Con il passare degli anni, però, la comunità iniziò a interrogarsi sulla necessità di un linguaggio più rappresentativo. Le idee femministe si diffusero anche nei movimenti omosessuali, portando alla luce la condizione particolare delle donne lesbiche, costrette a confrontarsi con una doppia oppressione: quella legata al genere e quella legata all’orientamento sessuale. Essere donne significava affrontare il sessismo e il patriarcato; essere lesbiche significava dover rivendicare un’identità spesso invisibile, anche all’interno dei movimenti che avrebbero dovuto includerle.
Questa tensione generò divisioni e incomprensioni. Le lesbiche attive nel femminismo venivano accusate di nascondere il proprio orientamento dietro l’etichetta di “donne”, mentre quelle impegnate nei movimenti omosessuali venivano criticate per non dare abbastanza peso alle battaglie femministe.
Una figura simbolo di questa complessità è Mariasilvia Spolato, prima donna a fare coming out pubblicamente in Italia e fondatrice del Fronte di Liberazione Omosessuale nel 1971. Spolato denunciò apertamente la doppia discriminazione subita dalle lesbiche e rivendicò la necessità di uno spazio politico autonomo.
La questione della rappresentazione contribuì a rendere ancora più evidente questa marginalizzazione. Per decenni, i media offrirono una visione distorta e limitata della comunità: gli uomini gay comparivano più spesso, seppur in ruoli stereotipati, mentre le lesbiche erano quasi invisibili e le persone bisessuali e transgender venivano ignorate o ridicolizzate. Questa assenza non era casuale, ma rifletteva una mancanza di riconoscimento anche all’interno della comunità stessa.
Il punto di svolta arrivò tra gli anni ’80 e ’90, con la diffusione dell’AIDS. La malattia venne inizialmente associata quasi esclusivamente agli uomini gay e alle persone transgender che avevano rapporti con uomini, alimentando stigma, discriminazione e narrazioni tossiche come quella della “peste gay”. La comunità lesbica, meno colpita dal virus, svolse un ruolo fondamentale: non abbandonò il dolore di chi soffriva e chi stava morendo, ma rimase, offrendo assistenza, donando il sangue, fornendo supporto materiale e psicologico e partecipando attivamente alle proteste politiche. Le donne furono protagoniste nelle azioni di ACT UP (AIDS Coalition to Unleash Power), denunciando l’inerzia delle istituzioni e lo stigma verso le persone sieropositive. Parallelamente, si aprì un fronte di battaglia contro la ricerca medica, che ignorava i sintomi dell’HIV nelle donne. Fu grazie alla pressione del Women’s Committee di ACT UP che, nel 1993, il CDC ampliò i criteri diagnostici, aumentando del 50% il numero di donne riconosciute come infette negli Stati Uniti.
È in questo clima di trasformazione che l’acronimo cambiò. Lo spostamento della “L” (Lesbian) davanti alla “G” (Gay) non fu un dettaglio linguistico, ma per l’appunto un gesto anche politico: un modo per riconoscere il contributo delle donne lesbiche durante la crisi dell’AIDS, restituire visibilità a chi era stato marginalizzato e affermare un principio di inclusione. Da lì, l’acronimo continuò a espandersi, includendo identità e orientamenti prima totalmente ignorati, fino a diventare LGBTQIA+.
Quando, tra anni ’80 e ’90, la comunità iniziò a riorganizzarsi e a ridefinire il proprio linguaggio, emerse la necessità di dare maggiore visibilità alle lesbiche. Non solo attraverso lo spostamento della L in prima posizione nell’acronimo, ma anche attraverso la simbologia della bandiera arcobaleno.
Nella bandiera LGBTQIA+, la lettera L è tradizionalmente associata al colore rosso, il primo in alto. Difatti è il colore che apre la bandiera così come la “L” apre l’acronimo, un modo per riconoscere il contributo delle donne lesbiche alla sopravvivenza della comunità durante soprattutto gli anni più bui dell’AIDS.
Il rosso diventa quindi un segno di memoria, di cura e di resistenza: un colore che racconta la presenza di donne che, pur meno colpite dal virus, furono fondamentali nel sostenere gli uomini gay affetti, nel combattere lo stigma e nel guidare l’attivismo.
Ma siamo solo all’inizio. La rivisitazione storiografica dei vari movimenti sessuali che hanno contraddistinto specialmente gli ultimi 60 anni, fino per l’appunto ai nostri giorni, è tutta da rivedere. Necessario delle volte fermarsi, per riprendere i passi, per imparare a manifestare il proprio orientamento senza cadere nella violenza e nell’ostentazione. Tutto è lecito e se la comunità LGBTQIA+ cerca di essere unita più di quanto non è stato prima degli anni ‘80, lo dobbiamo al coraggio delle donne, per aver trattato la malattia senza diversificare, agendo d’istinto, perseverando l’identità e la dignità della persona umana affetta.
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