"Non basta essere una donna che ce l'ha fatta, se il mondo intorno resta lo stesso."
Oggi Oriana Fallaci è ovunque. Celebrata nelle riedizioni editoriali, nei documentari e nel giornalismo di costume, è ormai diventata l'icona pop della "donna d'acciaio": la figura da esibire per dimostrare che le donne, se vogliono, possono "farcela" da sole e dominare la scena. È il simbolo dell'eroina che non chiede permessi, che sfida i potenti e che si impone in un mondo di uomini. Ma per chi guarda alla società con occhio di sinistra e di classe, c'è un problema di fondo: la sua storia, per quanto straordinaria, non è una vittoria collettiva. È un'eccezione solitaria che lascia immutate le gerarchie del potere.
La trappola della "Donna Eccezionale" Fallaci ha rappresentato un modello di emancipazione potentissimo, ma profondamente individualistico, meritocratico e competitivo. In Intervista con la storia (1974), nell'introduzione al suo celebre lavoro sui potenti del pianeta, scriveva:
"Il potere è un mostro disumano e incivile [...] Io non me ne sento affatto intimorita. Ho sempre guardato a chi lo detiene con il distacco di chi non si lascia comprare né asservire." E ancora, in Lettera a un bambino mai nato (1975), riflettendo sulla condizione femminile: "Essere donna è così affascinante. È un'avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai." Queste parole sintetizzano la radice della sua filosofia: per Fallaci, la condizione femminile non è una struttura oppressiva da smantellare attraverso la lotta collettiva, ma una "sfida" individuale da affrontare da sole, con il proprio coraggio e la propria tempra eccezionale. È esattamente questo il meccanismo della meritocrazia applicata al patriarcato: il sistema rassicurante che non mette in discussione lo status quo, ma dice alle donne che la loro liberazione dipende solo dal loro "talento" e dal loro "fegato". Chi ha la corazza giusta riesce a sedersi al tavolo dei padroni, assimilando le loro regole ed entrando in competizione con le altre donne.
Cosa succede a chi non ha la corazza? Questo messaggio è profondamente reazionario e colpevolizzante: se non ce la fai, la colpa è tua che non sei stata abbastanza "forte".
Il modello dell'eroina solitaria fallisce di fronte alla realtà materiale. Pensiamo al caso concreto delle lavoratrici precarie, delle madri single senza sostegni pubblici, o delle lavoratrici del settore della cura e della pulizia: per loro l'emancipazione non può passare per una "sfida individuale di coraggio". Se mancano gli asili nido, se i salari sono da fame, se il carico di cura grava interamente sulle spalle femminili, l'eccezionalità personale non salva nessuno. Emancipazione vs Liberazione Dobbiamo distinguere tra due concetti che il discorso dominante tende a confondere:
- L'emancipazione individuale: Quella di Oriana. Una donna straordinaria che scala le vette del potere da sola, accettando e riproducendo le logiche di competizione spietata del capitale e del patriarcato.
- La liberazione collettiva: Il femminismo di sinistra di cui abbiamo bisogno oggi. Quello che rifiuta la figura della "donna eccezionale al comando" e lotta per redistribuire la ricchezza, cancellare lo sfruttamento e cambiare le regole del gioco per tutte.
Il modello della "donna forte" finisce per escludere la fragilità, per ignorare il welfare e i diritti sociali, sostituendo la solidarietà di classe con una feroce corsa al successo individuale.
Perché parlarne ora? In un'epoca in cui la retorica del "girlboss" e dell'empowerment individuale viene usata per svuotare il femminismo della sua carica rivoluzionaria, è urgente rimettere complessità dove c'è mitologia. Non ci serve un femminismo della solitudine, che celebra la singola vincente per ignorare la condizione delle molte. Ci serve un movimento intersezionale che si organizzi, che chieda servizi pubblici universali, salari dignitosi, sanità e redistribuzione del lavoro di cura.
Rileggiamo la Fallaci, ammiriamone il talento e il coraggio giornalistico senza precedenti, ma facciamolo con sguardo critico. Dobbiamo studiarla per capire la nostra storia, ma smettere di usarla come alibi per non trasformare il presente.
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