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Nella suddetta rubrica si affronterà, come detto, la figura di Chirone, capo dei centauri. In particolare, dopo una breve introduzione sulla figura del centauro nella tradizione classica, la ricerca si baserà sul delineare i tratti politici di Chirone che emergono nel XII canto dell’Inferno. L’opera immortale di Dante influenzò, lungo i secoli successivi alla pubblicazione della Commedia, l’interpretazione della figura mitologica, fino ad arrivare a Machiavelli che, nel Principe, utilizzerà la figura del centauro, e di Chirone in particolare, come regnante e “figura” del potere stesso e delle sue manifestazioni. Chirone è statuario, immenso, riflessivo, garante di una giustizia che, soprattutto all’Inferno, non muore. E sembra che Dante racchiuda, nei piccoli dettagli che caratterizzano il mostro, molto più del “non detto” che si era proposto di affidare a questo componimento, scivolando in una bellissima analogia con il Tasso che lo vede, forse per l’unica volta, veramente in conflitto con se stesso, non tanto nell’espressione letteraria del testo, quanto più nel mancato conseguimento di quelli che sembravano essere i suoi propositi per questo canto. Dante c’è: nel suo silenzio vi è eloquio, nelle sue scelte deliberazioni, nel suo Chirone, forse, il racchiudersi della sua esperienza politica, tradotta in una velata rassegnazione per le sorti del suo tempo

I centauri nella tradizione classica
Secondo il mito tramandato nella tradizione classica, il re degli dei, Zeus, creò una nuvola con le sembianze di Era, sua moglie, per mettere alla prova Issione, l’empio monarca dei Lapiti. Issione, cadendo nella trappola, si unì alla nube della divinità e da quell’unione fu concepito il primo Centauro, Kentauros. Il mostro, una volta cresciuto, si accoppiò con giumente della Magnesia, generando così la stirpe dei Centauri: una razza ibrida e inquietante, a metà tra l’uomo e la bestia.
I Centauri erano rappresentati, nella tradizione classica, con il busto, le braccia e la testa di un uomo, uniti all’altezza dei fianchi ad un corpo e a quattro zampe equine, così come li descrive anche Buti: «Secondo i poeti furono mostri in forma di cavallo dal mezzo in giù, d’un uomo dal mezzo in sù» .

Tale tradizione trova un riscontro concreto 97 nella prima rappresentazione della creatura mitologica databile al X secolo avanti cristo e conservata nel Museo Archeologico di Eretria, in Grecia: la statuetta in terracotta del centauro di Lekfandi. Sembrerebbe, inoltre, che la statuetta raffiguri proprio lo stesso Chirone, in quanto il centauro rappresentato con la terracotta riporta una ferita alla gamba che vedremo successivamente essere proprio la ferita che causò, nel mito, la morte del centauro. In alcune versioni più arcaiche i centauri possedevano solo le zampe posteriori equine, mentre più tardi vennero, appunto, raffigurati con l’intero corpo di cavallo. Talvolta condividevano tratti simili ai Satiri, come nasi schiacciati e orecchie appuntite.

Dotati di forza e impulsività, i Centauri incarnavano le passioni incontrollate e la parte istintiva dell’uomo (tale simbologia nella tradizione genera, chiaramente, un potente fil Rouge con il loro ruolo ricoperto dai mostri nel XII canto dell’Inferno). Spesso dediti al vino e alla violenza, erano considerati simbolo del conflitto tra civiltà e barbarie. Proprio alla luce di questo simbolismo uno degli episodi più celebri della tradizione è la Centauromachia: durante il matrimonio del loro fratellastro Piritoo con Ippodamia, i Centauri furono invitati come ospiti ma, ubriachi, tentarono di rapire la sposa e le altre donne. Ne scaturì una feroce battaglia contro i Lapiti.
Infine, nel mito, si possono trovare anche le Centauridi, ovvero versioni femminili dei Centauri, che comparvero solo in epoca tardo-classica e di cui la tradizione fiorì grazie, principalmente, alla letteratura romana: in particolare Ovidio, di nuovo, nelle Metamorfosi (XII libro), descrive la centauride Ilonome, moglie del centauro Cilaro. Ilonome viene descritta come la più bella tra le centauridi e viene raccontato il suo suicidio, avvenuto a causa del dolore dopo la morte del marito nella lotta contro i Lapiti. A differenza dei loro corrispettivi maschili venivano spesso raffigurate come creature affascinanti e armoniose.
Chirone nella tradizione classica
Chirone, tra tutti i centauri, è quello che gode di fama maggiore. Divenuto negli anni simbolo di saggezza e di guida nell’arte delle armi e della medicina nacque, a differenza degli altri centauri, dal titano Crono e Filira, e di lui rimane impressa nella tradizione commentaria antica e moderna la figura di grande savio e maestro, così come lo descrive Benvenuto da Imola nella Lectura Dantis Ferrariensis :
Descrebit enim eum in numero centaurorum, set cum laude […] Chiron fuit maximus magister equorum, fuit Magnus musicus et cognitor herbarum et Magnus venator: et omnia ista docuit Achillem. Ponit eum in medio gratia honoris.

Abitò sul monte Pelio e fu conosciuto come maestro di Asklepios ed educatore di famosi eroi come Achille, Eracle, Teseo, Atteone, Giasone ed i Dioscuri. Quando, durante la lotta con Eracle, gli altri centauri si rifugiarono presso di lui, questi venne ferito da una freccia avvelenata dell’Eroe. Passato del tempo e poiché la ferita non guariva, Chirone rinunciò alla sua immortalità in favore di Prometeo. Venne innalzato fra gli astri e da lui nacque, secondo il mito, la costellazione del Sagittario.
Alla voce Chirone (Χείρων, Χίρων, Κhίρων, Chiron), per chiarirne la vicinanza con gli eroi, leggiamo nell’Enciclopedia dell’Arte Antica che di rado il centauro fu rappresentato nella tradizione artistica da solo; per lo più fa parte di gruppi mitologici: già sull'Arca di Cipselo lo troviamo presente alle nozze di Peleo e Tetide, ed è spettatore della lotta di questi ultimi in pitture vascolari; Peleo gli porta, a volte in presenza di Tetide, il piccolo Achille, oppure Hermes gli consegna Eracle. Appare «umano, mite e, in alcuni casi, è raffigurato come un cacciatore con preda». Più tardi è rappresentato (su sarcofagi, lampade, pitture e mosaici) soprattutto come maestro di Achille, al quale insegna l'arte del cavalcare, la corsa, il pugilato e la lyra.

I centauri analizzati in una chiave storicizzante
Vi è poi una tradizione commentaria che prova ad interpretare i centauri in chiave storicizzante, cercando di individuare eventuali nuclei di verità alla base del racconto mitologico. Questa chiave storicizzante è resa da Francesco Buti, nelle pagine del suo commento, attraverso il racconto di Issione Re della Tessaglia, delle sue compagnie di ventura e della sua sete insaziabile di potere. Racconta che il tiranno fosse avido di «potere» e «cose mondane» (incarnate rispettivamente nel mito da Giunone - il potere - e la nebbia - le cose mondane) e che, per ottenerle, disponendo di molte ricchezze, pagò cento cavalieri per conquistare l’intera Grecia. Essendo i primi guerrieri a cavallo sbarcati in Grecia e trovandosi presso un fiume, furono visti mentre facevano abbeverare i cavalli e creduti, per questo motivo, centauri. Buti sottolinea, inoltre, che, alla luce di questa considerazione, si possa spiegare una ulteriore metafora presente nel XII dell’Inferno: come i centauri furono, in vita, strumento dei tiranni per compiere violenza ai sudditi, così saranno il loro stesso tormento nell’oltretomba.

A tale interpretazione si collega coerentemente anche la dimensione figurativa eccorale della scena dantesca nel XII dell’Inferno. Come osserva Fernando Figurelli nella Lectura Dantis Scaligera, Dante disegna un vero e proprio gruppo statuario che, percarmonia di proporzioni ed equilibrio delle parti, costituisce una delle raffigurazioni più plastiche e artisticamente compiute dell’Inferno. La rappresentazione, arricchita da una sorta di didascalia interna «volta a esplicitare l’ufficio dei centauri» (già anticipato dal poeta nel paragone della caccia) non si limita a informare, ma diviene «visione organizzata e dinamica, quasi schieramento militare». In questa disposizione compatta e vigilante si richiama con evidenza il parallelismo con le compagnie di ventura evocato dai commentatori: come milizie disciplinate e feroci, i centauri sorvegliano e colpiscono, trasformando la violenza esercitata in vita in strumento della giustizia ultraterrena. Così la scena trascende la narrazione e si fissa come immagine: un quadro solenne e terribile, dove custodi e dannati sono disposti secondo un ordine visivo rigoroso, e il verbo «si svelle (v. 74)», che rende percepibile lo sforzo vano di sottrarsi alla pena, agisce come un tratto di pennello che incide nella composizione la tensione drammatica e l’inesorabile fermezza del giudizio divino .
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