I tarocchi sono oggetti compositi, inafferrabili, che non si lasciano ridurre alla loro funzione apparente.
Nati come immagini ordinate in una serie, sono diventati nel tempo una macchina dell’interpretazione: non tanto perché dicano il futuro, quanto perché ci dimostrano come, dal rapporto tra figure, possano nascere infinite storie. In questo senso i tarocchi diventano il soggetto di infiniti racconti, laboratorio del visibile, alfabeto di immagini da cui si sprigionano storie, archetipi, metamorfosi.
Oggi – e fino al 2 giugno 2026 – all’Accademia Carrara di Bergamo è possibile immergersi in questo mondo, grazie alla mostra Tarocchi - Le origini, le carte, la fortuna. Qui, per la prima volta da oltre un secolo, sono state riunite le 74 carte che compongono il meraviglioso Mazzo Colleoni – e non solo –. I pezzi da cui il mazzo è costituito, infatti, sono da tempo disseminati per il mondo e conservati tra The Morgan Library & Museum di New York, la collezione privata della famiglia Colleoni e la stessa Accademia Carrara.
UN VIAGGIO NELLA STORIA
Il mazzo Colleoni è il protagonista indiscusso di questa esposizione, che attraverso un percorso ripartito in sei stanze presenta al pubblico carte, dipinti, arazzi, disegni, manoscritti e stampe che ripercorrono la storia dei tarocchi dalla loro nascita, intorno al Quattrocento, alla tradizione moderna che li riguarda. In questo viaggio viene resa manifesta la singolare capacità di queste carte di assorbire e riverberare immaginari figurativi di epoche diverse, fino a condensare in sé un patrimonio visivo stratificato e radicato, che attraverso le carte viene incessantemente rielaborato e tramandato.
Addentrandosi nella prima sala, comincia un viaggio tra le corti europee 400esche, dove le meravigliose carte da gioco – miniate, dipinte, patinate d’oro –trovano la loro prima diffusione. Nati tra Bologna, Ferrara e Firenze, i tarocchi per come li conosciamo noi oggi trovano i loro più preziosi “antenati” sopravvissuti al tempo nei tre grandi mazzi Milanesi: il Mazzo Visconti di Modrone, il Mazzo Brambilla e quello Colleoni.
Man mano che si procede nelle sale, ci si immerge sempre più in questo mondo quasi magico fatto di dettagli e colore, passando dalle miniature degli artigiani alla carta stampata. È proprio a questo punto, a partire dal primo Cinquecento, che avviene un cambio di rotta: la stampa permette una sempre più ampia circolazione dei tarocchi, che iniziano a fare il giro dell’Europa intera. Anche in questa fase, di grande propagazione ed evoluzione, non mancano gli audaci tentativi di dare nuova forma alle ben note carte da gioco: il mazzo di Sola Busca (del 1491, esposto in mostra) ne è un esempio. In esso, dominano tra gli arcani alcuni dei maggiori personaggi biblici e del mondo romano, mentre i semi rimandano a elementi del mondo alchemico.
Dal tardo Settecento inizia la vita dei tarocchi come mezzo di divinazione, di lettura del futuro. Questa tendenza, nata in Francia verso la fine del secolo, darà il via a una larga produzione artistica che mescolerà le classiche figure, che da sempre animano queste carte, con la dimensione esoterica. È qui che iniziano a diffondersene le prime versioni con caratteri, forme e figure tipiche del mondo misterico, come quelle del mazzo di Arthur Edgar Waite e Pamela Colman Smith, sul quale è impossibile non indugiare durante la visita.

Mazzo di Arthur Edgar Waite e Pamela Colman Smith, 1910
Da questo punto in poi, lo sguardo che la mostra offre si apre sempre più verso il mondo intero, uscendo dalla sola Italia, e verso i secoli successivi, per arrivare infine al Novecento. Con il secolo scorso, si inaugura una stagione di questa lunga tradizione che apre a queste forme d’arte nuovi orizzonti: gli artisti novecenteschi intuiscono nei tarocchi un mezzo per creare opere immaginifiche, persino oniriche, che siano espressione dell’inconscio e dell’interiorità. È questa suggestione che ci guida lungo l’ultima sala, dove trovano spazio gli acquerelli di Francesco Clemente, le sculture di Niki de Saint Phalle, le carte di Leonora Carrington, la fotografia di Irving Penn e molte altre opere.

Irving Penn, The Tarot Reader (Bridget Tichenor e Jean Patchett), 1949
UNA LIBRERIA DI IMMAGINI
A metà del percorso, nella terza stanza, ci si imbatte in un’insolita libreria. Si tratta della sezione dedicata ai tarocchi in letteratura, dove trovano il proprio spazio un’ampia serie di volumi nei quali, specialmente nel corso del Novecento, le carte hanno trovato la loro dimensione anche al di fuori delle sole arti figurative: esse sono state spesso oggetto di indagine storica, ma anche vasto repertorio generatore di suggestivi racconti. Spicca tra i tanti autori Italo Calvino, nume tutelare di questa tradizione letteraria. Maestro del gioco combinatorio, egli utilizzerà i tarocchi come base di un intero filone della sua produzione: si pensi al Castello dei destini incrociati, che nella versione edita da Franco Maria Ricci è accompagnata da immagini che incorniciano nel racconto proprio le figure del Mazzo Colleoni – è infatti la stanza-libreria, in cui sono Calvino e la sua opera l’elemento centrale, ad introdurci alla sala che contiene queste carte –.
IL MAZZO COLLEONI
Sono i tarocchi Colleoni, in tutto il loro splendore, ad accogliere i visitatori nella quarta sezione della mostra. Noto col nome del suo ultimo possessore – Alessandro Colleoni – e risalente alla metà del 1500, il mazzo conta oggi 74 delle 78 carte totali che originariamente lo costituivano. Realizzati dalla bottega di Bonifacio Bembo e decorati con fini miniature e sfondi dorati in pieno stile medievale, questi tarocchi illuminano emblemi e motti propri degli Sforza e dei Visconti. Tra gli arcani maggiori ne spiccano sei in particolare: Forza, Temperanza, Stella, Luna, Sole e Mondo splendono più degli altri con il loro sfondo aureo e i colori sgargianti. Queste sei carte, infatti, sono frutto di un’ integrazione successiva, finalizzata a sopperire alla perdita degli esemplari originali perduti, integrando così il mazzo.

Tarocchi Colleoni; da sinistra a destra, dall’alto in basso: Matto, Baigatto, Papessa, Appeso, Morte, Temperanza, 1480 – 1490 circa.
UN “GIOCO” DALLE INFINITE POTENZIALITÀ CREATIVE
Nati come uno tra i tanti giochi di carte che ha animato, nei secoli, il mondo delle corti italiane, divenuti strumento reputato in grado di comprendere cosa ci prospetta il futuro, i tarocchi sono oggetti misteriosi e affascinanti nella loro unicità. C’è chi crede alle loro capacità “divinatorie” e chi, invece, è più scettico, ma comunque la si pensi una cosa è certa: i tarocchi non solo prevedono storie, ma le rendono possibili. Ogni volta che si dispongono le carte, esse generano da sole intere costellazioni narrative; la loro lettura è in grado di creare nuovi mondi, nuovi racconti, ma anche di farsi specchio di una realtà che già si conosce, dandole forme sempre nuove. Sono repertori inesauribili di immagini, archivi di grandi archetipi letterari e laboratorio infinito, dove caso e forma concorrono a generare mondi grazie al solo mezzo dell’interpretazione.
L’Accademia Carrara ci fornisce l’occasione irripetibile di perderci tra le intime sale, tenuemente illuminate – come ad invitarci ad un colloquio privato con le carte – , che ci conducono attraverso la macchina combinatoria che i tarocchi rappresentano. Qui, ogni carta è precisa e vaga insieme, ha un nome definito, ma innumerevoli possibili significati.
Ci sarà sempre un unico, grande potere che nemmeno i detrattori dell’occulto possono negare ai tarocchi: la loro capacità di rendere leggibile il possibile.
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