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LA MOSCA BIANCA: RUZZANTE
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LA MOSCA BIANCA: RUZZANTE

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Riccardo MaradiniRiccardo Maradini
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Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
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08/04/2026
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La mosca biancaLa mosca bianca
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«Ruzzante» è la maschera che Angelo Beolco calza di persona. Cosa significa Ruzzante? Ruzzante viene da «ruzzare», che vuol dire spingere con impeto, incornare. Infatti, «ruzzano» il toro, l’ariete, il caprone... Ma si dice ruzzare anche nel senso di montare, coprire. Il toro ruzza la vacca, l’ariete ruzza la pecora, eccetera. Ma chi ruzza il Ruzzante? Le femmine! Ma quali femmine? Tutte! Non solo quelle della sua specie.

Le fonti più antiche lo vogliono nato nel 1502. Ma contributi biografici più recenti verrebbero a confermare un'ipotesi del Sambin, secondo cui il Beolco, figlio naturale di Giovan Francesco Beolco, sarebbe nato prima che questi si sposasse, prima cioè del 1500; in questo caso egli sarebbe da considerarsi il primogenito degli altri sei figli avuti da Giovan Francesco dopo le nozze: Lazzaro (al quale, come primogenito dei legittimi, venne dato il nome del nonno), Pietro, Ludovico, Lazzaro jr. (nato sicuramente dopo la morte del primo), Caterina e Paola. Più incerte, e ancora a livello di pure supposizioni, sono le ipotesi che riguardano la madre del B. La più recente (del Sambin) vorrebbe scorgerla in una Maria che serviva nella casa di Paola, madre di Giovan Francesco. Fu padovano: tale può essere considerato anche se, come è stato supposto, fosse nato in qualche luogo del contado. Cittadino padovano era suo padre, laureato in arti e in medicina, appartenente a quel ramo della nobile famiglia milanese dei Beolco che si era trasferita nel Veneto almeno fin dal 1459.

Il Beolco fece parte della famiglia paterna, la cui ragguardevole posizione gli permise di formarsi nello stesso ambiente colto e signorile dei suoi fratelli, coi quali ebbe costanti e intimi rapporti anche dopo la morte del padre. Gli incarichi di affari, spesso anche legati all'amministrazione dei campi per conto del suo grande amico e protettore Alvise Cornaro (col quale risulta in rapporti sin dal novembre dei 1525), mostrano la sua disposizione a una vita sanamente attiva e la fiducia che egli dovette godere per certa sua perizia di uomo pratico, per il suo equilibrio e per la sua onestà. Per tali doti fu anzi ripetutamente impiegato dal Cornaro (almeno dal 1529 al 1537, come dimostrano i documenti pubblicati dal Sambin: Altre testimonianze...) in qualità di nuncius o commissus al quale il patrizio affidava l'incarico di comperare terreni.

Né scioperato, né poverissimo (quando entrò al servizio del Cornaro già aveva riscosso la modesta eredità lasciatagli dal padre), non fu neppure un dissoluto (nel 1527 risulta unito in matrimonio con una figlia di Benedetto e Speronella Palatino), come invece si è voluto dedurre da un altro documento: e cioè dalla lettera in cui Alvise Cornaro - l'autore dei Discorsi sulla vita sobria - piangeva la sua morte; poiché se in questa lettera il Cornaro affermava che gli uomini muoiono giovani solo per i loro «desordini» e si riferiva anche al suo caro Ruzzante, in realtà esprimeva una legge generale, assiomatica, che per giunta doveva essere interpretata tenendo presenti i citati Discorsi, secondo il cui spirito appaiono come «desordini» anche le minime deviazioni dall'incredibile misura che il Cornaro si era imposta per attuare il suo ideale di vita. Sfatata la leggenda di una esistenza sregolata da povero bohémien, connessa a una romantica concezione dell'artista, non bisogna poi cadere nell'eccesso opposto, dimenticando quel pieno, gioioso senso del vivere, che fu nel Beolco un tratto distintivo della propria esistenza.

Ma le cose che lo Speroni, il Cornaro o altri illustri contemporanei hanno detto del Beolco, come pure i rapporti che essi ebbero con lui, interessano in particolare sia perché gettano una luce di alta simpatia sull'uomo e sull'artista, sia perché profilano meglio il raffinato ambiente in cui egli visse. Del Cornaro fu sempre ospite graditissimo, sia nelle ville di campagna, sia nel suo palazzo di Padova; da quest’ultimo ebbe aiuti e incitamenti al lavoro, sì che gran parte della biografia artistica del Beolco (come attore e come autore) appare strettamente legata alle consuetudini della nobile famiglia.

Come attore esordì probabilmente il 13 febbraio del 1520 (la data è offerta dal Sanuto) allorché recitò una commedia rusticana a Venezia, a palazzo Foscari, in onore di Federico Gonzaga. Anteriore di poco a questa data è la stesura della Pastoral, mentre la Betìa - che forma con la precedente la sola produzione teatrale in versi - andrebbe collocata alla fine del 1521 (alcuni studiosi propongono come data più probabile il 1524). Nel settembre del 1521, il Beolco recitava al Banco d'Asolo il discorso, detto Prima orazione, per festeggiare il cardinale Marco Cornaro che entrava in possesso della diocesi di Padova. Durante il 1523 è attestata la sua presenza a Venezia come attore (3 marzo e 5 maggio): tale attività si documenta più sporadicamente anche nel biennio 1525-1526. Nel 1528 (unica data sicura nella cronologia delle opere ruzantiane) cade la rappresentazione del Ménego, l'opera che insieme con gli altri due dialoghi (Reduce e Bìlora) inaugura una seconda fase dell'arte ruzantiana. Il Reduce è sicuramente posteriore (anche se di poco) a Pastoral e Betìa. Immediatamente prima del Ménego andrà posta la Moschetta (composta tra il 1527 e il 1528 e rappresentata nel carnevale del '28); poco dopo la Fiorina (che risale al 1529 o 1530). Successiva al Ménego (ma sempre del 1528) è la Seconda orazione recitata al cospetto del cardinale Francesco Cornaro.

Nel 1529 il Beolco si trova a Ferrara, ove recita madrigali e canzoni "alla pavana" in occasione di un banchetto offerto al duca dal figlio Ercole d'Este. Probabilmente ancora nel 1531 e '32 recitò a Ferrara, ma da questo periodo (che corrisponde alla stesura delle commedie cosiddette "classicheggianti": Anconitana, da collocarsi probabilmente fra il 1529 e il 132, Piovana e Vaccària, composte non molto prima del febbraio 1533) egli lavora pressocché stabilmente nella casa padovana dei Cornaro, ove muore nell'anno 1542, mentre era occupato alla messa in scena della Canace di Sperone Speroni, per incarico ricevuto dall’Accademia degli Infiammati di Padova.

La cultura di Ruzzante, per una predilezione romantica - il mito dell'arte spontanea, aurorale -, fu per molto tempo posta in ombra, quasi fosse cosa trascurabile: errore di valutazione, favorito sia dalla mancanza di notizie dirette dei suoi studi, sia dalla superficiale conoscenza o valutazione delle sue opere, sia dagli stessi atteggiamenti polemici dello scrittore contro la letteratura in nome del "naturale". Ma proprio le sue opere, oltre che l'ambiente in cui visse, dimostrano che egli ebbe una educazione letteraria assai fine, anche se non vasta e profonda. Tra i nostri scrittori ebbe larga e diretta conoscenza del Petrarca - si sa pure che egli scrisse poesie alla sua maniera -, ma anche del Poliziano, del Sannazzaro e di altri; né gli mancò la possibilità di leggere gli scrittori latini nel testo originale, come provano specialmente due sue commedie - la Vaccària e la Piovana - che, derivate direttamente dall'Asinaria e dal Rudens di Plauto, contengono anche puntualissime rielaborazioni. Tracce evidenti di tale cultura si hanno solo in parte delle sue opere; nelle altre, e sono quelle in cui egli attuò maggiormente la sua antiletteraria poetica, ogni traccia di cultura sembra quasi assente. Ma essa operò ugualmente, tacitamente, come affinamento di un gusto che aiuta le native qualità dello scrittore. Possiamo anzi dire che, senza di essa, il Beolco non avrebbe potuto darci la poesia dei suoi più alti momenti, nella cui semplice ma concentrata forza, stile e immagini hanno tuttavia il segno di una classica discendenza; e, senza di essa, sarebbe forse rimasto soltanto uno scrittore "dialettale".

Se da una parte il Beolco muove da un'educazione letteraria d'alte origini, dall'altra si riconnette anche alle esperienze della letteratura popolaresca dialettale: di quella pavana essenzialmente, ma anche della bergamasca, non senza altri occasionali influssi. Gli Antichi testi di letteratura pavana, pubblicati da E. Lovarini (Bologna 1894), ci permettono di conoscere un complesso di motivi e di atteggiamenti d'arte a cui il B. si ricollega non per estrinseche ragioni di simpatia regionalistica, ma per intima congenialità. Questi testi, avverte il Lovarini, «ci presentano preziose reliquie di alcuni generi popolari»; ma «popolari» per il tono, poiché gli autori, tutt'altro che rozzi, sono spesso anzi dotati di una raffinata cultura. Il Lovarini concentra l'attenzione su certi componimenti drammatici - i mariazi, contrasti tra innamorati che si concludono in genere col matrimonio -, perché pensa evidentemente al fatto che il Ruzzante scrisse quasi soltanto commedie; ma è tutto il complesso di quei componimenti, teatrali e non teatrali, che interessa per un atteggiamento fondamentale di scarna sodezza rappresentativa, per certi motivi che toccano specialmente il dramma quotidiano della povera gente di campagna, per lo stesso tono del riso che passa dalla carnosa malizia a punte amare; e senza che mai il villano sia oggetto di umiliazione o di scherno, come invece per lo più avveniva in simili componimenti di altre regioni. Si trattava in genere di motivi grezzi, appena accennati, ma è certo che essi ben si accordavano con lo spirito ruzantiano e confluirono nella sua visione trasformandosi spesso in significative voci di poesia.

Nella prospettiva della letteratura del suo tempo, il Beolco occupa un posto tutto suo, poiché perseguì in senso estremo quel ‘naturale’ a cui variamente mirava il Rinascimento e, in nome della sincerità e della libertà dell'arte, lui, uomo di non scarsa cultura, combatté la più decisa battaglia antiletteraria, introducendo inoltre nel regno della poesia, e con un singolare interesse umano, il trascurato mondo della gente più umile anche nel dramma della sua trista vita quotidiana. Questo interesse lo spingeva a studiare dal di dentro i caratteri grotteschi e pietosi dei suoi personaggi e a far sì che la vicenda fosse dominata dal loro umano peso e talora da qualche alto motivo di poesia (diversamente dalla commedia rinascimentale che, salvo rare eccezioni - come la Mandragola o il Candelaio o la Venexiana -, era disposta ad accogliere intrecci più o meno tradizionali con lo scopo principale di intesservi variazioni di battute, scene, personaggi, con risultati talora anche assai vivi ma episodici per il prevalente gusto del rilievo figurativo e di un caleidoscopico giuoco d'intelligenza).

Premesso che di realismo in senso assoluto non è mai possibile parlare, si vuole insistere su un errore in cui è facile cadere pensando a certi aspetti regionali dell'arte ruzantiana. In realtà la campagna pavana e la sua gente sono solo state il diretto nutrimento a una certa visione della vita e a quel gusto di sodezza realistica, al quale si riduce il realismo del Beolco, poiché quei luoghi e quelle persone diventano miti dell'anima e della fantasia. Il dialetto dunque - a differenza del valore puramente o prevalentemente pittoresco che ha in altri scrittori, e si ricordi il contemporaneo Andrea Calmo - è non solo la lingua connaturata a quei personaggi, ma si trasforma anch'esso in una personale creazione, non tanto per le parole inventate o adattate secondo un ideale gusto contadinesco, quanto per il complesso delle loro varie modulazioni in una sintassi che segue le intime sfumature delle idee e dei sentimenti.

Un ultimo cenno occorre riguardo ai rapporti tra Ruzzante e la commedia dell'arte, della quale molti hanno visto in lui uno dei più diretti precursori o addirittura l'iniziatore. Certi aspetti sembrano convalidare questa opinione, che trova il proprio fondamento nel ritorno di figure che parrebbero destinate a occupare ruoli fissi, nel grande valore più o meno apertamente conferito alla mimica, e infine in alcune scene o battute, specialmente farsesche, che si ripetono talora in modo quasi identico. Solo in quest'ultimo caso potremmo vedere già il mestiere dell'attore che si serve di un procedimento pratico usato poi largamente dai comici dell'arte. Ma quelle ripetizioni di scene o battute sono cosa sporadica e ne potremmo trovare anche nella contemporanea commedia letteraria, dove, inoltre, il ritorno di determinate figure con caratteri e ruoli quasi ricorrenti è forse meno raro che nel Beolco, sebbene egli non giunga mai a una tipizzazione in senso stretto e paragonabile a quella delle future maschere. A tale proposito basti pensare, per esempio, all’intima diversità del personaggio di Ruzzante nelle sue varie incarnazioni, che vanno dalla farsa al dramma. In quanto al valore della mimica, egli, che fu anche un grande attore, dovette sentirlo in modo vivissimo ma, dato che era soprattutto un poeta, lo sentì intimamente connesso col valore della parola, poiché alla parola, e non ai sottintesi del gesto o dell'espressione del volto a cui tanto si affidavano i comici dell'arte, egli affidò sostanzialmente la propria produzione artistica. Questi, dal Beolco, senza tuttavia attingerne i valori più intimi di umanità e di poesia, poterono trarre un singolare esempio per quella forza di caratterizzazione che sarà essenziale al vigoroso ma quasi immutabile rilievo delle maschere e una suggestione di qualità teatrali che egli in sommo grado possedeva. Poiché Ruzzante nei suoi momenti più felici fu un poeta e quasi sempre un geniale artista, ma sempre un grande uomo di teatro, anche qualora quest'ultima qualità si riferisca non al semplice mestiere - di cui possedeva rara esperienza - ma a una innata disposizione per cui le creature umane gli si presentavano spontaneamente nell'atto di tradurre in rappresentazione i loro casi, i loro pensieri, i loro sentimenti, insomma tutta la loro vita. Ma anche il Beolco ebbe dei limiti. Infatti, i suoi motivi non furono molti e presto si esaurì la sua più schietta vena creativa. Ebbe però una singolare potenza trasfigurante e, sotto l'apparenza di un'arte veristica, regionale e dialettale - e pur entro limiti non vasti -, creò un mondo eternamente vivo nelle sue modeste vicende allo stesso tempo amare, comiche e grottesche. Commedia e farsa furono da lui spesso innalzate con geniali motivi, ma furono pure le vie antiretoriche attraverso cui passò anche il dramma. E fu il dramma della povera gente, portata per la prima volta, con quegli accenti, nel vietato regno della poesia, a renderlo un autore che non può e non deve essere dimenticato.

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