
Questo ultimo Mondiale non regala solo emozioni, gol e spettacolo, ma sta evidenziando anche profonde lacune organizzative. Fin dalle prime battute si sono registrati disagi evidenti: il caso dell’Iran, costretto, a causa di rigidi vincoli logistici e burocratici, a stabilire il proprio quartier generale oltre il confine, a Tijuana, in Messico, potendo viaggiare negli Stati Uniti solo per poche ore a ridosso delle partite, per poi dover rientrare immediatamente. Clamoroso anche il caso del Senegal, i cui giocatori sono stati costretti a ordinare cibo da asporto tramite app di delivery a causa delle carenze strutturali dell’albergo ospitante, il cui servizio di ristorazione non era in grado di garantire pasti idonei e specifici per atleti professionisti. A questo si aggiungono i controlli alle frontiere, talmente rigidi da aver bloccato diversi membri delle delegazioni ufficiali e persino il direttore di gara somalo Omar Abdulkadir Artan, respinto in aeroporto e rispedito a casa dalle autorità statunitensi nonostante i documenti ufficiali della federazione. Il caso più emblematico, tuttavia, resta quello dei cooling breaks: mini-intervalli all’americana nati ufficialmente per tutelare la salute dei calciatori, ma sfruttati a tutti gli effetti come interruzioni commerciali per trasmettere spot pubblicitari. Questa dinamica spezza il ritmo di gioco e penalizza le strategie tattiche, confermando la deriva prettamente commerciale dell’evento.
Un altro grande problema di questa edizione è la gestione arbitrale, al centro delle polemiche in quasi ogni partita. L’inizio è stato col botto: la gara inaugurale tra Messico e Sudafrica è finita con tre espulsioni e numerose ammonizioni. Subito dopo, però, la linea della FIFA è cambiata drasticamente: i direttori di gara hanno iniziato a tollerare quasi tutto, adottando una condotta eccessivamente permissiva con l’obiettivo di favorire la fluidità del gioco. Questo approccio ha fatto perdere il controllo della situazione, come si è visto chiaramente in Paraguay-Francia. Durante il match, i paraguaiani hanno bersagliato i francesi con schiaffi, gomitate e pugni senza ricevere alcun provvedimento disciplinare, liberi di esasperare i toni della partita.
Anche la sfida tra Egitto e Argentina ha regalato forti tensioni. Dopo aver subito la rimonta di tre gol dall’Albiceleste, i Faraoni hanno perso la testa. In conferenza stampa, i vertici della federazione egiziana hanno attaccato duramente la FIFA, gli arbitri e la stessa nazionale argentina. Sul campo, l’allenatore dell’Egitto avrebbe meritato il cartellino rosso diretto per aver rivolto insulti alla terna e aver fatto il celebre «gesto delle manette» dopo l’annullamento del gol di Ziko, revocato dal VAR per un pestone ai danni di Lisandro Martínez all’inizio dell’azione. Sebbene il fischietto francese François Letexier abbia amministrato magistralmente il resto della gara, ha mostrato una grave pecca non sanzionando il comportamento del tecnico.
Un altro ottavo di finale ad altissima tensione, segnato da errori pesanti, è stato Svizzera-Colombia. La federazione elvetica ha protestato ufficialmente per la mancata concessione di due calci di rigore solari e per la mancata espulsione diretta di Luis Díaz, graziato dopo una violenta manata in faccia a gioco fermo, totalmente ignorata sia dal direttore di gara sia dalla sala video. Questi sono alcuni dei tanti casi di questo Mondiale in cui gli arbitri non si sono dimostrati all’altezza.
Il pessimo traghettatore di questo torneo è però il sistema FIFA. Nonostante tutti i problemi sopraelencati, l’episodio più grave in assoluto sul piano istituzionale resta il caso legato a Folarin Balogun, l’attaccante degli Stati Uniti a cui gli organi giudiziari della FIFA hanno insolitamente sospeso la squalifica per permettergli di disputare l’ottavo di finale contro il Belgio. La dinamica dei fatti è stata sconcertante: Donald Trump ha ammesso pubblicamente di aver chiamato l’amico Gianni Infantino, presidente della FIFA, lamentandosi del cartellino rosso «ingiusto» comminato alla punta americana. Il giocatore è stato così reintegrato in tempi record ed è sceso regolarmente in campo contro i Diavoli Rossi.
Il provvedimento ha sollevato un’ondata di sdegno globale che ha unito la UEFA, la quale ha dichiarato che è stata «superata una linea rossa», i vertici politici di Bruxelles e i principali notiziari internazionali. La politica si è intrecciata di nuovo pericolosamente con il mondo del calcio ma, fortunatamente, la controversa decisione non ha mutato le sorti sul campo degli Stati Uniti, travolti a suon di gol ed eliminati dal Belgio. Ha vinto la giustizia sportiva sul campo, ma si è aperto un capitolo nerissimo per la credibilità della competizione.
La speranza è che si faccia totale chiarezza al più presto, che il presidente della FIFA si assuma le proprie responsabilità e che il Mondiale possa ora proseguire normalmente, senza ulteriori interferenze politiche, lasciando spazio solo al verdetto del pallone.
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