Negli ultimi anni in Italia si è potuto assistere a un’islamofobia crescente, soprattutto data dagli interventi di esponenti politici come l’onorevole Silvia Sardone della Lega.
Silvia Sardone, conosciuta per la sua battaglia contro il “velo islamico” e per il suo libro “Mai sottomessi”, si fa portavoce di una questione a mio avviso molto delicata: la libertà di una donna di scegliere come vestirsi.
L’onorevole, decisa, fa appello alle radici giudaico-cristiane dell’Europa, sottolineando come sia in atto un’islamizzazione delle istituzioni, dei luoghi pubblici (nelle ultime settimane si è lamentata di una preghiera in pubblico, precisamente in un parco di Milano) e delle tradizioni.
Ma smontiamo pezzo per pezzo la sua narrativa.
Le persone sono costrette a dover pregare in luoghi pubblici per la mancanza di moschee che lei stessa vieta con ardore da anni.
Con passione lei lamenta anche l’inserimento di alternative halal nelle scuole, appellandosi all’etica e al rispetto degli animali, quando è lei in prima persona a consumare carne proveniente da allevamenti intensivi, che di etico hanno ben poco.
Ma arriviamo al punto cruciale della sua politica: il velo islamico.
L’articolo 19 della Costituzione Italiana sancisce che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.
L’articolo 8, nella parte dei principi fondamentali, sancisce che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” e che “le confessioni diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano”. Premesso questo è il caso di chiederci se questi due articoli siano effettivamente applicati al massimo delle loro potenzialità.
Negli ultimi anni Silvia Sardone si è fatta capo di una battaglia contro, a detta sua, “l’islamizzazione”, cioè la conseguenza dell’accoglienza degli immigrati irregolari e di una serie di leggi, cultura e religione su cui non è informata a dovere. Nello specifico lei mirando al “velo islamico”, ha così ricevuto molte minacce di violenza, soprattutto dopo aver presenziato in sessione plenaria al Parlamento Europeo il 13 settembre 2023 con indosso una maglietta con scritto “No al velo islamico”.
In merito alle minacce ha dichiarato: “Continuerò a denunciare la crescente islamizzazione dell’Europa, il diffondersi di ghetti musulmani e tribunali islamici che vogliono imporre la sharia. Continuerò a segnalare l’arretramento preoccupante sulla nostra identità e sulla nostra cultura. Continuerò a denunciare la pericolosità dei centri islamici abusivi sul nostro territorio dove non sono chiari i finanziamenti e cosa viene predicato. Continuerò a ribadire che l’Europa non deve rinunciare ai nostri valori e ai diritti umani per non urtare le comunità islamiche. Queste minacce, per l’ennesima volta, non mi piegheranno. Di fronte a un Islam che prende spazio in Europa, opporsi è più che mai un dovere”.
La parola hijab viene usata nel Corano sette volte in versetti rivelati a Mecca (solo una volta ha il significato di separare le donne e cioé nel versetto 33 53 ): il velo in origine, arrivato probabilmente da Iran e Siria, era usato nell’Arabia del Profeta per simboleggiare uno stato sociale elevato, adoperato dalle donne che non erano in dovere di lavorare nei campi e potevano portarlo in casa. Successivamente verrà adottato dalle donne islamiche dopo la morte del Profeta per emulare le sue mogli, madri della ummah. La casa del Profeta era anche il centro religioso della comunità e quando le delegazioni arrivavano da altre tribù, essi soggiornavano con le loro tende di fianco alle stanze delle mogli: questo intende il versetto 33 53, e cioè riferirsi a loro da dietro una tenda, non sottintendendo che fossero elle a coprirsi. Con il tempo è stato unito al versetto 24 30-31 in cui viene chiesto alle donne di indossare il khumur e il juyub.
Per paura dell’estraneo e del diverso si fa ricorso alle proprie radici, in questo caso cristiane, implicitamente affermando come noi le stiamo lasciando andare in seguito alla secolarizzazione: in realtà però l’Italia rimane un paese fortemente influenzato dalla religione cristiana per la vicinanza del Papa e del Vaticano.
Il Codice di Diritto Canonico tradizionale del 1917 al canone 1262 § 1 e § 2 esplica che “è preferibile, secondo un antico costume della Chiesa che le donne siano separate dai maschi in Chiesa” e poi “gli uomini devono assistere alla messa, sia in chiesa che fuori, a testa nuda, a meno che costumi locali o circostanze speciali non vi si oppongono. Le donne invece, devono portare un velo sulla testa ed essere vestite con modestia, specialmente quando si avvicinano alla mensa del Signore”, ma a partire dal concilio Vaticano II, nonostante fosse ancora in vigore l’obbligo, molte donne abbandonarono gradualmente l’uso di quest’ultimo, con l’eccezione di alcune che ancora durante le cerimonie di culto lo portano oppure nelle Chiese Orientali è una norma.
La Bibbia stessa esplica come le fedeli cristiane dovrebbero portare il velo in “1 Corinzi 11”: “3 Ma io voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, che il capo della donna è l’uomo, e che il capo di Cristo è Dio. 4 Ogni uomo che prega o profetizza a capo scoperto fa disonore al suo capo; 5 ma ogni donna che prega o profetizza senza avere il capo coperto da un velo fa disonore al suo capo, perché è lo stesso che se fosse rasata. 6 Perché se la donna non si mette il velo, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se è cosa vergognosa per una donna farsi tagliare i capelli o radere il capo, si metta un velo. 7 Poiché, quanto all’uomo, egli non deve velarsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo; 8 perché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; 9 e l’uomo non fu creato a motivo della donna, ma la donna a motivo dell’uomo. 10 Perciò la donna deve, a motivo degli angeli, avere sul capo un segno dell’autorità da cui dipende. 11 D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna. 12 Poiché, siccome la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna, e ogni cosa è da Dio.”
Questo per osservare come ipocritamente si stia portando avanti una retorica intrisa di disinformazione, fondata sull’identità e le cosiddette “radici giudaico-cristiane” in un mondo ormai secolarizzato, dove ormai nemmeno la classe meno agiata si rifugia nella religione, ma che alla fine dei fatti è spaventata dal diverso.
Io combatto per la libertà di ogni donna di poter indossare ciò che ritiene sia meglio per se stessa: se una donna vuole coprirsi ha il diritto di farlo, se una donna vuole invece essere più scoperta, ha il diritto di farlo.
Non è una minigonna a sancire l’idoneità di una molestia, di un atto di catcalling o di uno stupro: in paesi come l’Afghanistan dove le donne sono costrette a indossare il burqa e a non poter parlare in pubblico, ricevono comunque occhiate lascive da parte degli uomini del posto.
Non è un pezzo di stoffa a decidere il valore di una donna, il suo pudore, la sua modestia o la sua persona, ma il problema è il patriarcato.
Il patriarcato che affonda le sue radici dalla preistoria, che si è evoluto nei secoli, che ha plasmato le religioni a suo vantaggio, che ha messo in una condizione di subordinazione le donne, che si è adattato a qualsiasi momento storico.
Per questo io mi chiedo se “L’islam è il nemico? O sono le donne?”
Nel mirino di ogni discriminazione ci sono le donne e spesso queste ultime combattono battaglie contro il loro stesso sesso, come nel caso di Silvia Sardone, ormai soggiogata dal patriarcato e da una visione molto semplicistica delle religioni e delle altre culture.
A mio avviso dovremmo imparare e studiare le altre confessioni religiose, la cultura altrui, combattere il patriarcato e vedere come tutte queste cose possano coincidere con lo stato di diritto e il rispetto di tutti.
© Punto e Virgola
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