In questa nuova rubrica, ovvero «I consigli del direttore», vorrei proporre al nostro pubblico alcuni titoli di libri e di film che trovo indispensabili per la formazione culturale di una persona.
Ecco dunque che oggi vorrei consigliarvi, come primo titolo, il film di Tarkovskij del 1979: Stalker.
Ma prima di scendere un po’ nel vivo dell’opera, un piccolo ragguaglio: non ho intenzione di proporre cose semplici, cose per tutti, opere che siano lì, alla portata di mano. Ciò che è bello richiede fatica, impegno, astrazione mentale. Ciò che è per tutti non è bello, almeno per me. Ecco perché, prima di iniziare la pellicola, è necessario scrollarsi di dosso qualche brutta abitudine che tutti noi coltiviamo: l’algoritmo, la velocità, il consumo.
Stalker è un film, come tutti i grandi film, che parla della vita cercando di esplorarne gli aspetti più intimi e profondi, quelli più oscuri e indecifrabili.
La trama, in sintesi, è molto semplice e lineare: tre uomini, in particolare uno scrittore, uno scienziato e uno Stalker (potremmo dire l’equivalente di una guida), si avventurano nella Zona, un luogo che sembra non rispettare le leggi fisiche del mondo conosciuto: un non-luogo. All’interno della Zona si trova una stanza, nascosta, che può essere raggiunta solo da uno Stalker, un esperto della Zona. Una volta raggiunta questa stanza, superati ostacoli invisibili ma letali, il desiderio più profondo del viandante dovrebbe essere esaudito, purché questi si confronti intimamente con la propria vita e con il proprio passato. «L’uomo, quando pensa al suo passato, diventa più buono», dice Tarkovskij.
Ecco dunque che il regista ci catapulta, grazie a una fotografia maniacalmente geometrica, perfetta in ogni minimo dettaglio, bellissima all’occhio nonostante i decenni passati, in questo non-mondo, il quale rappresenta allegoricamente il percorso della vita: ogni caduta, ogni peripezia, ogni silenzio e ogni dialogo assumono un valore simbolico e racchiudono nella loro complessità il paradigma esistenziale del cinema tarkovskijano.
La scenografia è perfetta in ogni suo minimo dettaglio, sembra uscita direttamente da un incubo di Moebius: carri armati ricoperti d’erba, privati del cannone, gettato poco più avanti e ricoperto di fiori. Palazzine e casette diroccate, acquedotti bucati, rocce, rovine, infinite stanze che sembrano alzarsi e abbassarsi, allargarsi e restringersi, in questo elastico emotivo che impone allo spettatore claustrofobia e vertigini.
L’aspetto metacinematografico del film — con metacinematografico intendiamo qualcosa che riflette sul cinema stesso, sulla natura dell’opera e sul rapporto tra autore, opera e spettatore — emerge soprattutto nei dialoghi e nelle riflessioni dei tre protagonisti. Tarkovskij sembra essere stanco di un mondo che pretende di comprendere tutto, stanco di un pubblico che cerca risposte immediate, e propone allo spettatore un viaggio ostico e complesso, nel quale la comprensione non è mai garantita.
Lo scrittore, soprattutto, si strugge per l’esistenza della vita, per il valore della fama, per la potenza del ricordo: tutte cose che sembrano progressivamente perdere consistenza di fronte alla ricerca di qualcosa di più profondo. E mentre i tre avanzano nella Zona, il film sembra interrogare continuamente anche noi: che cosa cerchiamo davvero? E, soprattutto, siamo certi di conoscere il nostro desiderio più profondo?
«Questo è il luogo più silenzioso del mondo», esordisce lo Stalker poco prima di entrare nella Zona. E infatti il suono che fa da padrone è quello dell’acqua che, come spesso accade nella simbologia tarkovskijana, richiama il passaggio, la fluidità, la trasformazione, la trascendenza. Molte delle transizioni fondamentali del film sono accompagnate dall’acqua: passare da una stanza all’altra, da un luogo all’altro significa immergersi e andare a fondo in quella verità nascosta della vita per poter proseguire oltre.
Non vi è climax, come invece si può leggere in qualche articolo di critica scadente. E non vi è per una ragione banale: nella vita il climax non esiste. Quello che nel film può essere percepito come un continuo tirare e allentare, uno scendere e un salire, è semplicemente la diretta conseguenza dell’esistenza, che è plurima e imprevedibile.
Ed è forse proprio qui che Stalker trova la sua forza: nel rifiuto di concederci una risposta definitiva. La Zona non è soltanto un luogo. È il luogo nel quale siamo costretti a confrontarci con ciò che siamo, con ciò che desideriamo e con ciò che, forse, non abbiamo mai avuto il coraggio di desiderare davvero.
E allora il finale, apparentemente inspiegabile, non è una risposta: è l’ultima domanda che Tarkovskij consegna allo spettatore.
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