È arrivato quel giorno per Luca, il giorno in cui può chiudersi in una stanza che non lo faccia sentire di troppo. È il giorno dell'incontro con la sua terapeuta. Luca è un ragazzo giovane, ha un lavoro stabile e una famiglia che sta crescendo di numero; eppure, non si sente soddisfatto. Ogni volta che si presenta in seduta, parte con la solita esclamazione "Sono stanco, dottoressa". Luca, come molte altre persone, si ritrova a fare un lavoro che onestamente non gli piace; deve mantenere la sua famiglia ma anche dare una mano a sua madre eterna pretenziosa. Ha dovuto subire tutti i problemi di un trasloco fatto di fretta, in cui sono andati persi i video e l'album del matrimonio, cosa che la sua compagna gli rinfaccia sempre. Luca è stanco da una vita, dice, da molto prima che queste cose si palesassero. Può una famiglia disfunzionale, una quotidianità nevrotica, una società superficiale rendere una persona stanca da una vita? Non è una domanda retorica: è la domanda che spiega perché la fatica di Luca non è un episodio, ma una trama che si è tessuta nel tempo.
Secondo Bruce D. Perry, quando un bambino cresce in un ambiente emotivamente instabile, il suo sistema nervoso impara a funzionare in modalità allerta anche in assenza di pericoli reali: Luca non è stanco da oggi, è stanco da quando il suo corpo ha imparato che non poteva permettersi di abbassare la guardia.
La stanchezza di Luca non è solo biografia emotiva: è anche un fatto neuropsicologico. Come ha mostrato il progetto MNESYS dell’Università di Verona, guidato da Mirta Fiorio e Angela Marotta, il cervello può sovrastimare lo sforzo necessario per le azioni quotidiane, amplificando la percezione della fatica anche quando l’impegno reale è minimo. È come se il suo sistema nervoso avesse imparato a vivere in allerta, trasformando ogni gesto in una salita.
E quando la vigilanza diventa abitudine, anche i gesti più piccoli consumano risorse emotive: la vita quotidiana si trasforma in un conto che non si riesce mai a saldare
Robert Sapolsky ha dimostrato che lo stress cronico altera la regolazione del cortisolo, trasformando l’ormone dell’emergenza in un compagno di vita: per questo Luca interpreta ogni richiesta quotidiana come una minaccia, non come un compito gestibile.
Luca vede la sua vita come un’enorme montagna da scalare tutti i giorni.
Ha la sensazione che ogni mattina debba ripartire da casa base.
Chiude gli occhi stanco dopo la scalata e si risveglia stanco convinto che dovrà faticare ancora.
La psicologia clinica lo conferma: esiste una forma di stanchezza che non si spegne con il sonno. La sindrome da fatica cronica (ME/CFS), descritta da Torrinomedica, riguarda proprio questo: un affaticamento non proporzionato allo sforzo e che non migliora nemmeno con il sonno. Luca non è stanco fisicamente, è esausto nello spirito. Non è stanchezza da letto: è stanchezza da storia, quella che ti segue anche quando chiudi gli occhi e ti impedisce di svegliarti leggero.
Uno studio australiano pubblicato su Frontiers in Neuroscience ha mostrato che nei pazienti con stanchezza cronica il sistema glinfatico, cioè la rete che “ripulisce” il cervello durante il sonno, non funziona come dovrebbe. È come se la mente di Luca non riuscisse a liberarsi dei residui emotivi accumulati negli anni: pensieri, tensioni, microtraumi quotidiani. E quando il cervello non si pulisce, ogni giorno si tinge di grigio. Il risultato è che i pensieri si stratificano, si accumulano come polvere sotto il tappeto.
Come ci insegna la psicologia cognitiva, chi vive in sovraccarico precoce sviluppa una forma di attenzione selettiva negativa: il cervello impara a cercare ciò che non va, non ciò che funziona. È così che Luca, con la mente avvelenata, non riesce ad accorgersi dei suoi successi.
Perciò la promozione al lavoro sono solo altre responsabilità come il figlio che sta per nascere.
Luca poi, ha una passione che racconta a pochi, la passione per la pittura. Qualche suo quadro in giovane età è stato anche apprezzato e comprato, ma non ha mai avuto nessuno che, anche in piccolo, lo sostenesse e quindi è rimasto un meraviglioso hobby che fa a tarda notte in garage di nascosto. La pittura che un tempo lo appassionava, oggi viene usata come gesto meccanico, fatto da chi lo fa da sempre e non ricorda più il perché.
La ricerca psicologica sul riconoscimento del sé mostra che chi vive in costante allerta non riesce a consolidare la memoria dei successi: il cervello li archivia come eventi neutri, non come conquiste. È come se Luca camminasse ogni giorno, ma senza mai voltarsi indietro a guardare la strada percorsa e la sua arte negli anni è migliorata, la mano è diventata più precisa, il significato intrinseco più complesso ma, appunto, lui non riesce ad accorgersene.
L’antropologa Anne Allison parla di "società della precarietà emotiva": contesti dove le persone non hanno mai la sensazione di essere abbastanza, di aver fatto abbastanza, di aver raggiunto abbastanza. Luca è figlio di questa cultura: una cultura che non celebra, ma consuma; che non riconosce, ma pretende. È una precarietà che non è solo economica: è una precarietà dell’anima, un’aspettativa costante di dover dimostrare valore senza mai ricevere conferme.
Luca all'alba dei suoi 32 anni si ritrova in una situazione quasi paradossale. Luca ora ha ciò che voleva o, quanto meno, ciò che la società gli ha detto di volere ma non è per niente felice anzi, ogni giorno appesantisce quello successivo. Il paradosso non è che i desideri si realizzino: è che la realizzazione non cancella la storia che ti ha reso incapace di riconoscerla.
Secondo la psicologia sistemica, crescere in una famiglia disfunzionale porta a sviluppare schemi di iper-responsabilità: Luca non si concede mai di fallire, perché ha imparato che il suo valore dipende da quanto riesce a reggere. In pratica, la sua identità si è costruita sul non cedere: ogni cedimento sarebbe stato interpretato come pericolo per l’intero sistema familiare, e così lui ha imparato a non mostrarsi mai vulnerabile. Il collasso non è un errore di carattere: è la conseguenza prevedibile di anni in cui il corpo e la mente hanno retto un peso costantemente insostenibile.
E se ogni giorno diventa sempre più pesante del precedente, prima o poi, l'uomo viene schiacciato emotivamente e moralmente.
La sociologia della mascolinità evidenzia che gli uomini cresciuti in contesti tradizionali interiorizzano l’idea che il loro valore dipenda dalla capacità di sopportare. Luca non chiede aiuto perché ha imparato che un uomo deve reggere, anche quando non ce la fa.
Luca ha tutto da perdere perché ogni giorno ha tutto da dimostrare. La capacità lavorativa, mantenere la famiglia, essere un buon marito, essere un bravo figlio, essere un uomo. E questo schema si ripete ogni giorno. Questo schema lo ha portato a collassare.
E Luca non è un caso isolato. I numeri lo dicono con una chiarezza che non lascia scampo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 40% degli uomini tra i 25 e i 45 anni mostra sintomi riconducibili a stress cronico, burnout o depressione non diagnosticata. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità stima che oltre un milione di uomini viva un disagio psicologico significativo senza alcun tipo di supporto professionale.
Il mese della salute mentale maschile, celebrato a giugno, ha messo in luce un dato che dovrebbe far tremare chiunque: gli uomini chiedono aiuto il 70% in meno rispetto alle donne. Non perché soffrano meno, ma perché sono cresciuti dentro un modello che li ha convinti che la fragilità sia una colpa, non una condizione umana.
La mascolinità tossica, citata precedentemente, non è una cosa astratta: è statistica! È il motivo per cui gli uomini hanno tassi di suicidio tre volte superiori rispetto alle donne. È il motivo per cui il 60% degli uomini italiani dichiara di non avere nessuno con cui parlare apertamente dei propri problemi emotivi. È il motivo per cui Luca, come tanti, ha imparato a reggere fino a spezzarsi.
Il collasso non è un fallimento. Luca vive in un mondo che accetta solo giganti arroganti, un mondo contraddittorio perché creato dagli uomini stessi. Insomma, un mondo che pesa, che fa male, che separa e accieca.
Non è una storia di colpe individuali: è la fotografia di un tempo che chiede urgentemente strumenti nuovi. La cura non è solo volontà: è spazio per fermarsi, per contare i piccoli successi, per imparare a condividere, per imparare ad esprimersi.
Luca oggi è uscito dalla seduta con un respiro che non faceva da tempo. La terapeuta si è ricordata del libro che lui le aveva chiesto: niente di grandioso, solo un gesto minuscolo, ma così raro nella sua vita da sembrargli quasi un miracolo. Per la prima volta, qualcuno aveva custodito un suo desiderio senza giudicarlo.
Quel libro non cambierà la sua storia, non alleggerirà il peso che porta da anni. Ma gli insegnerà questo: la guarigione non arriva tutta insieme, arriva in frammenti. E uno di quei frammenti è essere ricordati.
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