Quanto della nostra vita dipende davvero da noi? È una domanda che mi ritorna spesso, soprattutto in tempi in cui il successo viene raccontato come frutto esclusivo dell’impegno individuale. Eppure, osservando la realtà più da vicino, emerge un quadro diverso: le condizioni di partenza non sono uguali per tutti.
In questo contesto si inseriscono due dimensioni fondamentali — amore e politica — entrambe attraversate dal tema della paura. Una paura che, da un lato, riguarda la sfera intima — il timore del rifiuto, dell’abbandono — e dall’altro viene utilizzata come leva di consenso e strumento di controllo. Non è l’amore, in sé, a generare paura. Al contrario, è ciò che può essere perso — accettazione, stabilità, appartenenza — a rendere fragile il desiderio di amare ed essere amati. Quando questa vulnerabilità si intreccia con le disuguaglianze strutturali, le conseguenze diventano più profonde.
La ragnatela dell'oppressione Per comprendere queste dinamiche, può essere utile immaginare la società come una ragnatela del privilegio e dell’oppressione, grazie allo studio realizzato dai sociologi Bob Mullaly e Juliana West. Questi ultimi sono due importanti autori nel campo del lavoro sociale, noti principalmente per il loro saggio fondamentale sull'anti-oppressione “Challenging Oppression and Confronting Privilege”. https://share.google/6ozHe3OkyeoLUam2f
Nel 2018 realizzarono la cosiddetta “Ragnatela dell’oppressione”. Sommariamente, al centro si concentrano le migliori opportunità, risorse e riconoscimento sociale; ai margini si accumulano ostacoli e barriere. Più l’individuo ha privilegi e segue i canoni tipici consentiti, più è facile per la società accettarlo. Al contrario, più l’individuo si avvicina sempre di più ai margini, più l’oppressore non sa gestire la diversità dell'altro.
Nessuno occupa una posizione perfetta e fissa: ogni individuo è il risultato di tanti fattori differenti — genere, origine, condizione economica, lingua, salute, orientamento sessuale — che si intrecciano producendo esperienze diverse. Non si tratta di una semplice somma di svantaggi, ma di combinazioni specifiche che generano forme di esclusione spesso che in molti non sanno intravedere veramente.
Queste dinamiche, non si manifestano solo attraverso ostacoli strutturali, ma anche nei comportamenti collettivi. Quando gruppi di individui si riconoscono come “simili” e percepiscono la diversità come una minaccia, tendono a escludere chi appare diverso. In alcuni casi, questa esclusione si trasforma in un’azione più aggressiva: diffamazione, isolamento sociale, delegittimazione pubblica.
Il rischio è quello di una vera e propria "gogna sociale", in cui una persona viene esposta al giudizio collettivo in modo sproporzionato. Oltre all’impatto umano e psicologico, va ricordato che simili comportamenti possono avere anche conseguenze sul piano giuridico: la diffamazione e la lesione della reputazione possono infatti configurare responsabilità perseguibili secondo il codice civile. Chi per l'appunto danneggia la reputazione di un’altra persona, può essere obbligato/a a risarcire il danno. Questo deriva soprattutto dall’articolo 2043 del Codice civile, che stabilisce il dovere di risarcire ogni danno ingiusto causato ad altri, e dall’articolo 2059 c.c., che riguarda i danni non materiali, come quelli psicologici o all’immagine. Inoltre, la diffamazione è punita dall’articolo 595 del Codice penale: anche se è una norma penale, può portare anche a un risarcimento civile per la persona offesa.
Desideri condizionati e scelte limitate È proprio in questo intreccio che i desideri individuali iniziano a trasformarsi. Le persone che vivono condizioni di discriminazione — spesso in modo sistematico e prolungato — finiscono per adattare le proprie aspettative alla realtà che li circonda. Non è solo una questione di opportunità mancate, ma di interiorizzazione dei limiti. Quando un gruppo sociale qualsiasi porta all'esclusione o svalutazione del "diverso", quest'ultimo rimodella in automatico anche le scelte più intime — dalle relazioni affettive ai progetti di vita. Si rinuncia in anticipo per evitare il rifiuto. Si accettano relazioni meno libere per paura della solitudine o del giudizio. Si rimodulano i propri desideri per adattarli a ciò che appare realisticamente raggiungibile. Al più si rinuncia in certi casi più incidenti, anche alla cura della propria persona, facendo anche pensieri estremi su sé stessi come il voler scomparire pur di non sentire più il dolore ormai diventato insopportabile. In questo modo, la discriminazione non agisce soltanto dall’esterno, ma entra nella costruzione dell’identità, influenzando il modo in cui ci si percepisce e ciò che si ritiene di “meritare”.
Altri individui invece, nonostante la loro situazione profondamente discriminata, sentono sempre di dover fare il doppio o il triplo rispetto agli altri. O comunque può valere lo stesso discorso per la casistica precedente, quando cercano di rialzarsi dall’oblio ed arriva il momento di risalire verso la luce.
Tendono ad essere molto disponibili per gli altri e per il prossimo, amano di più i contesti sociali e meno la loro solitudine. Ma quando sono soli esprimono meglio la loro libertà. Ma, hanno una capacità di desiderare e di sognare che va oltre il semplice ma preziosissimo pezzo di pane. Temono inoltre, che non ci sia mai il tempo per raggiungere i propri obiettivi o anche soltanto per amare un'altra persona nel mentre, come se non fosse mai abbastanza per amarla senza condizione alcuna. Perché sanno che il giorno dopo c'è sempre un passo al di là ancora incompiuto da esplorare ed amare. Ma tutto ecco, dipende molto sempre dal contesto famigliare in cui si è nati anche. La fame e i sogni del figlio o della figlia, si correlano molto anche alle difficoltà, alle fragilità dei propri genitori e all'esempio che hanno saputo dare o non dare questi ultimi ai loro figli.
Tra vulnerabilità e diritto all’imperfezione In un contesto simile, rivendicare il diritto alla vulnerabilità diventa un gesto significativo. Significa non sottrarsi al volere costante della società. Significa non dover sempre dimostrare forza, efficienza o successo. Ma, significa come individuo, di riconoscere prima di tutto la legittimità della propria fragilità.
Il giudizio sociale — fatto di esclusione, stigmatizzazione e umiliazione — incide sulla libertà personale e sulla qualità delle relazioni. Tuttavia, l’insoddisfazione non è necessariamente un fallimento: può essere anche espressione di consapevolezza, la percezione che esista ancora uno spazio di possibilità non realizzato.
Osservare la “ragnatela” non serve a stabilire gerarchie del dolore, ma a sviluppare consapevolezza. Il privilegio tende a non lasciare consapevolezza a chi la possiede: ciò che per alcuni non significa nulla, per altri rappresenta anche più di un ostacolo quotidiano. Riconoscere la propria posizione significa prendere atto di queste differenze senza negarle. È un esercizio di empatia verso il nostro io interiore ma anche attraverso gli altri. Ritengo sia un passaggio necessario per immaginare una società più equa, più giusta.
In un mondo segnato da profonde incertezze, non possiamo scegliere da dove partire con la nostra vita. Possiamo però decidere come orientarci: se ignorare le disuguaglianze o includerle. È in questa scelta che si gioca la possibilità di rendere il centro della ragnatela un luogo accessibile a tutti. E se per l'appunto, maggiormente più persone anche solo se provassero a sentire quel passo al di là ancora incompiuto da amare, forse noi tutti avremmo più coraggio di amare noi stessi e gli altri. Ne verrebbe fuori una politica veramente più alla portata di tutti.
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