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Ungheria 2026: il voto più importante dell’anno Europeo
Ungheria 2026: il voto più importante dell’anno Europeo

Ungheria 2026: il voto più importante dell’anno Europeo

autore
Francesco FerrettiFrancesco Ferretti
mensile
Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
pubblicazione
08/04/2026
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

5

Il prossimo 12 aprile si terranno in Ungheria le elezioni più importanti dell’anno in Europa. Gli elettori sono chiamati a rinnovare il parlamento, il quale eleggerà poi il primo ministro che, per la prima volta in sedici anni, potrebbe avere un nome diverso da quello di Viktor Orbán.

Orbán fu a capo del governo una prima volta dal 1998 al 2002 e poi dal 2010 ininterrottamente per un totale di cinque mandati. Fondato nel 1988 come anticomunista, liberale e libertario in un contesto post-socialista, il suo partito Fidesz (crasi fra Fiatal Demokraták Szövetsége, Unione dei Giovani Democratici) ha mutato negli anni la sua posizione spostandosi sempre più verso destra. Una volta tornato al potere nel 2010 Orbán mette in atto due operazioni che si dimostreranno essere indicative per quella che sarà la nuova stagione politica ungherese. La prima è quella che vede istituire l’Autorità nazionale per i media e le infocomunicazioni (NMHH), un organo di controllo dei media sotto diretta giurisdizione del governo, mentre la seconda è la riforma del sistema elettorale, che taglia il numero dei parlamentari e inserisce un contorto sistema misto volto a favorire i grandi partiti o le grandi coalizioni e quindi, a fronte di una frammentata opposizione, Fidesz stesso. Quello fra controllo delle informazioni e manipolazione elettorale è il tipico mix vitale per chiunque abbia aspirazioni autoritarie e, come da copione, questo fu il percorso intrapreso da Orbán, il quale ha reso l’Ungheria un baluardo illiberale ed ultraconservatore all’interno dei confini dell’Unione Europea.

Il Democracy Report 2026, redatto dal V-Dem Institute, vede l’Ungheria come primo paese al mondo per riduzione del tessuto democratico nella finestra 2009-2025. Il suo status è stato inoltre declassato da quello di democrazia elettiva a quello di autocrazia elettiva nel 2018. Ad oggi la maggior parte dei media sono controllati dal governo, mentre ai pochi rimasti indipendenti è sostanzialmente negato l’accesso a fondi pubblici, vengono esclusi da conferenze stampa e da altre occasioni istituzionali e sono talvolta soggetti a intimidazioni, minacce e campagne diffamatorie.

Viktor Orbán al Parlamento Europeo nel 2025 (Fonte: European Parliament / Flickr)
Viktor Orbán al Parlamento Europeo nel 2025 (Fonte: European Parliament / Flickr)

L’indipendenza della magistratura è stata via via sostituita da una forte dipendenza al potere politico, lo spazio per i diritti civili è stato ridotto, in particolare per quelli legati alle minoranze e alla comunità LGBT, le politiche migratorie si sono inasprite, tanto che oggi ottenere asilo politico è pressoché impossibile, e l’uso di pratiche illegali e violente volte al respingimento di migranti al confine sono diventate di uso comune. Il Gender Equality Index 2025, pubblicato dallo European Institute of Gender Equality, ha classificato l’Ungheria al 26º posto su 27 Stati membri in base alla sua performance complessiva in materia di parità di genere, e all’ultimo posto nell’indice di uguaglianza nel settore politico ed economico. A partire dal 2020 il governo ungherese si ritrova a governare con maggiori poteri e sostanzialmente per decreto, a seguito dell’introduzione dello stato di emergenza per fronteggiare la pandemia da Covid-19, poi sostituito da uno stato di emergenza per la guerra in Ucraina.

Nel corso degli anni l’opposizione non è mai riuscita a creare un’alternativa credibile e compatta capace di sfidare alle urne Fidesz, il quale è stato riconfermato nel 2014 col il 45%, nel 2018 con il 49% e nel 2022 con il 54%. Lo stesso scenario sembrava stare delineandosi anche in avvicinamento alle elezioni successive, tuttavia qualcosa di straordinario ha repentinamente rimescolato le carte. Il protagonista di questa storia è una figura che fino a quel momento era semi-sconosciuta, un avvocato affiliato al partito Fidesz dal 2002, ma senza aver mai ricoperto cariche istituzionali o essere eletto in parlamento. Il suo nome è Péter Magyar (che vuol dire letteralmente “ungherese”) e che il 2 febbraio 2024 convoca una conferenza stampa nella quale riprodurrà per la prima volta un file audio registrato da lui stesso poco meno di un anno prima. Nell’audio si sente una voce femminile, quella della sua ex-moglie, e all’epoca ministra della giustizia Judit Varga, la quale è totalmente inconsapevole di essere registrata. Dalle sue parole emerge come nel 2023 l'allora presidente della repubblica ungherese Katalin Novák aveva graziato Endre Kónya, ex vicedirettore dell'orfanotrofio di Bicske, condannato per aver contribuito a insabbiare gli abusi sessuali su minori commessi per anni dal direttore, costringendo una delle vittime a ritrattare la propria confessione. In Ungheria la procedura delle grazie presidenziali prevede che venga mantenuto l’anonimato del beneficiario, perciò questa rivelazione scatenò uno scandalo che assunse immediatamente proporzioni significative portando, oltre che alle dimissioni di Novák e Varga, molte persone a scendere in piazza. Non si trattava solo di aperti oppositori di Fidesz, ma anche di molti dei suoi sostenitori che si sentivano traditi su una materia che per Fidesz è sempre stata al centro della narrazione: la protezione dei valori cristiani della famiglia e dei bambini. In questo modo, per la prima volta molti di coloro che avevano sempre votato per Fidesz si ritrovavano a dialogare, nelle piazze fisiche e virtuali, con coloro che vi si opponevano. Lo scandalo Novák ha infatti sollevato il coperchio su una situazione ben più ampia, permettendo a molti di coloro che fino a quel momento non avevano voluto vedere, di prendere consapevolezza dello schema clientelare e corruttivo che l’élite di Viktor Orbán aveva messo in piedi.

Contemporaneamente Magyar uscì da Fidesz e iniziò a rilasciare numerose interviste a media indipendenti nelle quali criticò aspramente il governo accusandolo di corruzione, favori e tangenti. Come detto, queste non erano formulazioni del tutto inedite; tuttavia, molti di coloro che le avevano sempre bollate come false, iniziarono ad accreditarle grazie al fatto che a riportarle era ora un “insider” di quello stesso sistema. L’intervista più popolare è quella rilasciata a Partizán, che su YouTube ha raggiunto in breve tempo le 2 milioni di visualizzazioni in un paese con una popolazione di 9,5 milioni totali. Il 15 marzo, giorno dell’anniversario della Rivoluzione ungherese del 1848, fu Magyar stesso a organizzare una protesta nella quale, dopo l’iniziale rifiuto di scendere in politica, annuncia che avrebbe fondato un suo partito per candidarsi alle elezioni europee del 9 giugno successivo. Magyar divenne presto il volto delle proteste iniziando ad acquisire rapidamente molto consenso. Tuttavia, a causa del poco tempo a disposizione, invece di fondare un proprio partito, decise di prenderne uno già esistente e farlo suo. Si tratta di Tisza (Tisztelet és Szabadság Párt, Partito rispetto e libertà), fondato nel 2020 ma rimasto sostanzialmente sconosciuto e al di fuori degli appuntamenti elettorali. Alle elezioni europee il partito otterrà il 30% arrivando secondo dopo Fidesz e nei mesi successivi incrementerà il suo consenso diventando, a partite da dicembre 2024, il primo partito dal 2009 a riuscire a rimanere stabilmente sopra a Fidesz nei sondaggi. Oggi il suo consenso è dato al 48%, con ben nove punti percentuali di vantaggio su Fidesz, fermo al 39%.

Péter Magyar ad una manifestazione nel 2024 (Fonte: Adevarul.eo)
Péter Magyar ad una manifestazione nel 2024 (Fonte: Adevarul.eo)

Il partito ha assunto alcune delle caratteristiche tipiche dei movimenti-piattaforma che gli hanno permesso di raggiungere una certa capillarità nel territorio, in particolare nelle piccole città e parzialmente nelle aree rurali, dove Fidesz è storicamente più forte. Il partito ha creato le "Isole Tisza" (Tisza Sziget), ossia gruppi di sostenitori locali e potenziali candidati che hanno la possibilità di formarsi in maniera molto semplice e autonoma. Basta che un gruppo di amici si registri sulla piattaforma del partito e l’isola è formata, libera di organizzare eventi, proteste e banchetti. Venne lanciato un questionario informale online su 13 punti il quale ricevette oltre un milione e centomila risposte. La stessa decisione relativa alla permanenza nel parlamento europeo di Magyar fu votata sulla piattaforma del partito. Questo forte elemento partecipativo, oltre a favorire legittimazione politica, ha aumentato l’engagement politico rompendo il ghiaccio per i molti che fino ad ora non avevano avuto il coraggio di mobilitarsi o di esporsi, o che erano semplicemente indifferenti in quanto disillusi dalla storica inconcludenza dell’opposizione tradizionale. L’elemento di novità ha giocato sicuramente un ruolo fondamentale, in particolare per le giovani generazioni la quale esperienza politica non ha visto che Orbán.

Di fronte a questo incredibile dinamismo Fidesz è stato colto di sorpresa e si è trovato in una contesto dove le gerarchie si sono per la prima volta ribaltate a suo sfavore, declassando il suo ruolo da inseguito a inseguitore e costringendolo ad assumere una posizione reattiva. Se in precedenti elezioni Fidesz poteva inoltre contare su una buona crescita economica, nel corso dell’ultima legislatura l’economia ungherese ha oscillato fra la stagnazione e la regressione. Magyar ha infatti basato la sua campagna elettorale per le elezioni parlamentari del 2026 su temi e questioni molto concrete come lavoro, stipendi, pensioni, aumento del costo della vita e il ridotto stato sociale, il tutto accompagnato da un’aspra critica alla corruzione e all’erosione democratica perpetrata da Fidesz negli ultimi sedici anni. Di fronte a questo approccio, così pragmatico e diretto, Orbán non è riuscito a trovare argomenti concreti, ed è stato costretto appunto a reagire, decidendo così di puntare sulla delegittimazione dell’avversario. Per farlo è stata avviata una campagna diffamatoria diretta alla persona di Magyar e al suo partito, veicolata dalla potente macchina dei media nazionali, che sono legati s doppio filo con Fidesz e che hanno tutto l’interesse che rimanga al potere. Inoltre sono state intentate diverse cause verso di lui, il quale le ha definite politicamente motivate. Tisza sospetta poi che la modifica della legge sulla dichiarazione patrimoniale fosse stata fatta per colpire Magyar e gli altri suoi parlamentari europei, i quali hanno tuttavia liberto presto il campo dalle speculazioni rendendo pubbliche le loro dichiarazioni dei beni. Diversi episodi aggressivi sono stati registrati nei confronti di banchetti fisici oppure online dove un gruppo Discord di militanti locali è stato vittima di una fuga di dati personali. Inoltre lo scorso febbraio è stata aperta una pagina web, chiamata inizialmente “prossimamente” e poi “c’era una volta”, che mostra una data, il 3 agosto 2024, e una foto di quella che sembra essere la camera di un hotel. Magyar commenterà che in quel luogo e in quella data ha avuto un rapporto sessuale con una sua ex-fidanzata e che, sebbene nella sua stanza avesse riconosciuto quella che poteva essere droga, lui non ne ha fatto uso. In seguito alle sue dichiarazioni al sito è stata aggiunta questa dichiarazione di Magyar al quale segue la domanda: “ne sei sicuro?”. Per il momento non sono ci sono stati ulteriori sviluppi, ma Magyar teme che possa essere stato ripreso durante il rapporto sessuale e che quella potesse essere una trappola orchestrata ad arte.

L’aspetto più emblematico di tutta la campagna contro Magyar è che esso è descritto, oltre che come corrotto, come burattino di Bruxelles e di Kiev. Nella retorica costruita da Orbán nel corso degli anni l’Unione Europea e l’Ucraina hanno assunto il ruolo di nemici dello stato. L’UE in particolare, a causa delle sue crescenti pressioni nei confronti delle storture democratiche magiare, è stata via via dipinta come un’entità malefica il cui unico scopo è quello di impedire agli ungheresi di fare quello che meglio credono a casa propria. La conflittualità è aumentata quando l’UE ha smesso di elargire gran parte dei suoi fondi a Budapest (altro punto negativo per la campagna di Orbán) in seguito all’utilizzo del diritto di veto da parte dell’Ungheria che negli ultimi anni ha fortemente condizionato il lavoro del Consiglio dell’Unione Europea. Il veto ungherese oggi blocca l’approvazione di numerosi emendamenti fra cui il prestito di 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina, il pacchetto di sanzioni contro i coloni israeliani in Cisgiordania, un nuovo pacchetto di sanzioni conto la Russia e le misure contro il partito autoritario al governo in Georgia. Per quanto riguarda l’Ucraina la conflittualità si sviluppa su livelli che superano ben oltre la sua strumentalizzazione in chiave anti-europea. Innanzitutto fra Ucraina e Ungheria c’è una grossa disputa attorno al danneggiamento dell’oleodotto di Druzhba, quello che porta il gas dalla Russia all’Ungheria e alla Slovacchia, avvenuto il 27 gennaio a seguito di un bombardamento russo. L’Ungheria accusa l’Ucraina di non volerlo riparare deliberatamente mentre Kiev ha già annunciato che ci vorranno almeno otto settimane per ripristinare il funzionamento. Il 6 marzo scorso l’Ungheria ha sequestrato circa 75 milioni di euro e nove lingotti d’oro che stavano viaggiando regolarmente per conto della banca statale ucraina Oschadbank da Vienna a Kiev con l’accusa formale di riciclaggio, ma in un’operazione che ha tutte le sembianze di un ricatto.

Manifesti elettorali di Fidesz (Fonti: varie)
Manifesti elettorali di Fidesz (Fonti: varie)

È proprio intorno a questa conflittualità che Orbán, in un contesto di disperata necessità di consenso, ha costruito la retorica della sua campagna. Un video pubblicato da Fidesz e generato con l’intelligenza artificiale mostra una bambina guardare il padre essere giustiziato da un plotone di esecuzione con una voce che dice che quella sarà il destino del popolo ungherese se dovesse vincere Magyar. Orbán ha costruito una guerra che non esiste dipingendo l’Ucraina come paese guerrafondaio e pronto ad attaccare l’Ungheria in ogni momento. Ha deciso di scommettere sulla paura dividendo il campo cognitivo fra “guerra”, voluta dagli avversari, e “pace”, raggiungibile solo votando Fidesz. Orbán ha detto di essere stato minacciato di morte da Zelensky e in un video lo si vede parlare al telefono con la sua famiglia dando loro indicazioni e rassicurazioni in merito a presunte minacce ricevute loro da parte degli ucraini. La messa in scena militare ha raggiunto il suo apice quando il 26 febbraio scorso Orbán dispose il pattugliamento militare a protezione dei siti energetici strategici. In tutto questo l’UE, in quanto principale alleata dell’Ucraina, è vista come essa stessa nemica e in quanto intenzionata a portare la guerra in Ungheria. In questo discorso si inserisce il peculiare rapporto di vicinanza che l’Ungheria di Orbán ha con la Russia di Putin che è in totale controtendenza rispetto alla linea presa dagli altri paesi dell’UE. L’Ungheria non ha infatti mai smesso di importare gas russo, il quale rappresenta la sua principale fonte di approvvigionamento energetico, mentre la funzione ostruzionista assunta dall’Ungheria nelle istituzioni europee va a beneficio diretto della Russia. Secondo un’indagine del Washington Post l’Ungheria avrebbe accolto sul proprio territorio esperti legati al Cremlino in materia di interferenza elettorale, mentre il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó ha recentemente confermato le accuse che lo vedevano comunicare regolarmente al suo omonimo russo Sergey Lavrov le decisioni prese dal Consiglio europeo Affari esteri in merito alla guerra in Ucraina, con contatti che avvenivano anche nella pause fra una seduta e l’altra.

Un video pubblicato da Fidesz (Fonte: Fidesz / Instagram)

Orbán ha inoltre chiamato a suo supporto quella che potremmo definire come “internazionale sovranista” e di cui lui è il più longevo punto di riferimento. Primo fra tutti c’è Donald Trump, che ha definito Orbán come un politico abile e che combatte per i suoi stessi valori; l’Ungheria è inoltre l’unico paese dell’Unione Europea ad aver aderito al Board of Peace, il nuovo organo sovranazionale promosso dal presidente degli Stati Uniti. Orbán ha poi incassato in un video il sostegno di Netanyahu, Meloni, Milei, Le Pen, Abascal e Weidel (AfD), e ha organizzato il 23 marzo a Budapest la prima Grande assemblea dei patrioti, alla quale era presene anche Matteo Salvini.

Al contrario Magyar ha ottenuto il supporto delle principali forze europeiste e liberali che vedono in lui non solo una possibilità di cambiamento per l’Ungheria in se, ma anche colui che potrebbe far uscire il Consiglio dell’Unione Europea dal pantano nel quale l’ostruzionismo di Orbán l’ha costretto. Tuttavia la traiettoria potrebbe essere meno lineare di quanto previsto. Innanzitutto, sebbene Tisza sia stabilmente dato in vantaggio di 9 punti su Fidesz, questo margine dovrà poi tradursi effettivamente nel voto popolare che, come già accennato, non avviene in un contesto di totale libertà e simmetria fra i candidati. Inoltre il 17 dicembre il parlamento ha modificato la struttura di 39 distretti elettorali, oltre un terzo del totale, in un’operazione che è vista dall’opposizione come una chirurgico lavorio volto a favorire Fidesz. In aggiunta, non è escludibile che in caso di sconfitta Orbán decida di contestare il risultato e portare la questione nei tribunali, a lui fedeli e dipendenti, oppure che si rifiuti semplicemente di abbandonare il potere. Se invece Magyar dovesse diventare nuovo primo ministro il percorso di transizione non sarà per nulla semplice in quanto negli ultimi sedici anni l’apparato statale e istituzionale è stato costruito attorno a necessità e dipendenze di Fidesz. È quindi presumibile che smantellare il sistema Orbán, dovendo agire da dentro di esso, possa risultare particolarmente complicato. Inoltre Magyar è un politico poco conosciuto e che, soprattutto per necessita di consenso, non si è finora espresso su molte questioni delicate come i diritti civili o l’immigrazione, rimando quindi una figura ancora parzialmente da definire.

Il più importante voto d’Europa potrebbe quindi iterare la sua rilevanza anche, o soprattutto, nelle fasi successive al voto. Per questo motivo è importante che l’Europa non cada nella sua solita abitudine di prestare attenzione esclusivamente durante la mediatica giornata del voto per poi ignorare per noia gli sviluppi successivi, onde evitare la riproduzione di ormai consolidati copioni, come quello che ha permesso ad Orbán di diventare quello che, si spera, è stato.

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