Quando si parla di calcio nelle vene credo che si possa parlare tranquillamente della famiglia Mazzola.
Valentino e Sandro, da padre in figlio.
La loro storia inizia negli anni 40’ con il Grande Torino, uno squadrone che vinse cinque campionati italiani. Valentino ne era il capitano, il numero dieci, il tuttocampista, creava magie e trasformava le sue giocate in prodezze. Era tra i più forti della sua epoca e niente poteva fermarlo. Tanti goal dettati da enormi potenzialità tecniche e atletiche. Oltre alle vittorie altisonanti con il club, giocò anche per la nazionale, ma per via della Seconda Guerra Mondiale disputò soltanto 12 partite.
A soli trent’anni perse la vita, nella tragica vicenda di Superga. L’aereo del Torino di ritorno da un’amichevole a Lisbona si schiantò contro una Basilica, morirono tutti passeggeri, tra cui 18 giocatori.
In Italia fu lutto nazionale e, a quattro giornate dalla fine del campionato, venne assegnato ai granata il quinto scudetto della loro storia.
La dinastia dei Mazzola, però, non finì dopo quel brutto evento. Il figlio Sandro aveva molto più del nome d’arte, era un vero e proprio prodigio. Giocò all’Inter dalle giovanili fino a fine carriera. Con la maglia nerazzurra vinse tutto e collezionò ben 565 presenze. Fu tra i marcatori più prolifici del club milanese, e della nazionale italiana, con cui disputò il Mondiale del 70’ e fece la famosa staffetta con Gianni Rivera che li portò in finale, a giocare contro il Brasile di Pelè. Gli Azzurri persero 4-1, ma quella squadra entrò comunque nella leggenda. Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Sandro rimase nel mondo del calcio, ricoprendo diversi incarichi dirigenziali. Lavorò per Inter, Genoa e Torino e nel 2014 entrò nella Hall of Fame del Calcio Italiano.
Ma forse la conquista più grande non fu soltanto quella di essere diventato un campione. Ma bensì, di essere riuscito a vivere tutta la propria carriera portando sulle spalle il nome di Valentino. Per anni Sandro è stato inevitabilmente accostato al padre. Valentino era morto quando lui era ancora un bambino e il suo ricordo era diventato quasi un mito. L’ex nerazzurro però, riuscì a trasformare quel cognome immenso in una storia altrettanto grande, costruita con la propria personalità, il proprio talento e le proprie vittorie.
Il 19 settembre 2026, Sandro Mazzola è morto all'età di 83 anni, dopo una lunga malattia. Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi protagonisti di quell'epoca del calcio italiano, della grande Inter e dell’Italia campione d’Europa nel 68’ e vicecampione del mondo nel 70’.
Tutti i campioni meritano rispetto, tutte le morti dignità, oltre i colori di una sciarpa. Ancora oggi, a Superga, si ricordano i giocatori del Grande Torino, scomparsi nel 1949. Una tragedia che appartiene alla memoria dello sport italiano e che dovrebbe ricordarci una cosa semplice, davanti alla morte, le rivalità dovrebbero fermarsi. Casi come questi devono unire. Ciò che è successo all’Allianz Stadium domenica, invece, è inqualificabile e merita delle sanzioni. La Curva Sud della Juventus ha deciso di non prendere parte al minuto di silenzio dedicato a Sandro Mazzola, girandosi di spalle e intonando cori che con il calcio hanno poco a che fare. Mentre sullo schermo compariva l’immagine di Sandro e i giocatori erano stretti a metà campo, c’è chi ha scelto di voltarsi dall’altra parte. E forse, in quel momento, si è persa la partita più importante di tutte, che non era quella sul campo, ma quella più umana, quella del rispetto e della dignità. Chi gli ha voluto bene e lo ha rispettato prima come uomo che come giocatore, ieri, nella sua Milano, gli ha dato l’ultimo saluto. Infatti, si sono svolti nella Basilica di Sant'Ambrogio i funerali, dove centinaia di tifosi hanno voluto rendere omaggio a quella che per il mondo del calcio non è statasoltanto una bandiera, ma una parte della propria storia. La bara è arrivata accompagnata da rose bianche e dalla maglia numero 8, il numero che Sandro aveva indossato per tanti anni con la maglia dell’Inter. Fuori dalla basilica, un lungo applauso ha accompagnato il suo ultimo viaggio.
Quello che è stato fatto dalla dinastia Mazzola resterà nella memoria collettiva. E probabilmente il lascito più grande di questa grande dinastia di calciatori è aver dimostrato che uno sport può sopravvivere agli uomini, alle rivalità e persino alle tragedie. I nomi restano, le generazioni passano. E quando un giorno non ci sarà più nessuno a raccontare queste storie, saranno ancora le maglie, le immagini e il ricordo a farlo per noi.

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