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Non è solo un invito alla memoria, ma una constatazione: trentaquattro anni dopo la Strage di Capaci l’Italia continua a misurarsi con un trauma che non ha smesso di produrre domande. Il 23 maggio 1992 non è un punto fermo della storia repubblicana, ma una frattura che ancora oggi rivela le sue linee di tensione: nelle ricostruzioni giudiziarie, nelle responsabilità istituzionali rimaste in ombra, nella difficoltà collettiva di trasformare la commemorazione in consapevolezza. Ricordare Capaci significa interrogare non solo la violenza mafiosa, ma anche le zone grigie che ne hanno permesso la forza. Significa chiedersi cosa abbiamo fatto, e cosa non abbiamo fatto, perché quel sacrificio non restasse un monumento, ma diventasse un argine. È un esercizio civile che richiede lucidità più che retorica, e che oggi, forse più di ieri, ci riguarda ancora.
Contesto storico‑giudiziario
Per capire la Strage di Capaci, bisogna tornare agli anni in cui Cosa Nostra decise di dichiarare guerra allo Stato. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, l’organizzazione mafiosa era sotto pressione come mai prima: il Maxiprocesso, istruito da Falcone e Borsellino e confermato in Cassazione nel gennaio 1992, aveva riconosciuto Cosa Nostra come un’organizzazione composta da una struttura unica e gerarchica, condannandone i vertici. La risposta fu immediata e feroce. La “stagione stragista” inaugurata da Totò Riina puntava a colpire proprio chi aveva reso possibile quella svolta giudiziaria. Falcone era l’obiettivo principale, e Capaci non fu un episodio isolato, ma il punto più alto di una strategia precisa: un attentato militare, con 500 kg di esplosivo nascosti sotto l’autostrada e fatti esplodere con una tecnica da operazione paramilitare. Sul piano giudiziario, le indagini successive, dal processo Capaci ai procedimenti sulle trattative tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, hanno mostrato un quadro complesso, dove la violenza mafiosa si intreccia con omissioni, ambiguità e responsabilità ancora discusse. Capaci, in questo senso, non è solo un delitto mafioso, ma un punto di rottura che continua a mettere alla prova la credibilità dello Stato di diritto.
L’eredità giudiziaria: processi, sentenze, revisioni
L’eredità giudiziaria di Capaci è ancora aperta. I primi processi degli anni Novanta ricostruirono con chiarezza la catena di comando di Cosa Nostra: le sentenze definitive indicarono in Totò Riina, nei capi dei mandamenti palermitani e nel gruppo operativo dell’attentato, i responsabili materiali e morali dell’omicidio di Falcone, Morvillo e degli agenti della scorta. Ma la storia giudiziaria non si è fermata lì. Dagli anni Duemila in poi, nuove indagini e dichiarazioni di collaboratori di giustizia hanno riaperto piste inattese: la posizione di alcuni esecutori, il ruolo di soggetti esterni alla mafia, le possibili interferenze di apparati istituzionali. Le revisioni processuali, come quelle che hanno riguardato alcuni condannati dei primi dibattimenti, hanno mostrato quanto fosse fragile, in certi punti, la ricostruzione iniziale, basata su testimonianze spesso contraddittorie. Parallelamente, il processo sulla trattativa Stato‑mafia hanno aggiunto un altro livello di difficoltà. Anche se non erano processi sulla Strage di Capaci, hanno mostrato un contesto in cui la stagione delle stragi si intrecciava con tentativi di contatto tra alcuni rappresentanti dello Stato e i vertici mafiosi. Le sentenze, tra assoluzioni, condanne e cambiamenti nei vari gradi di giudizio, hanno lasciato un quadro non sempre chiaro. Ma una cosa resta certa: Capaci non è una storia chiusa, è un nodo che continua a mettere alla prova la trasparenza delle nostre istituzioni.
Cerchiamo di essere capaci di ricordare. Quest’ultima affermazione, non è solo una retorica, ma ben più una necessità. L’eredità giudiziaria della Strage di Capaci tra verità accertate, processi riaperti, sentenze cambiate e zone d’ombra che resistono ci ricorda che la memoria non è mai un archivio chiuso. È un lavoro continuo, un terreno fragile in cui giustizia e storia si riscrivono nel tempo. Essere “Capaci di ricordare” vuol dire proprio questo: non lasciare che il tempo indebolisca la richiesta di trasparenza, non permettere che la memoria diventi un gesto automatico. Vuol dire continuare a interrogare ciò che Capaci ha aperto e che ancora oggi ci riguarda.
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