Negli ultimi giorni i social sono stati invasi da una nuova polemica: le creme solari fanno davvero bene o, come sostiene qualcuno, aumentano addirittura il rischio di melanoma o tumori della pelle in generale? Il dibattito è esploso dopo alcuni contenuti pubblicati dalla dottoressa Debora Rasio, che ha citato uno studio osservazionale per sostenere che le persone che usano più frequentemente la crema solare sviluppino più spesso il melanoma. Nel giro di poche ore, il messaggio è diventato virale: "Le creme solari non proteggono dal sole, anzi fanno venire il cancro". Anche il rapper Salmo è intervenuto a riguardo pubblicando un video dicendo:
«Purtroppo io, come tanti, ho messo le creme solari e il risultato è il cancro della pelle. Carcinoma basocellulare.»
Il problema non è raccontare la propria esperienza personale, il problema nasce quando milioni di persone finiscono per credere che un dibattito scientifico possa essere risolto con una storia o un reel su Instagram o che un'esperienza individuale venga trasformata in una dimostrazione scientifica.
Il problema non è lo studio. È come viene letto.
Lo studio citato è uno studio osservazionale. Questo significa che osserva cosa succede in una popolazione, ma non può dimostrare un rapporto di causa-effetto. Facciamo un esempio: negli ospedali muoiono molte più persone che in qualsiasi altro posto. Significa che gli ospedali fanno morire le persone? Ovviamente no, negli ospedali finiscono i pazienti più gravi. Lo stesso ragionamento vale per le creme solari: chi le utilizza con maggiore frequenza è spesso una persona con pelle molto chiara, che si scotta facilmente, magari vive in luoghi con elevata esposizione ai raggi UV, trascorre molte ore all'aperto oppure ha già avuto problemi dermatologici. In altre parole, appartiene già a una categoria con un rischio maggiore di sviluppare un melanoma e, quindi, la correlazione osservata non dimostra quindi che sia la crema a causare il tumore. È uno degli errori più comuni nella divulgazione scientifica: confondere una correlazione con una causalità.
Il nemico non è sole. Sono i raggi UV
Negli ultimi anni siamo passati da un estremo all'altro. Prima il sole era simbolo di salute mare e relax. Oggi, invece, qualcuno lo descrive come un veleno, da cui bisogna nascondersi. Entrambe le visioni sono sbagliate. La luce solare è fondamentale per sincronizzare il ritmo circadiano, influenza il tono dell'umore e contribuisce alla sintesi della vitamina D. Ma i raggi ultravioletti (UVA e UVB), soprattutto quando l'esposizione è intensa e ripetuta, provocano danni al DNA delle cellule della pelle e l'accumulo di questi danni, nel corso degli anni, fa aumentare il rischio di tumori cutanei. Esiste anche un indice UV dell’OMS che misura le radiazioni ultraviolette: un valore maggiore significa che i danni potenziali sono superiori e possono verificarsi più velocemente, quindi in base l’IUV (indice UV) può aiutarti a capire quando proteggerti dal sole e quando evitare di uscire. L’OMS raccomanda di ripararsi all’ombra e di utilizzare crema solare ad ampio spettro (UVA e UVB), applicandola in quantità adeguata e riapplicandola regolarmente durante l'esposizione, cappelli e indumenti protettivi dal livello 3 (moderato) e tendenzialmente i livelli più alti sono nella fascia oraria 10:00-16:00. Proteggersi dal sole non significa evitarlo, ma significa esporsi con buon senso.
Persino Bryan Johnson, l'imprenditore americano noto per il progetto Blueprint e per la sua ossessione nel rallentare l'invecchiamento biologico, considera la protezione dai raggi UV una priorità. Pur cercando di ottimizzare ogni aspetto del proprio organismo, continua a esporsi alla luce naturale per regolare il ritmo circadiano, ma protegge la pelle quando l'esposizione ai raggi ultravioletti diventa significativa. È una distinzione importante: luce solare e raggi UV non sono la stessa cosa.
La vera lezione
La scienza non funziona come Instagram. È un processo più lento, noioso e molto meno spettacolare di un video virale. Non procede per intuizioni, impressioni o testimonianze personali. Procede mettendo continuamente alla prova le proprie idee, cercando di smentirle prima ancora che di confermarle. Questo significa che uno studio, da solo, raramente basta per cambiare ciò che sappiamo. Serve confrontarlo con decine di altri lavori, valutarne i limiti e inserirlo nel quadro complessivo delle evidenze. La medicina non ci chiede di credere ciecamente, ma ci chiede qualcosa di più difficile: imparare a distinguere un'opinione da un'evidenza.
E, nel dubbio, metti la crema solare. Poi ne parliamo.
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