Avevo deciso di imparare a suonare la chitarra.
Non conoscendo nulla né di chitarre né di maestri, feci quello che si fa quando non si possiedono criteri propri: mi affidai alle qualifiche. Mi rivolsi quindi a un insegnante che mi era stato descritto come particolarmente adatto ai principianti e il cui curriculum sembrava non lasciare nulla al caso: era lungo, fitto e impaginato con grande eleganza. Aveva frequentato corsi di perfezionamento, seminari e laboratori intensivi; aveva inoltre seguito numerosi allievi, alcuni dei quali, nel frattempo, avevano cominciato a seguirne altri a loro volta. Mi parve una garanzia.
Alla prima lezione entrai nel suo studio; c’erano diverse chitarre, appese ordinatamente alle pareti, e alcuni allievi già seduti. Le lezioni erano collettive: al momento dell’iscrizione mi avevano spiegato che imparare anche dagli altri era parte integrante del percorso. Temendo per la mia goffaggine, sedetti con cautela accanto a quella che sembrava meno costosa e attesi che me la porgesse.
Il maestro, invece, mi consegnò un questionario.
«Prima di imparare a suonare – disse – bisogna imparare come si impara a suonare».
La frase mi colpì. Non l’avevo capita completamente e, forse, proprio per questo, le attribuii una certa profondità.
Le sei pagine che avevo davanti servivano, mi spiegò, a far emergere i miei bisogni formativi. Le domande erano molte e affrontavano la questione da ogni possibile angolazione; effettivamente, sollevavano temi a cui non avevo mai pensato. Dovevo scrivere che cosa significasse per me la chitarra, quali difficoltà associassi al primo contatto con le corde, che cosa mi aspettassi dall’uso del plettro, quale immagine avessi del chitarrista, che rapporto intrattenessi con il ritmo e in che modo pianificassi di utilizzare, nella vita quotidiana, le competenze che avrei eventualmente acquisito. Seguivano scale di autovalutazione, spazi per le osservazioni personali e alcune domande di cui non ero certo di aver compreso il senso. Una di queste recitava: «Quale risultato musicale ti piacerebbe raggiungere attraverso questo percorso?». Risposi con il titolo di una canzone. Il maestro tracciò un piccolo segno a margine del foglio.
«È una risposta comprensibile – disse benevolo – ma troppo legata al contenuto».
Mi vergognai un poco, ma tornai a casa con l’entusiasmo di chi aveva scoperto un mondo molto più grande di quanto avesse immaginato.
Alla seconda lezione affrontammo l’oggetto chitarra. Il maestro proiettò alcune fotografie e imparammo a distinguere una chitarra classica da una elettrica, una custodia rigida da una morbida e una tracolla decorata da una priva di elementi identitari. Successivamente, ci invitò a riflettere sulla posizione simbolica dello strumento nella cultura occidentale. Ci dividemmo in coppie e discutemmo per una ventina di minuti su che cosa la chitarra rappresentasse nel nostro immaginario; alla fine ciascun gruppo presentò i risultati. Io dissi “libertà, ribellione e falò sulla spiaggia”. Il maestro mi fece notare che avevo riprodotto alcuni stereotipi del chitarrista senza problematizzarli adeguatamente.
Anche quell’osservazione mi parve sensata. Imparare a suonare la chitarra si stava rivelando un pretesto per imparare a farsi le domande giuste sul mondo.
Le lezioni successive furono bellissime.
Studiammo i colori dei plettri, l’evoluzione delle custodie, la funzione sociale dei capelli lunghi e il rapporto tra l’abbigliamento di Jimi Hendrix e la costruzione pubblica dell’identità dell’artista. Seguimmo un seminario sulla postura del chitarrista nelle fotografie promozionali e un laboratorio sulle emozioni suscitate dal rumore dell’amplificatore prima ancora che venga suonata una nota.
Della chitarra parlavamo moltissimo.
Suonarla, invece, sarebbe stato prematuro. Il maestro, infatti, ci ricordava costantemente che l’errore della didattica tradizionale consisteva proprio nella fretta di trasmettere contenuti. Il vecchio insegnante – ci spiegava – mostrava un accordo e pretendeva che l’allievo lo ripetesse. In quel modo lo rendeva passivo, dipendente e incapace di costruire autonomamente il proprio sapere.
«Io non vi darò soluzioni. – disse – Vi offrirò strumenti». Ed effettivamente, guardando nell’angolo quella chitarra accanto a cui mi ero seduto alla prima lezione, ormai anch’io riuscivo a vederla per quello che era: uno strumento.
Poi, inaspettatamente, un pomeriggio il maestro annunciò che avremmo lavorato sul Do maggiore. Fummo tutti molto emozionati. Era la prima volta che veniva pronunciato il nome di un accordo.
Pensavo di essere finalmente pronto e che mi avrebbe mostrato la posizione delle dita. Invece ci divise in due gruppi e distribuì alcuni cartoncini colorati.
«Costruirete collaborativamente il vostro Do maggiore» disse.
Ovviamente, nessuno di noi sapeva da dove cominciare, ma quel primo momento di disorientamento fu definito fertile. Incoraggiati da questo, tentammo alcune ipotesi. Uno dei miei compagni propose di appoggiare tutte le dita sulle corde; un’altra suggerì che il Do maggiore potesse non richiedere affatto la chitarra, ma rappresentare prima di tutto una disposizione interiore. Io, ancora troppo ingenuamente, chiesi se non fosse possibile vedere almeno una volta la posizione corretta.
Il maestro sorrise.
«Corretta secondo chi?»
Non seppi rispondere.
Alla fine dell’attività ogni gruppo presentò il proprio accordo. Il nostro non produsse alcun suono riconoscibile, ma ricevette una valutazione molto positiva per il processo seguito, la capacità di negoziazione e l’uso consapevole dei cartoncini.
Tornato a casa provai a cercare il Do maggiore su Internet. Trovai subito una fotografia con tre puntini numerati disposti su un manico. La fissai perplesso. Mi diceva dove mettere le dita, ma poco altro. Il maestro aveva ragione: una soluzione, da sola, non insegna nulla. La chiusi quasi subito. Mi sembrò di barare.
Con il passare delle settimane imparai molte cose. Sapevo riconoscere una postura poco consapevole, distinguere un approccio esecutivo rigido da uno più personale, parlare di intenzione musicale e persino riflettere sul rapporto tra gesto, ascolto e presenza scenica. A quel punto il maestro iniziò anche a mostrarci come si costruisce un percorso di apprendimento, come si formula un obiettivo, come si valuta una competenza, in che cosa questa si distingua da un’abilità e come si progetta un’attività inclusiva. Nel frattempo, avevo cominciato a padroneggiare un lessico più tecnico.
Non dicevo più che volevo imparare una canzone. Dicevo che intendevo raggiungere un’autonomia esecutiva significativa attraverso un percorso progressivo e personalizzato.
Non dicevo più che non sapevo fare un accordo. Dicevo che mi trovavo in una fase iniziale di costruzione della competenza armonica.
E mi rendevo conto che non era vero che il corso non mi stava insegnando a suonare. Semplicemente, era il processo a richiedere tempi distesi.
Il maestro era soddisfatto dei miei progressi.
Un giorno, però, gli chiesi quale musica amasse suonare. Fu la prima volta che lo vidi infastidito.
«La domanda – disse – presuppone una concezione molto tradizionale dell’insegnante».
Pensai di essermi espresso male e provai a riformularla.
«Volevo dire: c’è un brano che le piace eseguire?»
Il maestro si appoggiò allo schienale.
«Io non sono un esecutore».
Attesi che aggiungesse qualcosa. Costretto, forse, dall’insistenza del mio sguardo, ammise di aver abbandonato la pratica molti anni prima, quando si era reso conto che l’esecuzione non valorizzava appieno le sue competenze, e di aver preferito da allora dedicarsi all’insegnamento. Del resto, sosteneva, competenza disciplinare e competenza metodologica non andavano confuse: un bravo allenatore non deve necessariamente correre più veloce dei suoi atleti, un critico letterario non è obbligato a scrivere romanzi e un esperto di apprendimento non può essere valutato sulla base di una prestazione puramente esecutiva.
Mi parvero argomenti ragionevoli. Capii la sua irritazione e cercai di sciogliere la tensione con una battuta, sorridendo e dicendo che avrebbe potuto suonare almeno quel Do maggiore che avevamo costruito con i cartoncini, ma la mia ironia non fu colta. O meglio, non ebbe seguito. Anzi, il maestro ne approfittò per darmi un altro spunto di riflessione, dicendo che la mia richiesta tradiva una dipendenza dalla lezione frontale e una scarsa fiducia nel processo. Poi cambiò argomento.
Alla fine del corso ricevemmo un attestato.
Il documento certificava le competenze acquisite, la partecipazione attiva e la capacità di progettare autonomamente percorsi di apprendimento musicale. Ne ero fiero e lo incorniciai. Nel guardarlo lì appeso al muro di casa mia provai un po’ di sana compassione per quell’idea ingenua che inizialmente mi aveva spinto a iscrivermi al corso. Il semplice saper suonare una canzone. Davanti a tutto ciò che avevo imparato, scossi il capo ridendo.
Qualche mese dopo mi telefonò uno dei miei vecchi compagni di corso. Un’associazione cercava qualcuno per organizzare un laboratorio introduttivo sulla chitarra.
«Tu eri quello più bravo» mi disse, ma io esitai e gli spiegai che mi trovavo ancora in una fase preliminare del mio percorso, che non avevo ancora raggiunto un livello sufficiente di consapevolezza esecutiva e che, proprio per non forzare i tempi dell’apprendimento, trovavo ancora prematuro persino comprare una chitarra.
«Non devi suonarla – mi rassicurò – Devi solo spiegare agli altri come si fa».
Accettai.
Questo corso di chitarra, naturalmente, non esiste. Ma le storie inventate servono, talvolta, anche a riconoscere meglio quelle vere. È per questo che mi torna in mente un passaggio delle Cronache di Narnia. Alla fine del Viaggio del veliero, Lucy ed Edmund scoprono che non torneranno più a Narnia e chiedono al leone Aslan – figura cristologica della saga – se potranno incontrarlo anche nel loro mondo. La risposta è rassicurante: anche lì potranno incontrarlo, ma con un altro nome, e dovranno imparare a riconoscerlo.
Ecco: il mio corso di chitarra non esiste. E nemmeno il mio maestro di chitarra, almeno così come l’ho raccontato.
Questo, però, non significa che nel nostro mondo non abbia un altro nome.
Anzi, più d’uno.
scritto da Matteo Rinaldi
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