Nell’episodio introduttivo della rubrica, uscito qualche mese fa , ci siamo immersi nell’analisi di una delle figure più interessanti e discusse della Divina Commedia: Chirone. Stiamo, dunque, affrontando la figura del centauro nella tradizione storica e mitica, delineando un quadro d’insieme, per poter procedere, senza troppe lacune, nell’analisi della figura di Chirone nel XII canto dell’inferno. Figura che, almeno a nostro giudizio, è stata intesa dal poeta come figura politica.
Il XII canto dell’Inferno, come già sottolineato, costituisce uno snodo strutturale e tematico di primaria importanza nell’architettura morale e narrativa della prima cantica, segnando l’ingresso nel cerchio dei violenti e inaugurando una nuova modalità di rappresentazione della colpa, fondata sulla stretta correlazione tra colpa etica, simbolo mitologico e funzione giudicante. In questo contesto, appunto, si colloca la figura di Chirone, tradizionalmente nota come centauro sapiente e maestro di eroi, che Dante rielabora profondamente, sottraendola alla sola dimensione mitica, per investirla, più o meno a seconda delle varie esegesi, di una precisa funzione dottrinale e politica. Ad ogni modo, lungi dall’essere un semplice guardiano infernale o un elemento decorativo di matrice classica, Chirone appare come una presenza regolatrice, investita di un’autorità che non si limita alla custodia dei dannati, ma si estende alla gestione dell’ordine e all’amministrazione della giustizia all’interno del cerchio.
Proprio alla luce di queste parole, una sorta di incipit che ci accompagna in ogni articolo, sottolineo, per chi non avesse seguito la rubrica fin dall’inizio che, negli episodi precedenti, abbiamo discusso principalmente della figura di Chirone nella tradizione epica e mitologica (aspetto cruciale nella dimensione inter testuale della Commedia e, logicamente, nella scelta del Poeta di investire di tanta importanza questa figura mitologica). Nel secon do episodio, invece, siamo scesi nel testo del XII canto, all’Inferno insieme a Dante, per vedere e analizzare da vicino le incredibili dimensioni del Centauro. Dimensioni che, per una data tradizione commentaria, stanno a simboleggiare allegoricamente la grandezza di spirito di Chirone, che assurge inevitabilmente, alla luce di determinate considerazioni, a figura politica.
Nel confronto con Chirone (vv. 88-92), Virgilio mostra un atteggiamento di estrema modestia e deferenza, quasi a voler scusare un’eventuale presunzione nel guidare Dante attraverso l’Inferno e a scagionare se stesso e il poeta da ogni colpa supposta. E ciò viene sottolineato da Fernando Figurelli nella Lectura Dantis Scaligera: Virgilio si fa modesto e quasi si umilia, come a scusarsi di un immaginabile presunzione o d’arbitrio, scagiona sè e Dante di colpe eventualmente supposte, mette avanti, con perifrasi, la stessa Beatrice e la gloria osannante del Paradiso […] tenta di suscitare comprensione e riconoscimento per la difficoltà della sua eccezionale missione, e infine prego umilmente in nome di Dio che uno dei compagni di Chirone sia loro concesso a guida.
Sapegno, riferendosi proprio ai versi 88-92 («Tal si partì da cantare alleluia / che mi commise quest’officio novo: / non è ladron, né io anima fuia. / Ma per quella virtù per cu’ io movo / li passi miei per sì selvaggia strada») pronunciati da Virgilio, riconosce un certa specificità di tale invocazione nel tono scelto: Il richiamo al volere di Dio, contro cui sarebbe vana ogni resistenza, è fatto da Virgilio in un tono meno perentorio, a paragone di quello usato già con Caronte, Minosse e Pluto, ma non perciò meno fermo e consapevole.
Il tono di Virgilio, come sottolinea Sapegno, è discorsivo e familiare, determinato probabilmente dallo sforzo «d’intonarsi alla capacità di un’intelligenza viva e riflessiva, ma elementare e aliena da sottigliezze», qual è quella che traspariva dal comportamento e dalle parole del centauro. La specificità di tale invocazione risiede inoltre nel registro scelto.
E anche nel commento di Bosco-Reggio viene sottolineata la diversità del tono di Virgilio (rispetto a quella riscontrabile in altri canti nei confronti di altri guardiani dell’inferno) nell’invocare il volere di Dio davanti a Chirone. Chiarendo che ciò è dovuto, nella rappresentazione dantesca, di nuovo, alla diversa dignità del centauro in confronto a quella degli altri custodi infernali; e aggiungendo: «la forza della tradizione ha agito fortemente sull’immaginazione del poeta», anche qui definendola, inevitabilmente, come figura politica.
Inoltre, Giancarlo Breschi nella Lectura Dantis Bononiensis evidenzia che il centauro è l’unico mostro infernale a cui, non per velata allusione, ma per esplicito avviso, si dichiara che un’anima beata (ovvero Beatrice: «Tal si partì da cantare alleluia /che mi commise quest’officio novo» vv. 88-89), «seppur non nominabile nei paraggi infernali se non per inevitabile urgenza», si sia mossa dalla sua sede di beatitudine, per garantire la guida dei vivi .
In questo quadro, la relazione tra Virgilio e Chirone diviene non solo pragmaticamente funzionale alla narrazione, ma simbolicamente politica: il poeta mostra deferenza e rispetto verso l’autorità di una figura che, pur mostruosa, incarna saggezza e giustizia, stabilendo un contrasto con i custodi più violenti e arbitrari dell’Inferno.
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