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"Dead are laying next to me While I'm drowning in my dreams Lost myself inside your lies Yet you're leading our lives"
Comincia così l'ultima canzone prodotta dai Tennez, gruppo emergente del cremonese, intitolata "Pieces on a board". La canzone è stata ispirata dal sanguinoso genocidio del Ruanda del 1994, mostrando empatia e solidarietà alle vittime di tale sterminio. Il genocidio del Ruanda non è in realtà come i media occidentali lo hanno descritto, cioè come una "faida tribale" o "etnica", ma ha radici nell'età coloniale. Nel 1924, su mandato della Società delle Nazioni, il paese viene affidato al Belgio, il quale si appoggia, ispirandosi anche alla fisiognomica ottocentesca, ai Tutsi, che, per la conformazione fisica vicina agli standard occidentali, vengono ritenuti più intelligenti e adatti a gestire il potere. Per gli Hutu invece il destino è diverso: tozzi e di pelle scura, vengono ritenuti più adatti al lavoro agricolo. L'ultima minoranza, i Twa, pigmei, sono considerati da tutti prossimi alle scimmie. L’appoggio belga ai Tutsi termina negli anni ’50, a seguito del malcontento provocato dallo sfruttamento coloniale, che porta gli Hutu a ribellarsi ai Tutsi, e i Tutsi a progettare l’indipendenza del Paese dal Belgio. I colonizzatori sceglieranno allora di appoggiare la rivolta degli Hutu. Negli anni '60 si afferma la repubblica che, instaurando un regime razzista, dà inizio così alle persecuzioni contro i Tutsi: la conseguenza fu una diaspora verso i paesi confinanti. Nel 1987 nasce l'Fpr, il Fronte patriottico ruandese e come obiettivo ha quello di favorire il ritorno dei profughi in patria attraverso la conquista militare del potere e nel 1993 con gli Accordi di Arusha, firmati dal presidente Habyarimana, questo sembra poter diventare realtà. Con la morte del presidente, il 6 aprile 1994 ha inizio il genocidio. Il genocidio dura 100 giorni, causando la morte di circa un milione di persone: tra le pratiche adoperate come arma di guerra si sottolineano gli stupri sistematici delle donne Tutsi, costrette a sposarsi con i loro stupratori e come conseguenza la diffusione dell'HIV/AIDS. Così con questa canzone si vuole ricordare questa triste pagina della storia dell'umanità. I TenneZ nascono a Cremona il 21 marzo 2022 e il loro genere predominante è il rock anni ‘80. I componenti sono rispettivamente Filippo Giorgetti (chitarra), Manuel Galleani (chitarra), Vittoria Cola (voce), Mattia Biazzi (basso) e Francesco Lunati (percussioni).
“Cosa vi ha spinto a prendere in considerazione un tema così profondo come quello del genocidio del Ruanda del 1994?”
Filippo: “E’ partito dalla mia curiosità perché sapevo dell'esistenza di questo genocidio, ma non sapevo i dettagli. Allora sono andato a leggere e ho scoperto una cosa che non tutti conoscono. Alcune persone non so nemmeno se siano a conoscenza dell'esistenza di questa tragedia. Andando a leggere il tutto e pensando all'indifferenza che c'è stata da parte dell'Europa e da parte delle Nazioni Unite su questo tema, mi sono ispirato a un verso di Holy Wars dei Megadeth e mi sono detto: “Perché non dovremmo provare a scrivere qualcosa, condividere queste informazioni a un pubblico che magari è appassionato di musica ma non conosce tante parti della storia?”
“Trovate che ci possano essere dei collegamenti con il contesto geopolitico attuale?”
Vittoria: “Sicuramente all'interno del contesto geopolitico attuale possiamo trovare dei collegamenti, perché si tratta di un argomento che purtroppo ciclicamente ritorna, volente o nolente. Quindi in un certo senso vuole essere, a parer mio, una sorta di ricordo, ma contemporaneamente anche un inno al non dimenticare mai. Abbiamo preso sicuramente il Ruanda perché era l'argomento principale, ma ciò non toglie che da questo possa essere estrapolato un significato anche più profondo che riguardi l'attualità.”
Mattia: “Nel contesto geopolitico attuale quello più famoso è quello in Medio Oriente nelle zone della Palestina e della Cisgiordania. In questa situazione chiaramente questi punti vengono ripresi, per esempio, per quanto riguarda il Ruanda. Sono successi e a quanto pare continueranno a ripetersi perché diciamo che l'unica cosa che si impara dalla storia è che non si impara da essa.”
“Che emozioni vi ha suscitato questo tema durante la stesura della canzone?”
Filippo: “Come emozione principale ho provato indignazione. Intanto che mi stavo informando riguardo a quello che è successo, ho trovato un disegno in cui c'erano sulla destra del foglio una pila di cadaveri e sulla sinistra invece c'era un elmetto blu con la sigla UN. La fotocamera che riprendeva il tutto puntava sull’elmetto. Quindi si sta parlando di un'indifferenza da parte dell'Europa e delle Nazioni Unite nei confronti di tutto quello che stava succedendo.”
Mattia: “In particolare durante la stesura ho apprezzato tanto il ragionamento che abbiamo fatto per scrivere il testo, per riuscire a far emergere i vari punti di vista e per riuscire a tirare fuori sostanzialmente un testo che possa essere letto e pensare “Questa cosa qui è successa prima, sta succedendo adesso e succederà ancora, perché continuano a ripetersi sempre le stesse cose”. Quindi è un po’ il discorso di star facendo una cosa che può essere utile e sempre attuale.”
Francesco: “A me ha suscitato un po’ di stupore perché in generale era un tema che proprio non conoscevo. Se non me l’avesse detto Filippo io non l'avrei mai saputo. E appunto per questa cosa ho provato un po’ di indignazione, perché non lo avrei mai saputo. Essenzialmente tutto il mondo si è fregato di tutta la situazione, una situazione importante e bruttissima. Avere l'opportunità di poterne parlare sotto forma di canzone di gruppo per me è una bella cosa.”
Vittoria: “Io ho provato nel momento in cui stavamo scrivendo il testo un vuoto a livello dello stomaco. Ho provato proprio un'emozione tangibile, fisica all'idea che queste persone, neanche troppo tempo fa, abbiano sofferto tali ingiustizie. Ho provato ciò anche nel pensare che alla fine l'uomo si riempie di parole, ma non cambia nei gesti. Dire che mi ha stupito forse sarebbe anche ridondante, però forse schifo è ciò che ho provato, per le azioni deplorevoli dell'uomo e per le menzogne soprattutto.”
Manuel: “Per quanto mi riguarda mi ha suscitato rabbia per ciò che è successo. Volendo vedere, si potrebbe forse citare anche un verso di un altro gruppo, cioè i Cinderella con The More Things Change. Quindi più le cose cambiano più alla fine in realtà non cambia nulla. E pensare che è successo se prendiamo come punto zero il ‘94, una cinquantina d’anni prima il genocidio degli ebrei, che sta anche succedendo adesso. Quindi mi vien da dire “Ma quindi è possibile che non abbiate ancora capito che non funziona?”
“Avete fatto delle scelte stilistiche in funzione del tema che sareste andati a trattare?”
Manuel: “In accordo con gli altri abbiamo scelto di tenerla molto leggera, ma inquietante: per quanto riguarda i suoni abbiamo utilizzato delle chitarre acustiche o comunque in clean, anche se contemporaneamente abbiamo inserito delle dinamiche costanti nel tempo, quasi una marcia verso la morte potremmo dire. Abbiamo voluto inserire qualche suono un po’ più pesante, una batteria abbastanza prorompente e qualche cosa un po’ più distorta nelle parti più salienti, per dare quell’atmosfera cupa e tagliente. Abbiamo inserito anche delle parti di Vittoria molto ambientali come se potessero essere delle urla lontane che provengono dal subconscio.”
Vittoria: “Altra scelta stilistica che abbiamo deciso di utilizzare è stata il doppio punto di vista: sia da parte di chi le angherie le ha subite, sia da parte di chi infliggeva. Un po’ per aumentare il senso di inquietudine e in un certo senso anche far comprendere entrambe le parti. Mettere l’ascoltatore nella condizione di poter osservare due facce della stessa medaglia.”
Manuel: “Per dare sempre quell’atmosfera cupa e tenebrosa ma anche per far risaltare i due punti di vista contrapposti, abbiamo deciso di inserire delle voci maschili, molto basse, molto profonde.”
Vittoria: “Inoltre essendoci un contrasto di voce femminile e maschile rende ancora di più il distacco perché è come se a livello uditivo io vedessi la differenza netta tra chi subisce e chi infligge.”
Manuel: “Abbiamo deciso di inserire dei richiami in modo da permettere anche a chi non ha gli strumenti per capire il testo, di comprendere subito il tema di cui si sta parlando: per esempio dei rintocchi di campana che scandiscono un tempo ben preciso con sotto un arpeggio di chitarra costante, per trasmettere sempre quel senso di pesantezza.”
“Qual è il vostro intento con la condivisione di questa canzone?”
Francesco: “In generale quello che vorrei fare io è sensibilizzare su un tema molto delicato, ma soprattutto informare. Come ho detto prima non ne sapevo nulla. Già informarsi su questo fatto molto importante darebbe un contributo ingente. Trovo difficile concordare con il lato cattivo di questa storia.”
Vittoria: “L’intento è quello di ricordare le vittime, ricordare l’accaduto, denunciare affinché non si ripeta e in un certo senso farci un po’ vox populi. Far sì che questa canzone che qualcuno magari ascoltandola possa ritrovarsi, possa emozionarsi e magari avvicinarsi non solo alla storia ma anche ad eventi di attualità, sicuramente significa che almeno in una piccola percentuale siamo riusciti nel nostro intento.”
“Pensate che la vostra canzone possa rappresentare un input per le persone a studiare la storia e ad informarsi su ciò che sta accadendo?”
Vittoria: “Parto dal presupposto che la musica è qualcosa che unisce sia a livello culturale ed è motivo di unione popolare. Di conseguenza tramite la nostra canzone speriamo che dia voce a quelle persone che purtroppo non ne hanno più e che altri soggetti, soprattutto i più giovani, sentendo queste parole musicate possano interessarsi e possano unirsi alla causa.”
Mattia: “Vorrei aggiungere che il titolo “Pieces on a board” può essere molto evocativo anche per quanto riguarda un altro aspetto della canzone da cui si può anche trarre che gli scacchisti sono i presidenti, i politici. Sono quattro persone in giacca e cravatta che decidono il destino di milioni di persone senza chiedere, senza farsi problemi e senza farsi riguardi. E’ una situazione che non può andare bene.”
Filippo: “Il nostro testo non è molto specifico, quindi può sottintendere che sia improntato su quello che è stato il genocidio in Ruanda, o qualcosa di più vecchio o più moderno che sia. Deve suscitare la voglia di informarsi e che quello che trattiamo sia correlato con tutto il resto.”
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