Dopo un’attesa che nel panorama televisivo contemporaneo è parsa un'era geologica, Euphoria fa il suo ritorno sui nostri schermi. E lo fa spiazzando le aspettative. Le premesse non erano buone, dopo la confusione creata da Labrinth e la produzione; recensioni veramente basse per il primo episodio; e la morte di due degli attori del cast. C’è da ammettere, però, che questo ci ha aiutato a prepararci. Chiunque si aspettasse di ritrovare immediatamente il caleidoscopio lisergico, i glitter e le luci stroboscopiche che hanno definito l'identità visiva delle prime due stagioni, rimarrà sorpreso fin dalla primissima inquadratura. Sam Levinson, in questo primo, monumentale episodio della terza stagione, opera un vero e proprio scarto paradigmatico. Ho visto innumerevoli serie TV crollare sotto il peso della propria firma stilistica. Euphoria, invece, ha scelto la strada più impervia e coraggiosa: decostruire la propria estetica per permettere ai suoi personaggi di evolvere. Il risultato è un trionfo assoluto, un episodio che offre una narrazione visivamente inedita, pur mantenendo intatta e vibrante la stessa, dolorosa chiave di lettura dei temi trattati.
Dalla sovraesposizione al realismo
Il cambiamento di registro è netto ed è dettato da una precisa necessità drammaturgica: l'adolescenza bruciante sta lasciando il passo a una prima età adulta disincantata. Levinson e il direttore della fotografia abbandonano l'esuberanza del digitale iper-saturo per abbracciare un’estetica che flirta con un realismo caldo. La palette cromatica cambia drasticamente: i viola elettrici e i blu al neon sono stati sostituiti da una palette desaturata, dominata da toni terrosi e ombre profonde. E la segue anche l’illuminazione, passando da un focus concentrato sui volti dei personaggi ad un’illuminazione ambientale, che non mette in risalto l’uno o l’altro.
Rue e la Sobrietà: Il Piano sequenza del Quotidiano
Il nuovo corso stilistico trova la sua massima espressione nella scena d'apertura dedicata a Rue: invece del consueto montaggio frenetico accompagnato da una colonna sonora onnipresente, l'episodio si apre con un piano sequenza di quattro minuti, girato a spalla. Rue ti chiama a seguirla lungo il perimetro di un anonimo supermercato suburbano durante il turno di notte. La macchina da presa le sta incollata alle spalle, distorcendo leggermente le corsie ai lati dell'inquadratura. Non c'è voce fuoricampo, non c'è musica: c'è solo il ronzio asettico dei frigoriferi. In questa singola inquadratura prolungata, la regia ci comunica tutto ciò che dobbiamo sapere sulla sua nuova condizione: la sobrietà non è un party scintillante, ma un lavoro sfiancante, monotono, mal retribuito e terrificante nella sua normalità.
Geometrie dell'Oppressione
E se per Rue si tratta di sobrietà, la monotonia e l’alienamento dalla realtà si traduce in varie sfaccettature in base ai personaggi trattati, da Maddy a Cassie; da Nate a una Jules di cui ancora non sappiamo niente, se non un dettaglio. Quello che capiamo è che il lavoro opprime in un circolo in cui i personaggi sembrano mostrare il massimo sforzo per una resa discutibile: i lavori sognati da una vita si rivelano deludenti, le circostanze esterne si oppongono al successo e la via più semplice sembra essere anche la più redditizia: OnlyFans.
Aspettando di vedere come si evolverà questo tema -per il quale mi aspetto che Euphoria abbia sviluppato una narrazione molto interessante-, va comunque menzionato il mio personaggio preferito che sembra discostarsi lievemente da questo trend: Lexi. Il personaggio più umano -inteso in termini di valori e non di realismo- di tutta la serie sembra forse aver trovato la sua vera strada dopo due stagioni a vivere nell’ombra di una vita di cui, per quanto fosse figa, vedeva ogni squallido retroscena e ha pensato bene di starci molto alla larga.
Nuova Narrazione, Stessa Anima
Cosa significa, dunque, questo stravolgimento formale per l'identità della serie?
Per me significa maturità.
Quando un prodotto funziona, il pubblico pretende che ci sia una seconda, una terza, quarta, quinta, sesta… stagione, tutte identiche alla prima. Quando le casi produttrici folli come Netflix decidono di seguire questo schema, il pubblico si lamenta per l’omogeneità dello stile e dei temi.
HBO non ha mai avuto questo problema per fortuna: sì ascoltare il pubblico, ma fino ad un certo punto.
I temi cardine di Euphoria -la dipendenza, l'esplorazione dell'identità sessuale, il trauma intergenerazionale e la brutalità dell'essere giovani in un mondo privo di reti di salvataggio- sono tutti presenti. Tuttavia, spogliati della loro patina glamour. Perché? Perché siamo diventati grandi.
Nelle prime due stagioni, la regia fungeva da droga stessa: ci inebriava, replicando l'euforia chimica dei suoi protagonisti. In questa terza stagione, la macchina da presa sembra essere completamente sobria. Ci guarda dritto negli occhi, con un realismo duro e senza sconti.
Questo primo episodio dimostra che Euphoria non era semplicemente un esercizio di stile fine a se stesso. È un'opera capace di cambiare pelle, di adattare la propria sintassi cinematografica all'arco narrativo dei suoi personaggi. Un ritorno magistrale che riconferma la serie come uno dei prodotti televisivi più importanti, coraggiosi e tecnicamente impeccabili della nostra epoca.
Bentornata Euphoria.
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