Dopo quattro anni di silenzio e l’uscita dallo Xenoverso, Rancore torna il 3 aprile 2026 con un nuovo album: Tarek da colorare. È un ritorno potente, che riapre subito il suo universo poetico e visionario: un viaggio nella parola, tra le figure immaginifiche del Codex Seraphinianus e immagini che sembrano frammenti di uno Xenoverso ormai intrecciato al nostro mondo.

Il fantastico non è più evasione, ma strumento per raccontare con crudezza il reale. La destrutturazione non dissolve il senso: al contrario, diventa il mezzo per scavare più a fondo nella realtà e metterne a nudo le contraddizioni.
Non a caso, ad aprire l’album sono proprio le Fanfole. È un brano fortemente evocativo, che richiama da un lato i labirinti linguistici di Gadda, dall’altro la metasemantica di Fosco Maraini – da cui il titolo stesso del pezzo è tratto. È qui che il lavoro di Rancore approda a un livello ulteriore di astrazione: non racconta di una realtà a noi nota, né ne costruisce una separata da quella esistente, ma ne genera una nuova, capace di richiamare la nostra, deformarla e restituircela sotto un’altra luce. Una realtà che nasce da ciò che conosciamo, ma che ci costringe a guardarlo diversamente.
Come lo stesso rapper dirà a Billboard Italia, non si tratta di una rinuncia alla visionarietà e all’immaginifico presenti in Xenoverso, quanto piuttosto di un nuovo modo per metterli a frutto: la parola è uno strumento potente, talvolta in grado di modificare la realtà, e Rancore sembra volerlo dimostrare. Non è un puro “esercizio di stile”, ma un tentativo di liberare la realtà dal suo significato comune e scontato, mettendone in luce le infinte possibilità alternative attraverso «un codex dove puoi destrutturare il lògos».
Critica impietosa quella di Rancore alla nostra realtà – sociale, politica, emotiva –, che lascia tuttavia spazio ad una dimensione nuova, quasi inedita dell’artista: quella autobiografica. Mai le sue origini egiziane erano entrate così apertamente in un suo brano: invece, ad un certo punto, in Fanfole, Tarek rappa interamente in arabo. È proprio nel pezzo in cui la lingua italiana è resa più viva ed animata che cade la scelta di inserire la lingua araba, non per un gioco di contrapposizioni, ma nel tentativo di unire due mondi.
La capacità del rapper di avviare la narrazione dal privato per ampliarla subito ad una storia di portata comune e condivisa lo porta ad esporsi in Divinità, sul doloroso divorzio dei genitori. Qui, la separazione diventa metafora di perdita delle grandi certezze, spinta fino all’estrema conseguenza della perdita della fede, alla “morte” di Dio.
Il disco, che comincia con un brano-manifesto incentrato sull’uso del linguaggio, si chiude con un pezzo altrettanto interessato all’uso della lingua, ma con una sfumatura più ironica. L’incipit presenta un testo impegnato e provocatorio, che sfida le potenzialità della lingua in generale; la conclusione, invece, ne analizza un aspetto specifico: la bestemmia. Sempre di linguaggio si parla, ma questa volta è un linguaggio «rotto» – come lo stesso cantante lo definisce –, determinato dalla frattura del legame con il divino. È quando il rapporto si lacera ed il dialogo viene a mancare che la lingua si volgarizza e diventa imprecazione.
Come è stato detto, però, il racconto di Rancore nel nuovo album non è solo metaforico. Il rapper ha abbandonato la dimensione dello Xenoverso del disco precedente per tuffarsi nella concretezza del reale: dapprima narrando di un luogo – Scale mobili – che si trova a metà tra i due mondi, un ambiente liminale dove ogni movimento è apparente, dove non si progredisce mai davvero; poi approdando direttamente a Roma, col brano Roma non può. Qui viene completamente ribaltata la mitizzata immagine della capitale, città dell’arte, della Chiesa, di Fellini. È uno sguardo sulla nostra italianissima ipocrisia romanticizzante, da cui emerge il degrado della città in tutta la sua impotenza.
C’è un dettaglio materiale di questo disco che vale la pena di sottolineare, per chiudere il cerchio: le copie materiali sono sempre corredate di un booklet da colorare e, in certi casi, anche di un set di pastelli. È questo l’elemento rivelatore della natura profonda del progetto: è un album arrabbiato e rabbioso, ma non monolitico. Non è un’opera autoconclusiva, bensì in continua evoluzione, come chiedesse ad ogni ascoltatore di aggiungere ad essa il proprio personale contributo. Non dà risposte né fornisce verità indiscutibili: propone piuttosto una ricerca condivisa di senso e di alternative in una realtà che disorienta.
E come ciascuno di noi può colorare la copertina a proprio piacimento, così l’album invita ogni ascoltatore a colmare gli spazi lasciati in bianco, scegliendo i colori – le proprie conclusioni – con cui dare forma al suo significato.
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