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“Supporti o condanni quello che è successo il 7 ottobre?”
È diventata la domanda riflessa, automatica, ripetuta fino allo sfinimento ogni volta che un esponente vicino alla causa palestinese appare in un talk show, in una radio, in un’intervista. Una domanda che non esplora, non chiarisce, non analizza: serve solo a mettere all’angolo.
L’abbiamo sentita centinaia di volte. E continueremo a sentirla, perché nell’arena mediatica occidentale è diventata una sorta di rito di passaggio obbligato: prima condanna, poi – forse – puoi parlare.
Questa insistenza non è casuale. È il sintomo di un giornalismo che, soprattutto nelle sue versioni più istituzionali e mainstream, sceglie spesso la via più semplice: piegarsi alla cornice narrativa dominante, al potere istituzionalizzato che da anni influisce e impatta sull’informazione. Lo stesso che pretende di ridurre una questione storicamente, politicamente e umanamente complessa a un unico atto, una sola data, una sola domanda.
Così si evita di affrontare il resto: l’occupazione, gli apartheid territoriali documentati, i bombardamenti quotidiani, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili, la crisi umanitaria senza precedenti.
Porre quella domanda, in quel modo, non è neutrale. È un dispositivo retorico.
È la scorciatoia che permette a chi conduce il dibattito di spostare l’attenzione dal presente di Gaza – un presente fatto di morti, fame, assedio, esproprio e traumi collettivi – verso una richiesta di legittimazione morale.
Come se chi appartiene al popolo palestinese, o chi lo sostiene, dovesse perennemente iniziare il proprio discorso con un atto di autoaccusa.
Come se per parlare del proprio dolore fosse necessario prima giustificarsi.
Come se condannando il 7 ottobre le bombe smettessero di piovere e i proiettili di uccidere.
Eppure, questa asimmetria è evidente.
Quante volte, nei media occidentali, un rappresentante istituzionale israeliano è stato incalzato con domande equivalenti?
Quante volte gli è stato chiesto di “condannare” le azioni del proprio governo, dei propri militari, delle proprie autorità politiche?
A loro si presenta un altro tipo di domande. Non c’è un rituale di condanna obbligatoria.
Ed è in questa differenza che si rivela la stortura.
Perché nella narrazione dominante, il palestinese rimane inchiodato al ruolo di imputato.
È sempre lui a dover dimostrare di essere “accettabile”, “moderato”, “degno di parola”.
È sempre lui a dover giustificare l’esistenza di un popolo che, prima ancora degli eventi recenti, vive da decenni in condizioni di repressione, occupazione e violazioni documentate del diritto internazionale.
Pretendere una condanna come condizione preliminare alla discussione non è un atto di equilibrio giornalistico: è un modo per evitare di affrontare la radice del problema.
È un espediente che permette di sviare lo sguardo dal contesto più ampio: quello che il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU definisce come GENOCIDIO.
E soprattutto, è un modo per trasformare il dibattito su un dramma umanitario in un giudizio morale individuale.
Non si parla più di bombardamenti, di famiglie distrutte, di bambini uccisi.
Si parla di “sei d’accordo o no?”, come se non si trattasse più della tragedia di un popolo.
Ed è proprio qui che si misura la vera povertà del nostro dibattito pubblico: nella scelta deliberata di trasformare una tragedia umana in un test di purezza morale per una sola delle parti coinvolte. Mentre Gaza viene cancellata a colpi di bombe, mentre intere famiglie vengono spezzate, mentre persino gli ospedali e le scuole diventano macerie, il giornalismo occidentale continua a interessarsi più alla postura dell’intervistato che alla verità dei fatti.
Più alle parole che ai cadaveri.
E in questo rovesciamento totale di prospettiva, chi parla di Palestina non solo deve difendersi, ma deve farlo in un’arena costruita per farlo perdere.
Questa ossessione per il «condanni o non condanni» è l’alibi perfetto per evitare la domanda che davvero sarebbe scomoda:
chi protegge i civili palestinesi? chi ferma la distruzione sistematica? chi interrompe il genocidio?
Ma queste domande non si fanno, perché obbligherebbero a guardare dritto negli occhi la responsabilità dei governi occidentali, dei loro silenzi, delle loro armi, delle loro complicità politiche.
È molto più comodo puntare il dito verso un palestinese in studio e chiedergli di condannare ciò che non ha fatto, piuttosto che interrogare le scelte di chi bombarda, assedia e affama un intero popolo sotto gli occhi del mondo.
E allora la verità è che quella domanda – ripetuta come un mantra – non serve a fare chiarezza. Serve a mantenere un ordine.
Serve a dire: “Tu sei quello che deve giustificarsi, noi siamo quelli che giudicano”.
Serve a trasformare la vittima in sospetto e l’oppressore in interlocutore rispettabile.
Serve a proteggere uno status quo che ha più paura della verità che della violenza.
Perché il giorno in cui smetteremo di chiedere ai palestinesi di auto-condannarsi e inizieremo a chiedere conto a chi li bombarda, a chi li assedia e a chi li sostiene, quel giorno il discorso cambierà davvero.
E cambierà perché finalmente avremo scelto di guardare la realtà, non la sua versione addomesticata: quella in cui c’è un popolo che chiede solo di vivere, e un sistema mediatico che, nel frattempo, gli chiede di giustificare la propria esistenza.
Autore
Giuseppe Serra
