Gli scienziati definiscono l’essere umano una specie artificiale: significa che nasce molto prima di essere pronto a sopravvivere da solo, incompleto, dipendente.
Un neonato umano è, di fatto, un feto fuori dal corpo.
E questa condizione crea un legame madre figlio più intenso e più lungo di quello della maggior parte delle altre specie.
I primi tre mesi dopo la nascita sono ciò che Karen Rosenberg e la stessa Trevathan chiamano the fourth trimester, il quarto trimestre: un’estensione biologica della gravidanza.
Il bambino continua a svilupparsi come se fosse ancora dentro, ma fuori.
Ha bisogno di calore, contatto, nutrimento frequente, regolazione emotiva.
E tutto questo attiva nel cervello materno un’ondata di ossitocina, dopamina e vasopressina: gli ormoni che cementano il bonding, che spengono la paura e accendono la cura.
È per questo che una madre riconosce il pianto del proprio bambino tra mille, o che il semplice contatto pelle‑pelle calma entrambi in pochi secondi.
La psicologia dello sviluppo, da John Bowlby a Mary Ainsworth, ha mostrato che l’attaccamento non è un sentimento, ma un sistema biologico di sopravvivenza.
Il bambino si lega alla madre per restare vivo; la madre si lega al bambino per proteggerlo.
Harry Harlow, negli anni ’50, lo dimostrò con i suoi esperimenti sulle scimmie rhesus: i cuccioli preferivano una madre morbida e calda, anche se non dava cibo, a una madre di metallo che forniva nutrimento.
Il bisogno di contatto supera il bisogno di latte.
Il bisogno di amore supera il bisogno di sopravvivere.
Le neuroscienze moderne confermano ciò che Bowlby aveva intuito:
il cervello umano si costruisce dentro una relazione.
Gli studi psicobiologici (Lahousen, Unterrainer, Kapfhammer, 2019) mostrano che l’attaccamento modella la regolazione emotiva, l’empatia, la capacità di mentalizzare.
È la matrice di tutti gli altri legami: amicizia, amore romantico, cooperazione sociale. In più se aggiungiamo che il cervello del bambino non è ancora sviluppato del tutto ma si arricchisce durante il tempo, le esperienze, gli insegnamenti e gli errori, spieghiamo anche perché la nostra specie è così intelligente.
E in natura?
Il legame madre figlio è il più antico e il più forte tra i mammiferi.
Negli elefanti, nei delfini, nei primati, la madre è guida, nutrimento, scuola, rifugio.
Ma nell’essere umano questo legame è ancora più profondo, perché nessun altro cucciolo nasce così incompleto, così fragile, così bisognoso di un altro essere vivente per completare la propria gestazione fuori dal grembo.
È questo che rende il rapporto madre figlio normale e straordinario allo stesso tempo:
un intreccio di biologia, evoluzione, ormoni, cultura e sopravvivenza.
Un patto antico quanto la vita stessa.
Per fare qualche esempio prendiamo gli animali citati sopra. Una madre di elefante è legata al figlio per circa 12-15 anni e, insieme alle altre femmine, formano un gruppo che accudisce i piccoli. Nei delfini il rapporto materno dura dai 3 ai 6 anni e anche qui le madri si uniscono per gestire i piccoli e insegnano loro tecniche di caccia. I primati sono un po' più complessi, infatti cominciamo a notare le prime carezze e vocalizzi per calmare il cucciolo, ma il rapporto dura comunque poco se pensiamo che va dai 4 agli 8 anni.
Nell'uomo questo è impensabile. Il cucciolo è dipendente fisicamente dalla madre per circa i primi 12 anni mentre, la dipendenza emotiva e culturale, dura tutta una vita!
Nell'animale la madre trasmette comportamenti mentre nell'essere umano la madre trasmette identità.
Io, se devo prendere come esempio la mia, di madre, devo dire che mi ha insegnato molto. Forse non troppo dal punto di vista identitario, c'ho pensato da solo, ma dal punto di vista dei valori, dell'importanza o meno delle cose sia materiali che astratte. Non è mai stata una madre affettuosa era più, come si dice nell'esperimento sopracitato, una madre di latta che mi dava da mangiare ma con due palle come quelle di un toro infatti, segno zodiacale? Toro!
Mia madre mi ha cresciuto in un contesto non proprio roseo e mi ha insegnato come vivere dandomi una piccola indicazione su chi essere. Ora io sono un po' il brutto anatroccolo della famiglia e non ho seguito gli esempi e i percorsi canonici questo a dimostrazione di quanto il nostro rapporto interpersonale sia complesso e, come a differenza degli animali, la parte astratta e psicologica giochi un ruolo fondamentale nel nostro sviluppo.
Abbiamo parlato di natura e di esperimenti, ma oggi: a che punto siamo?
Oggi quel legame non è scomparso, ha solo cambiato forma: passa attraverso messaggi vocali, abbracci brevi, consigli non richiesti, silenzi che dicono più delle parole. Ma resta lì, ostinato, antico, indistruttibile.
Ma se il legame madre‑figlio è così antico, così forte, così biologicamente programmato… perché allora così tante madri, dopo il parto, crollano?
Perché piangono senza motivo, perché si sentono inadeguate, perché hanno paura di non farcela, perché a volte arrivano a gesti che nessuno vuole nemmeno nominare?
La risposta è semplice e terribile allo stesso tempo: la biologia non basta più.
Il corpo della madre, dopo il parto, è un campo di battaglia. Gli ormoni che prima accendevano la cura ora oscillano come una barca in tempesta. Il sonno scompare, il dolore resta, il bambino piange, il mondo pretende.
E la nostra società, che dovrebbe essere un branco, un cerchio, una rete, spesso lascia le madri sole.
Gli scienziati dividono i post parto in 3 categorie: Baby Blues che colpisce quasi tutte dopo il parto. In questa categoria emergono: ansia, irritabilità, pianti improvvisi. La seconda è quella della "depressione post parto" che causa difficoltà a legare con il bambino creando tristezza profonda, senso di inadeguatezza o sensi di colpa. La terza categoria, quella più rara è la "psicosi post parto". Qui la madre crolla letteralmente sotto il peso di aspettative, ormoni impazziti, solitudine e traumi.
Anche negli animali succede, una madre elefante che ha perso la matriarca può avere difficoltà con il suo cucciolo, una madre delfino inesperta può non aiutare come si deve il proprio cucciolo a respirare, i cani possono avere stress dopo il parto e fatica nel produrre latte.
Nei primati, come sempre, le conseguenze sono più complesse perché possiamo osservare: abbandono del cucciolo, disinteresse, difficoltà a nutrire e proteggere. Gli studi su macachi e scimpanzé mostrano che madri cresciute senza cure adeguate diventano a loro volta madri disfunzionali.
Detto questo, nessuno di questi comportamenti è lontanamente paragonabile a ciò che accade nel corpo e nella vita di una donna.
A differenza nostra gli animali hanno una mente meno complessa, meno simbolica, meno narrativa. Non hanno il linguaggio per costruire pensieri autodenigratori o catastrofici.
E soprattutto non sono mai sole anzi, il branco, il gruppo, le altre femmine aiutano la madre.
Negli umani questo non succede e il perché aprirebbe un mondo parallelo sulla maternità!
In natura, le madri non devono fare i conti con l'assenza al lavoro che causa mobbing o licenziamento.
In natura, le madri non sono oppresse da una società che le vuole madri sì, ma libere e indipendenti allo stesso tempo.
Una società che non mette a disposizione delle madri supporto psichico o economico, una società produttiva che leva tempo all'accudimento della prole, una società che ha dato il peso dell'insegnamento alla scuola mentre le madri devono sgobbare per comprare i libri e il materiale.
Non andiamo a toccare il ruolo dei padri perché, anche qui, uscirebbe la qualunque.
Una figura che per milioni di anni, nella nostra specie, non è stata centrale come la madre sul piano biologico, ma che oggi ha assunto un ruolo psicologico e sociale fondamentale.
Negli animali il padre spesso scompare dopo l’accoppiamento. Nei primati può essere presente, ma raramente è coinvolto nella cura diretta del cucciolo. Nell’essere umano moderno, invece, il padre è diventato, o dovrebbe diventare, una seconda colonna emotiva, un regolatore, un contenitore, un alleato.
Il padre non allatta, non partorisce, non vive il crollo ormonale. Ma può fare qualcosa che la biologia non ha previsto: proteggere la madre mentre lei protegge il bambino.
Il padre può aiutare nei momenti più difficili, sostenere la madre durante le notti insonni, alleggerire il carico emotivo e diventare un punto fermo quando la madre vacilla.
E questo non è un dettaglio. Gli studi di psicologia dello sviluppo mostrano che la presenza di un padre coinvolto riduce: rischio di depressione post parto, senso di solitudine della madre, stress familiare, comportamenti sbagliati del bambino. Il padre moderno non è più un “aiutante”. È parte del sistema di attaccamento. È un ponte tra la madre e il mondo esterno, un equilibrio, un secondo sguardo, una seconda voce che dice: “Non sei sola.”
E quando questo ruolo manca, per assenza, immaturità, cultura, lavoro, egoismo o semplice impreparazione, la madre si ritrova a fare il lavoro di due persone, in una società che già la lascia sola. Ed è lì che il sistema si spezza.
Se vogliamo padri davvero presenti, non basta chiedere agli uomini di “impegnarsi di più”: serve una società che li metta nelle condizioni di esserlo. Le ricerche internazionali mostrano che il primo passo è un congedo di paternità lungo, obbligatorio e ben retribuito, perché quando un padre resta a casa nelle prime settimane, il legame con il figlio si forma subito e la madre non resta sola nel momento più fragile. A questo si aggiunge la necessità di orari di lavoro flessibili e di una cultura aziendale che non punisca chi sceglie di essere presente in famiglia.
Servono poi servizi per l’infanzia accessibili, che alleggeriscano il carico mentale e permettano una divisione più equa della cura. Anche l’educazione alla genitorialità nei consultori e nelle scuole può fare la differenza: molti padri non sono assenti per mancanza di volontà, ma per mancanza di strumenti. Infine, è fondamentale creare spazi sociali che includano i padri, perché la paternità non è un ruolo accessorio: è una parte essenziale del sistema di attaccamento del bambino e un sostegno decisivo per la salute mentale della madre.
Io personalmente voglio essere padre, è una cosa che sento ormai da qualche anno. Mi piacerebbe essere parte integrante della crescita della mia famiglia e di mio figlio.
Oggi, purtroppo, viviamo in una società che limita la famiglia e agevola la carriera. Sempre più adulti rinunciano alla famiglia per puntare su altro, soldi, fama, carriera appunto.
In un mondo che corre, che consuma, che pretende, forse l’unica rivoluzione possibile è tornare a ciò che ci ha resi umani: prenderci cura gli uni degli altri.
Il posto migliore per curarsi rimane sempre la famiglia!
© Punto e Virgola
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