«Non guardo le previsioni del tempo, vado a sentimento».
Così mi capitò di scrivere in un ormai lontano 7 gennaio 2023. Quello che allora era solo l'estratto di una mia "para-poesia" inserita tra diverse altre nel mio libro. Non riesco a definirla poesia considerando il trambusto della pubblicazione del mio libro Solo Un Ire nel marzo 2024. Quell'opera o non opera, è troppo acerba, troppo impulsiva. In quel periodo mi era successo tutto troppo insieme, tutto troppo velocemente, tutto troppo presto. Eppure, in quel preciso momento, mi sentivo contemporaneamente in ritardo, in preda al panico, fuori posto e totalmente scomposta. Ricordo l'impossibilità di respirare, l'incapacità persino di stare seduta su una sedia senza sentire una costante inquietudine in fiamme dal sedere. Dicono che respirare o sedersi siano azioni semplici, gesti involontari del corpo umano. Ma per me, in quel momento, non lo erano affatto. A peggiorare le cose c'era l'incomprensione esterna, il non volere vedere l’evidenza.
Non mi interessava vendere, non cercavo il profitto economico; quelle "mance" da venti euro a copia non erano esattamente ciò che volevo, non sono mai riuscita ad accettarle e finivano solo per abbattere ulteriormente la mia poca stima sotto i piedi. La mia era, in realtà, una profonda necessità di mettermi in gioco per la prima volta attraverso una pubblicazione. Volevo capire dove fossi, e basta. Avevo una fame incondizionata di voler essere ascoltata e capita, anche se chi mi circondava non credeva minimamente in ciò che facevo. Forse, ingenuamente, mi aspettavo che gli altri credessero nel mio progetto non tanto per il valore intrinseco dell'opera, ma semplicemente perché ero io a provarci. Quando finalmente ho accettato la realtà — l'assenza di sintonia, la mancanza di apprezzamento e di un vero sostegno, sostituiti da critiche e disprezzo o silenzio punitivo — ho capito che dovevo allontanarmi e avvicinarmi a chi ha provato ad interessarsi davvero al mio progetto. Ho dovuto farlo anche se il mio cuore diceva il contrario. Di solito non volto mai le spalle ai sentimenti, ma quella è stata forse la prima volta nella mia vita in cui non ho potuto più inseguirli. Ho iniziato a dire la verità su me stessa, a dare voce alle mie urla. La rabbia ha giocato un ruolo fondamentale: dopo anni passati a scrivere quel libro tra mille difficoltà universitarie e lavorative, tutto è esploso all'esterno. Questo atto di liberazione, tuttavia, mi è costato una dura gogna sociale. Non è un caso, d'altronde, se qualche mese fa ho scelto di affrontare il tema della gogna pubblica, seppur in modo imparziale, in un mio precedente articolo (”Guardare il mondo attraverso una ragnatela: tra amore, politica e incertezza”) per Punto e Virgola Indipendente. La realtà è che non ho mai smesso di scrivere, ma dovevo di certo migliorare. Nonostante tutto però mi dicesse di abbandonare il "gioco delle poesie", nonostante il desiderio profondo di scomparire e la sensazione che ogni mia parola fosse percepita dagli altri come uno schiaffo. Ma sono andata avanti, e la cosa più incredibile, eh che la poesia non mi ha mai abbandonata.
Oggi, seppur più fragile e fallibile, sono consapevole di un'unica certezza: per me scrivere è come l'esalazione di un respiro primordiale. Con Solo Un Ire al mio fianco, riesco a sentirmi più profondamente me stessa. Avevo solo bisogno di cambiare prospettiva, di spogliarmi delle aspettative altrui e scoprire cosa di bello potessi fare, anche a costo di rimanere un po' più sola, ma finalmente più autentica. Ed è proprio in questo percorso di rinascita ancora in corso che mi sono fermata a riflettere ad esempio su un messaggio ricevuto di recente, arrivato subito dopo la pubblicazione del mio articolo, "Parma è ancora un'eterna bellezza che va oltre ogni intemperie razzista e violenta".
Un messaggio che mi ha sbalordita e mi ha lusingata parecchio. Soprattutto mi ha restituito un altro pezzo del mio puzzle, che sto ricostituendo in cui potermi rivedere con stupore, anche se disordinata, scompigliata, ma altrettanto più umana:
“Forse è proprio qui il punto, ho ormai tanti panorami che non so più come riordinarli, collocarli”. E sì, proprio qui come ho citato dal mio stesso articolo dedicato a Parma, scrivere per me è ancora un’eterna bellezza e spero ancora di poter avere questo privilegio di fermarmi di tanto in tanto, dinanzi a tutta la bellezza che gli occhi ancora possono offrirci. Credo poi proprio sia la logica di un sentimento nuovo, che quando arriva dentro improvviso non si sa più come stare, e nulla ti sa più soddisfare. Nulla sembra più abbastanza.
E no, non ce l'ho con nessuno, non ci riesco più di tanto, perché credo il disprezzo e la diffamazione altrui nei miei confronti e le parole non dette, provengano soprattutto da qualcosa che probabilmente mancava a loro e non a qualcosa che mancava a me. Ma ora non mi è più di tanto dato sapere se mancava qualcosa a loro o a me stessa.
Ma ecco, sotto sotto, quel che ho ben o mal provato è stato reale e da questo non si torna indietro, ma è anche vero che, dovessi lasciare un consiglio, non si può dare la colpa a se stessi per ciò che si ha provato. Non si può neanche per questo farsi del male più tanto e lasciare agli altri il potere di fare altrettanto. L’importante è ascoltare prima o poi cosa ha da dirci quel sentimento, e se quello non viene riconosciuto, ad un certo punto fa nulla, perché il coraggio di averci provato sta nello spazio che si ha dedicato per gli altri nel proprio cuore.
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