C’è stato un tempo in cui parlare di Italia ai vertici dello sport significava quasi sempre parlare di singoli. Le imprese di Federica Pellegrini, il fioretto della scherma, le grandi vittorie della Nazionale di calcio. Campioni straordinari, capaci di portare sulle proprie spalle il peso di un intero movimento. Vincere sembrava spesso un’impresa isolata, quasi un miracolo.
Poi è arrivato il 2021.
L’Europeo di calcio, le straordinarie Olimpiadi di Tokyo, la pallavolo maschile e femminile sul tetto d’Europa. Un’estate che ha rappresentato molto più di una semplice successione di vittorie: è stata la fotografia di un’Italia capace di rialzarsi e di tornare a credere nelle proprie possibilità. Non era più soltanto la Nazionale del 2006, né un Paese costretto ad affidarsi alle proprie icone per sperare in una medaglia.
Da allora qualcosa è cambiato.
Oggi l’Italia non vive più soltanto delle imprese dei suoi fuoriclasse. Ci sono tanti ragazzi e ragazze a fare la differenza. È una generazione intera di atleti che, con disciplina, ha imparato a confrontarsi con il mondo senza sentirsi inferiore a nessuno.
Gli Europei del 2026 ne sono l’ennesima dimostrazione.
A Birmingham l’Italia ha conquistato 22 medaglie, di cui 10 d’oro, confermandosi per la seconda volta consecutiva in testa al medagliere europeo. Un risultato che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato difficilmente immaginabile. E forse è proprio questo il dato più significativo: non siamo più davanti a un exploit.
Leonardo Fabbri ha conquistato l’oro nel getto del peso. Larissa Iapichino è diventata campionessa europea nel salto in lungo. Gianmarco Tamberi ha aggiunto un altro capitolo alla sua straordinaria carriera nel salto in alto. Nadia Battocletti ha dominato i 5.000 e i 10.000 metri, mentre Dariya Derkach e Andy Díaz Hernández hanno trionfato nel salto triplo.
Ma c’è un successo che rappresenta forse meglio di tutti gli altri questa nuova Italia: quello della 4x400 maschile. Luca Sito, Edoardo Scotti, Riccardo Benati e Lorenzo Soudassi hanno conquistato uno storico oro, il primo della storia italiana nella specialità agli Europei, aggiungendo un risultato simbolico e decisivo per superare i britannici nel palmares finale. È proprio nelle staffette che si comprende quanto sia cambiato lo sport italiano. Non basta più il talento del singolo: servono quattro atleti, quattro storie e quattro prestazioni che devono incastrarsi perfettamente. È la vittoria del gruppo, esattamente il concetto che ha accompagnato la crescita dello sport azzurro negli ultimi anni.
E anche gli infortuni raccontano quanto fosse grande il potenziale della squadra. Marcell Jacobs, Mattia Furlani e Lorenzo Simonelli erano tra gli uomini più attesi, ma non hanno potuto giocarsi fino in fondo le proprie possibilità. Jacobs, in particolare, era arrivato in finale con il miglior tempo in semifinale, prima di essere costretto al ritiro per un problema fisico. Eppure l’Italia ha continuato a vincere. È questo, forse, il vero salto di qualità: quando manca un campione, ce n’è un altro pronto a prendere il suo posto.
Se Birmingham ha rappresentato la consacrazione dell’atletica, Parigi è stata la conferma di una certezza che ormai sembra difficile da mettere in discussione: l’Italia del nuoto è una potenza mondiale.
Gli azzurri hanno conquistato 43 medaglie complessive e hanno vinto la classifica, dominando, con un bottino costruito attraverso nuoto, fondo, tuffi e altre discipline acquatiche.
Tra i protagonisti c’è Nicolò Martinenghi, capace di conquistare l’oro sia nei 100 sia nei 50 metri rana. Simona Quadarella ha confermato la propria straordinaria continuità, vincendo gli 800, i 1500 e i 400 metri stile libero. Poi c’è Chiara Pellacani, una delle grandi protagoniste della spedizione azzurra, capace di raccogliere ben cinque medaglie d’oro nei tuffi.
E infine Sara Curtis. A soli 19 anni, la giovane azzurra ha scritto una delle pagine più sorprendenti di questi Europei, stabilendo il record del mondo nei 50 metri dorso con 26"56. Un risultato che non rappresenta soltanto una medaglia, ma l'annuncio di una nuova protagonista destinata a essere al centro del nuoto internazionale per gli anni a venire.
Anche gli altri nomi raccontano una squadra profonda e competitiva. Benedetta Pilato ha conquistato due argenti nella rana, mentre Thomas Ceccon ha aggiunto nuovi podi al proprio palmarès. Ginevra Taddeucci ha brillato nel fondo, conquistando due ori, mentre Gregorio Paltrinieri ha continuato a dimostrare una longevità agonistica fuori dal comune. E proprio Ceccon ha sfiorato l’oro per appena un centesimo: una di quelle sconfitte che, per quanto amare, raccontano quanto sottili siano ormai i margini tra l’Italia e il vertice assoluto.
La cosa più bella di questi Europei, però, non è soltanto il numero delle medaglie. Sono le conferme. Sono i giovani che avanzano. Sono i campioni affermati che continuano a vincere. Sono le staffette che tornano stabilmente sul podio. Sono i record italiani ed europei che cadono e prendono il nome degli azzurri. Sono soprattutto le discipline in cui, fino a pochi anni fa, un podio sembrava un evento eccezionale, che adesso vedono gli azzurri competere regolarmente per il primo posto. È questa la vera trasformazione. L’Italia dello sport non aspetta più il fenomeno di turno per sentirsi grande. Lo costruisce, lo affianca ad altri e crea squadre capaci di competere in più discipline contemporaneamente. Il calcio può deludere, e non c’è nulla di male nel riconoscerlo. Lo sport italiano, però sta progredendo e bisogna rendersene conto. Un movimento di atleti professionisti che va avanti insieme. Forse è proprio questo il messaggio più importante che arriva da Birmingham e da Parigi. Se prima c’erano gli eroi. Oggi continuiamo ad avere campioni di alto livello, ma non siamo più costretti a cercarli uno per uno. Perché dietro ogni oro ce ne sono altri. Dietro una vittoria c’è una staffetta. Dietro una medaglia c’è una squadra. Dietro un record c’è una generazione che cresce. E dietro ogni campione c’è un movimento che, finalmente, sembra aver smesso di considerare la vittoria un’eccezione.
L’Italia non si stupisce più quando vince. Si stupisce, semmai, quando non lo fa. E allora questi eruropei non sono soltanto due medaglieri da celebrare. Sono la fotografia di un cambiamento iniziato nel 2021 e diventato, anno dopo anno, sempre più evidente. L’Italia è tornata a vincere. Ma soprattutto ha imparato a farlo insieme. E quando un Paese smette di affidare i propri sogni a un solo campione e comincia a costruire una generazione intera di vincitori, allora non si può più parlare di rinascita. Si può parlare di una nuova era. Una nuova era per lo sport italiano.
E la speranza di tutti gli amanti dello sport è che pure nel calcio possa esserci una trasformazione di questo tipo. Terminata nel nascere dopo il trionfo agli Europei inglesi. C’è bisogno di ripartire, ricostruire un progetto partendo dai vertici più alti fino a i giocatori stessi per tornare a sognare e a vivere il calcio azzurro come meritiamo.
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