I commenti sui social e lo specchio delle nostre frustrazioni: il caso Higuaín
A volte capita di perdermi in una brutta abitudine che, però, ritengo comunque possa essere utile per capire come si comporta in certi casi la società: scorrere i commenti sotto i post di Instagram. Mi succede di aprire i commenti di un post, soprattutto quando mi aspetto che la gente abbia già estrapolato il peggio di sé per giudicare il corpo degli altri. I social oggi sono diventati anche questo: strumenti che molti usano per scaricare sugli altri, le proprie frustrazioni personali. Chi scrive un commento cattivo, in realtà, non sta davvero parlando del difetto che crede di vedere nella persona in foto; spesso sta dicendo qualcosa a se stesso.
Il calcio, poi, è un mondo dove si amplifica tutto. È una fede verso la propria squadra, ma non dovrebbe mai superare la persona che la prova. Eppure il tifo calcistico peggiora spesso le dinamiche. Il calcio resta bellissimo, nella sua storia e in ciò che riesce ancora a trasmettere alla gente. Il fatto che sia diventato un mondo più d’affari che di passione non aiuta, ma sono anche i tifosi, a volte, a danneggiare l’ambiente: dimenticano l’empatia e vedono i calciatori come oggetti di proprietà pubblica, da maneggiare e insultare a piacimento. Il tifoso può giudicare un trasferimento come quello di Higuaín dal Napoli alla Juventus: è normale che non sia condivisibile da tutti. Ciò che non si può comprendere è il giudizio costante sul corpo altrui. Prima del colore della maglia e del tifo, viene sempre l’essere umano.
Una battuta sporadica potrebbe anche starci. Ma quando il giudizio diventa ripetuto nel tempo, negli anni, il tono si fa pesante fino a sfociare nel body shaming.
La storia del Pipita, oltre le semplificazioni
La storia di Gonzalo Higuaín non è certo indifferente. Gli inizi al River Plate lo vedono debuttare nel 2005 e, a soli 18 anni, segnare una doppietta storica nel Superclásico contro il Boca Juniors. Da lì parte la chiamata del Real Madrid, dove arriva nel 2007 e vive sette stagioni importanti: tre Liga vinte, 121 gol totali, compagni di livello mondiale, uno dei momenti migliori della storia del club, pur senza mai essere davvero al centro del progetto.
La consacrazione arriva a Napoli, dal 2013. Qui vive stagioni magiche, vince una Coppa Italia e una Supercoppa, diventa il fulcro della squadra e entra nel cuore dei tifosi. Il punto più alto arriva il 14 maggio 2016, quando all’ultima giornata segna una tripletta in rovesciata contro il Frosinone e stabilisce il record dei 36 gol in una sola stagione di Serie A.
Poi arriva la voglia di cambiamento, nuove prospettive, forse l’idea di guadagnare di più o di puntare a trofei che a Napoli sembravano più difficili da raggiungere. Forse semplicemente un’idea più trasportata dalla testa che dal cuore dettato dai tifosi partenopei.
Il passaggio alla Juventus nel 2016 segna una svolta nel calcio italiano: una società disposta a spendere 90 milioni per un calciatore non era ancora comune, e comunque neanche così tanto in Italia. Un investimento così grande raddoppia la pressione per un calciatore professionista: al primo errore, il peso si sente il doppio. In bianconero vince comunque tre scudetti e due Coppe Italia, segnando anche contro il suo passato.
Seguono i prestiti al Milan e al Chelsea (dove vince il suo unico trofeo in Europa, l’Europa League), poi la chiusura della carriera all’Inter Miami, dove si ritira nel 2022 dopo una positiva esperienza in USA. Con l’Argentina, nonostante 31 gol in 75 presenze, resta ricordato con severità per i gol sbagliati nelle finali del Mondiale 2014 e delle Coppe America 2015 e 2016.
Il peso mentale e l’addio al calcio
Il punto cruciale arriva con il motivo del suo addio. Higuaín ha spiegato che la decisione di ritirarsi a 35 anni è legata al peso mentale che il calcio gli ha imposto. Nelle dichiarazioni d’addio del 2022 ha raccontato di aver vissuto per anni sotto una pressione tossica e di essersi sentito spesso come un prigioniero del giudizio altrui. Ha ricordato che, quando arrivò alla Juventus, molti parlavano della sua pancia, e che lui rispondeva sul campo segnando. Un episodio che mostra quanto il body shaming sia diventato una malattia sociale.
Ha anche raccontato di aver sofferto nel vedere la propria famiglia stare male per gli insulti continui, soprattutto dopo la scomparsa della madre. Ha lasciato il calcio per ritrovare la felicità, per godersi la figlia e la moglie, e per allontanarsi da un ambiente che definiva tossico. A Miami aveva riscoperto il piacere puro di giocare senza l’ansia del massacro mediatico quotidiano.
La foto virale, l’AI e l’indifferenza verso la verità
Il caso più recente che lo ha coinvolto è particolarmente significativo. Sui social ha iniziato a circolare un’immagine che lo ritraeva visibilmente appesantito e trasandato, e nel giro di pochi minuti sono piovuti commenti offensivi sul suo corpo e sulla sua età. Solo in seguito si è scoperto che quella foto non era autentica: era stata alterata con l’intelligenza artificiale per accentuarne difetti e imperfezioni, rendendolo volutamente più “grezzo” nell’aspetto. Ma la verità, ancora una volta, non ha avuto alcun peso. A maggior parte degli utenti, non interessava verificare l’attendibilità dell’immagine: bastava avere un bersaglio da ridicolizzare, qualcuno da etichettare per l’aspetto fisico e non per ciò che aveva saputo offrire al calcio.
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:
