Sono solo in camera mia. Di là ci sono mia sorella e mia madre che come sempre fanno le comari e spettegolano di questo e quell’altro. Non c’è più molto dialogo da quando è venuto a mancare il nonno. Casa ora mi sembra pesante. Non mi sento più a casa mia in casa mia. Mia, per così dire, dato che paghiamo l'affitto. Questo spazio mi sembra sempre restringersi ogni giorno di più come una serpe che si avvinghia a te e poco alla volta ti impedisce di respirare. A questo aggiungiamo le classiche liti con mia madre: sta diventando vecchia, lo so, ma non può nemmeno comportarsi così cocciutamente ogni volta. Qualsiasi mia novità la spaventa, rivede suo marito guardandomi negli occhi. Questo la terrorizza perché parte già dal presupposto che io sia destinato agli stessi errori. Io di errori ne ho fatti molti, certo, ma non ho fatto due famiglie senza riuscire a mantenerne neanche una, non ho lasciato moglie e figli per avventurarmi in paesi esotici, sono solo un ragazzo che vuole fare una vita diversa da quella che ci hanno programmato, ma qui dentro, tra queste mura, non si può fare il salto di categoria con tutte queste zavorre ai piedi. Quando dormo le sento le catene, sento il loro tintinnio e quel rumore sta diventando davvero insopportabile. Come uscire da questa situazione? Cercherò di rispondervi come faccio sempre.
Secondo il CISF Family Report 2024, che ha analizzato 1.600 famiglie italiane, la casa non è solo un luogo: è un dispositivo psicologico. Quando gli spazi non facilitano le relazioni, diventano camere di isolamento, luoghi dove la solitudine non è fuori ma dentro le pareti e, quando ti trovi in una situazione così, scappare sembra l’unica via percorribile per salvare se stessi. Poi ovviamente dipende anche da dove abitiamo e cresciamo. Io, nato in campagna, odio l’affollamento della città: tutto quel cemento, lo smog e il chiasso delle auto. Invivibile per me!
In Italia, però, il 57% delle famiglie vive in appartamenti, spesso in condomini sovraffollati: il 23,8% in palazzi con più di dieci unità. Non sono case: sono alveari. E quando vivi in un alveare, ogni stanza diventa più stretta, ogni rumore più vicino, ogni respiro più pesante. È il mio caso attuale, appartamento da 75 mq, muri spessi come fogli di carta e gente che non rispetta gli orari di silenzio. Un continuo battibeccare per i posti auto, chi deve tagliare l’erba, chi deve pulire le scale, insomma, un inferno.
Parliamo allora dell’indipendenza che uno magari vuole prendersi allontanandosi dai suoi familiari per navigare verso altri lidi. Bella l’idea, vero? Peccato che non sia poi così tanto semplice andarsene. Gli psicologi parlano di famiglia lunga del giovane adulto: restiamo in casa più a lungo, non per scelta ma per necessità. È una moratoria estesa, un limbo. E nel limbo non si cresce: si galleggia. Si sopravvive. Si sente il tintinnio delle catene anche quando si dorme, sempre se si riesce a dormire.
Poi, io vedo un’altra cosa in casa mia, ovvero la paura della mia indipendenza. Ogni volta che esce l’argomento vengo attaccato o peggio, schernito per le mie idee di libertà. Questo alla lunga diventa pesante e opprimente. Sempre i nostri amici del CISF Family Report 2025 lo dicono chiaramente: la salute psicologica dipende dalle relazioni interne alla famiglia. E quando quelle relazioni si incrinano, la casa non è più un rifugio: è un campo minato. Questo fa di te una specie di clandestino nella tua stessa casa perché, appena apri bocca sono stronzate, appena ti muovi fai danni perché oh mio dio era bagnato per terra e ho lasciato due impronte dei piedi!
Come vi dicevo, da quando è venuto a mancare l’ultimo genitore di mia madre, lei si è come trasformata, una versione di lei che non conoscevo. Scorbutica, offensiva, scattosa nei modi e nelle parole. Cammina con i paraocchi e non vede più in là del suo naso. Eurofound lo conferma: i conflitti familiari ricorrenti sono uno dei principali fattori di stress cronico nei giovani adulti che vivono ancora con i genitori. Non è una questione di carattere, è una questione di convivenza forzata. Quando ogni discussione diventa una guerra fredda, la casa smette di essere casa e diventa una prigione. Gli psicologi parlano di stress da prossimità: quando vivi troppo vicino a persone con cui il rapporto è fragile, ogni gesto diventa un detonatore. Non è cattiveria, è biologia: il cervello interpreta la vicinanza come minaccia. E allora basta un piatto fuori posto per far scoppiare una guerra.
Non voglio neanche darle tutte queste colpe; so benissimo di non essere un figlio modello. In più, in Italia il 32,1% dei nuclei è composto da una sola persona. Le case si svuotano, e quando una figura centrale viene a mancare, l’aria cambia. Il lutto non è solo un fatto emotivo: è architettonico. Ridefinisce gli spazi, li rende più pesanti.
In casa mia ne sono venute a mancare di persone importanti. Non farò l’elenco, mi sembrerebbe di essere al purgatorio a fare l’appello dei presenti. Una cosa però l’ho capita anche senza ricerche o studio, il sangue non è per forza famiglia e la famiglia non è per forza il sangue. Gli studi dicono che la casa è il luogo del passaggio simbolico tra generazioni. Ma quando il passaggio non avviene, quando resti nella casa dei tuoi genitori, loro continuano a guardarti con gli occhi del passato. Il passato però non sono io, non siamo noi, sono loro e noi non possiamo pagare gli errori del loro passato o del passato della famiglia. Non è nostro compito. Harvard lo dice chiaramente: vivere in un ambiente ostile cambia la memoria emotiva. Non ricordi più le cose come sono, ma ricordi il dolore che causano. E quando la casa diventa un luogo di tensione, anche i ricordi si deformano. Non è solo il presente che pesa: è il passato che torna storto.
Io non voglio essere vittima del passato storto della mia famiglia, voglio rompere la catena. La mia terapeuta una volta mi disse che ogni tot generazioni nelle famiglie nasce un figlio o una figlia, destinato a rompere gli schemi tossici della famiglia. Frase un po’ buddista, lo so, però è curioso sentire dentro di sé questa frase risuonare all’infinito quasi come fosse un mantra. Io sto rompendo tutti gli schemi di famiglia, o almeno ci sto provando, e quel che vedo forse è positivo. È positivo che mia madre sia contraria, il cambiamento fa paura. È positivo che mia sorella sia infastidita, lei ha fatto la classica vita lineare; quindi, vedere me che non faccio la stessa cosa la manda in tilt.
Come ho detto all’inizio, non mi sento più a casa in casa mia e questo influisce anche sul mio riposo. Ho sempre avuto problemi di insonnia e ora forse so il perché. Infatti, la Sleep Foundation dice che i conflitti familiari aumentano l’insonnia del 35%. E le case rumorose aumentano i risvegli notturni del 42%. Non è che non dormo: è che il mio corpo non si fida di questo posto. Dormire qui è come dormire con un occhio aperto. Talvolta tutti e due.
E ora, arriviamo al tema centrale, la mia identità. Oxford lo dice senza mezzi termini: gli ambienti familiari rigidi bloccano la crescita identitaria. Non puoi diventare adulto se vivi in un posto che ti tratta come un bambino. La casa dovrebbe essere un trampolino, non una gabbia. Di solito i parenti sono i tuoi primi fan, no? Invece non è così, anzi, spesso e volentieri sono proprio loro a rallentarti, a volerti tenere coi piedi per terra per forza, come se non si fossero accorti che puoi volare benissimo da solo. Io questa cosa la vivo tutti i santi giorni. Creare, fare arte in qualsiasi forma vogliate richiede tempo per aver riconoscimento e ancor di più se uno ci vuole vivere della sua arte. Qui potrei andarci giù pesante sulla famiglia, ma poi non mi pubblicano, quindi evitiamo, ahahah!!
Stanford dice che la separazione psicologica dai genitori è necessaria per diventare adulti. Ma come fai a separarti psicologicamente se vivi nella stanza accanto? È come cercare di diventare un’altra persona mentre ti guardano crescere con il metro in mano. Yale, invece, parla di specchi deformanti: quando i genitori proiettano sui figli le loro paure, tu non vedi più chi sei, ma chi temono che tu possa diventare. Io in casa credo di essere temuto più dei ladri. Vedo nei loro occhi il disinteresse, la noia che danno i miei discorsi, la faccia che fanno quando dimostro coi fatti di saperne più di loro.
Qui mi viene in mente una frase che forse suonerà egocentrica, però, quando sei il più intelligente in una stanza, sei nella stanza sbagliata.
Io mi sento così, nella stanza sbagliata.
L'University of Minnesota dice che le famiglie fissano i figli in ruoli rigidi: il bravo, il fragile, il ribelle. E quando un ruolo ti viene cucito addosso da bambino, da adulto diventa una camicia di forza. Io in casa non sono Enrico: sono il figlio che “fa paura”, quello che potrebbe sbagliare come suo padre. Ma non è la mia identità, non è il ruolo che ho scelto io. Marsha Linehan parla di ambienti invalidanti: luoghi dove ogni emozione viene minimizzata, ridicolizzata o ignorata. Se vivi in un ambiente così, non impari a sentire: impari a nascondere. E un’identità nascosta: è un’identità che non cresce. Questo non è il mio caso o, quantomeno, non è così grave. Io so chi sono e cosa voglio, però sì, mi trovo d’accordo con le parole di Linehan: più di così, qui dentro, non posso crescere. Questo mi appesantisce la giornata, la rende infinita e infinitamente noiosa. Per fortuna ho un cane!
Alla fine, ho capito una cosa che nessuno ha il coraggio di dire: non è la casa che mi sta stretta, sono io che sono diventato troppo grande per questa gabbia. E quando cresci più del luogo che ti contiene, il luogo ti punisce. Ti schiaccia, ti ridicolizza, ti vuole piccolo.
Ma io piccolo non ci torno.
Se qui dentro faccio paura, allora va bene così: significa che sto cambiando, che sto rompendo qualcosa che andava rotto da anni. E se la mia identità dà fastidio, se la mia libertà disturba, se il mio modo di pensare manda in tilt chi è rimasto fermo, allora non sono io il problema.
Il problema è che questa casa non regge più il peso di chi sto diventando.
E un giorno, quando me ne andrò, non sentirò nostalgia. Sentirò solo sollievo. Perché certe stanze non si lasciano: si sopravvivono. E io ho smesso di sopravvivere. Sto iniziando a vivere.
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