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Ogni anno, con l’avvicinarsi dell’8 marzo, vediamo sempre più uomini partecipare a manifestazioni, condividere contenuti femministi sui social o indossare simboli di sostegno alle lotte per l’uguaglianza di genere. È un cambiamento significativo, e per molti aspetti necessario. La visibilità pubblica e la partecipazione collettiva restano conquiste fondamentali dei movimenti femministi: senza di esse molti cambiamenti culturali non sarebbero nemmeno immaginabili. Tuttavia, una domanda rimane spesso sospesa: cosa succede quando i riflettori si spengono?
Il riflesso della piazza e il silenzio del quotidiano
Negli ultimi anni il linguaggio del femminismo è entrato negli spazi pubblici, culturali e politici frequentati anche da uomini che si definiscono progressisti, alleati o sensibili alle questioni di genere. Ma il passaggio dall’adesione simbolica alla trasformazione reale è molto più complesso di quanto sembri. Perché il femminismo non si misura nei momenti pubblici, ma nelle relazioni quotidiane, nelle scelte informali e nei piccoli equilibri di potere che attraversano gruppi di lavoro, amicizie e comunità.
Il patto patriarcale invisibile
Il patriarcato contemporaneo raramente si presenta attraverso forme esplicite o dichiaratamente ostili verso le donne. Più spesso sopravvive in modalità sottili, quasi invisibili, sostenuto da dinamiche relazionali che rimangono incontestate anche in ambienti che si percepiscono come avanzati o politicamente consapevoli. Una di queste dinamiche è ciò che potremmo chiamare un patto patriarcale implicito. Come teorizzato dalla filosofa Celia Amorós, si tratta di un "patto tra pari" che garantisce la solidarietà maschile per preservare il potere del gruppo, emergendo con forza soprattutto nei momenti di conflitto.
Questo patto non è necessariamente consapevole. Non richiede cattive intenzioni né un rifiuto esplicito dei valori femministi. Si manifesta piuttosto attraverso gesti minimi: la tendenza a proteggere un amico prima ancora di ascoltare una donna, la ricerca immediata di una mediazione che ristabilisca l’armonia del gruppo, la neutralità apparente che evita di prendere posizione e che, proprio per questo, finisce per preservare lo status quo.
Il paradosso del cerchio ristretto
Esiste inoltre un paradosso che emerge spesso nelle conversazioni pubbliche: quasi nessun uomo dichiara di avere amici violenti o responsabili di comportamenti problematici, eppure quasi tutte le donne raccontano di aver vissuto, nel corso della propria vita, esperienze di molestia, pressione o violenza. Questa discrepanza non può essere spiegata come una semplice coincidenza. Rivela piuttosto quanto certi comportamenti vengano normalizzati all’interno delle relazioni maschili. È quello che l'antropologa Rita Segato, nel saggio "La guerra contro le donne", definisce mandato di mascolinità: un obbligo implicito di dimostrare la propria appartenenza al gruppo attraverso la protezione dei propri pari (spesso a scapito della verità o della sicurezza delle donne), affinché l'equilibrio della "fratellanza" non venga incrinato.
Gestione del conflitto o conservazione dello status quo?
In questi contesti, la domanda centrale non diventa più cosa è accaduto, ma come evitare tensioni all’interno della rete maschile preesistente. E così il conflitto viene spesso reinterpretato come un problema relazionale o comunicativo, affrontato attraverso una mediazione che mira a chiudere rapidamente il conflitto, piuttosto che ad affrontarne le cause. La mediazione, di per sé, può essere una pratica profondamente trasformativa quando crea condizioni di ascolto reale e responsabilità condivisa. Diventa però conservativa quando viene utilizzata principalmente per ristabilire l’armonia del gruppo, evitando di interrogare le asimmetrie di potere che hanno generato il conflitto.
In molti casi, questo equilibrio viene ripristinato attraverso l'isolamento della donna che ha reso evidente la dinamica problematica: chi rompe il silenzio finisce per essere percepita come la vera fonte di tensione, subendo un ostracismo che sposta l'attenzione dal comportamento maschile alla presunta "difficoltà" relazionale della vittima.
Ho osservato queste dinamiche da vicino in contesti attivisti e progressisti, dove uomini capaci di promuovere pubblicamente valori di uguaglianza continuavano, nelle relazioni personali e nei contesti di lavoro informali, a riprodurre asimmetrie profonde. Non solo nelle relazioni affettive, ma anche nel riconoscimento professionale ed economico: in alcuni casi, il disagio non veniva espresso apertamente verso decisioni organizzative o strutturali, ma si spostava sulla donna che improvvisamente occupava uno spazio di legittimità o di responsabilità inatteso.
Oltre il femminismo performativo: il rischio relazionale
Ciò che colpisce non è la presenza dell’errore umano, inevitabile in qualsiasi spazio sociale, ma la rapidità con cui le reti di fiducia maschili si attivano per reinterpretare gli eventi, minimizzare l’impatto delle esperienze femminili o spostare l’attenzione sulla necessità di "andare avanti" senza creare divisioni. In nome della coesione, si evita il confronto. In nome dell’equilibrio, si sospende l’ascolto.
È qui che emerge una contraddizione profonda del femminismo performativo: partecipare alle mobilitazioni o adottare simboli di sostegno non implica automaticamente una trasformazione delle pratiche relazionali. Il patriarcato oggi non ha più bisogno soltanto di uomini apertamente sessisti, gli bastano uomini che non interrogano mai se stessi quando il conflitto riguarda un altro uomo.
Essere alleati significa assumersi un rischio relazionale. In questo senso, come osserva il filosofo Lorenzo Gasparrini, l'alleanza maschile non può ridursi a un'etichetta pubblica o a una partecipazione simbolica. Deve invece tradursi in una costante pratica di autocritica e nella capacità di mettere in discussione i propri privilegi (e i propri silenzi) proprio all'interno di quegli spazi che consideriamo sicuri. Significa chiedersi cosa accade quando un amico supera un limite, quando una donna racconta un’esperienza difficile, quando la scelta più comoda è restare “neutrali”.
Forse la domanda più scomoda, ma anche più necessaria, è questa: cosa siamo disposti a mettere in discussione per rendere reali i valori che affermiamo di sostenere? Le nostre idee pubbliche o le nostre relazioni private? I nostri discorsi o la nostra capacità di scardinare, nello spazio quotidiano, le nostre complicità?
Per approfondire
- Celia Amorós, "Hacia una crítica de la razón patriarcal" : analisi filosofica dell’universalismo moderno e delle dinamiche di esclusione che sostengono la solidarietà maschile nelle strutture patriarcali.
- Rita Segato,"La guerra contro le donne". In questa raccolta di saggi l'antropologa analizza il "mandato di mascolinità" e la fratellanza maschile come pilastri della violenza patriarcale.
- Lorenzo Gasparrini, "Diventare uomini": una riflessione contemporanea sulla mascolinità critica in Italia e il ruolo degli uomini nel femminismo.
Autore
Stephanie Cabovianco
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