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Scriveva Gramsci nel 1930: “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Lo scorso 20 gennaio il PM canadese Mark Carney ha deciso di affrontare "l'elefante nella stanza", affermando che "siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione". Casualmente è a Davos che si è pronunciato, luogo che nella mia mente pare più fantastico di Arrakis. Un ritrovo di cariche statali, eccentrici intellettualoidi, miliardari esaltati e tecnocrati che incarnano ogni teoria del complotto a cui si possa pensare. In parole povere, è una Corte dei Miracoli per tutti quegli individui che vivono al di sopra dell'umano qualunque, data l'enorme capacità di influenzare il mondo con uno schiocco di dita. Carney pare quasi una volata d'aria fresca là dentro, il PM di un paese che di braci sul fuoco ne ha eccome: un territorio tra i più estesi al mondo, una crescita economica pressoché invidiabile e una particolare forma di protagonismo internazionale che spiegherebbe pure perché il primo ministro canadese sia dotato di tanta consapevolezza e capacità critica. Ma non prendiamoci in giro, pure lui fa parte di una carcassa vestita per il galà.
Una volta, morto il Re, si gridava "Viva il Re". In fondo il sovrano non poteva morire, non nella sua forma allegorica e fondamentale di istituzione eterna, garantita dal diritto divino e dal sangue di Adamo. Ciò che moriva era soltanto colui che fisicamente ne incarnava le competenze. Non è un caso che ci siano voluti millenni per distruggere (non definitivamente, tra l’altro) la forma monarchica, autocratica, monistica. Ma una volta morto il liberalismo, cosa dovremmo gridare? Negare il cambiamento è impossibile, sarebbe da completi idioti, screanzati. La questione è dove indirizzarlo, cosa farne di questo flusso di eventi che pare smantellare incessantemente conquiste cristallizzate nell'immaginario comune da decenni. Forse era lo stesso timore di Petr Kropotkin quando nel 1914 si ritrovava a dover formulare un'opinione coerente con i propri precedenti ideologici, ovvero quelli di un anarchico: lasciare che gli Stati imperialisti si ammazzino tra loro o accettare che forse le esperienze liberali siano più vicine all'Utopia? E pare lungimirante che la sua scelta sia proprio ricaduta su quest'ultima prospettiva, la quale non include minimamente il ripudio del pensiero anti-Stato, anti-capitale e anti-impero.
Oggi i giornali e gli analisti ci dicono che la democrazia sta venendo decimata, che il liberalismo sta venendo sfruttato da elementi interni "illiberali" e che l'AI ci ruberà il lavoro. Indici come quello di The Economist o di International IDEA, tanto citati quanto fraintesi, affermerebbero che l'ordine globale, basato su elementi liberali, sia retto da una maggioranza di Stati non liberali. Ma sarebbe inutile esser sorpresi. La Realpolitik ha animato e prosciugato qualunque esperienza politica, fin dagli albori dell'esistenza umana sulla Terra. Pare incontrovertibile che le categorie politiche, quando incarnate e ingegnerizzate, sistematizzate come macchine di produzione, si riducano a due assoluti: sopravvivenza e guadagno. In tutto ciò, va detto, l'ordine liberale internazionale e il sistema "rule-based" non stanno semplicemente cambiando: stanno venendo travolti. Ad esser precisi, è il sipario a venir strappato, la cortina di valori, doveri e diritti; di istituzioni umanitarie, Stati filantropi, etc. La celebre menzogna che è "il mutuo beneficio attraverso l'integrazione", il multilateralismo, l'umanitarismo internazionale, la cooperazione, le missioni umanitarie. Ce lo dice anche Carney:
"Sapevamo che la storia dell'ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa. Sapevamo che i più forti se ne sarebbero approfittati quando lo avrebbero trovato conveniente e che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell'identità dell'accusato o della vittima".
Cosa rimane? Tutto sopravvive dentro una gabbia dalle dimensioni pressoché geografiche. Mi ricorda quella bellissima perla di Borges, la cartina che da perfetto simulacro ricopre la Terra intera. Il mondo, che siamo così tanto abituati a ragionare in categorie assolute e globali, sembra proprio una mappa di significati strappata delle proprie didascalie e legende, straripante di conflitti etnici e identitari, di scommesse su scommesse dove la posta in gioco è oggetto e simbolo allo stesso tempo.
Difficile farne senso; inquadrare eventi come l'attuale intervento in Iran all'interno di una logica coerente con tutto il resto. Se l'interventismo abbia mai funzionato è una domanda che mi pongo da tempo, in fondo. Che lezioni ci lasciano la Libia, l'Iraq, l'Afghanistan? Pure Carney supporta gli scambi di missili che in queste ore hanno mozzato il capo alla piovra, Khamenei, lo Ayatollah. Nessuna smanceria, ci mancherebbe. Ma come sempre mi piace mettere in guardia tutti quanti dall’abbracciare distinzioni “manichee”, come le ha definite Alessandro Sahebi, tra l’altro d’origine iraniana. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, “bianco” e “nero”, e lo strappo che sta avvenendo in Iran, in continuità con la storia recente del Medio Oriente e l’inesistente lista di successi americani in merito ai correlati processi di “democracy building”, fanno pensare a un tracollo, piuttosto che a un successo.
Detto tra noi: siamo in mano a dei macellai e in molti fanno la fila per battergli il cinque. Anche quando ad essere bombardata è una scuola piena di bambini, un’abitazione familiare o un palazzo residenziale. Leggevo sui social degli invertiti totali affermare che “per ottenere la libertà il sangue va versato”. Mi chiedo chi si senta intitolato a decidere della vita e della morte di milioni di persone. Ma soprattutto, chi si senta capace di ricoprire la carica del fantomatico “salvatore”, la quale, non neghiamolo, pizzica un certo fervore quasi erotico che una bella fetta della popolazione ancora prova, ammaliata dagli atti di pura, egoistica sovranità. Allo stesso tempo diffido di tutti questi pacifisti del cazzo che vorrebbero rinchiudersi in una bolla ben peggiore di chi sostiene la macchina infernale che banchetta sopra tante di queste tragedie.
Gente come Trump, Khamenei, Putin o Netanyahu appartengono tutti alla stessa solita zolfa. Narcisi che, pur di rimanere su una poltrona, sono capaci di tutto, anche di rinnegare sé stessi. Forse sono questi i “fenomeni morbosi” di cui parlava Gramsci, i Bramini degli squilibri, aborti di sogni scomparsi, fautori della grande bancarotta morale che tanto disturba il nostro sonno. Quando la classe dominante va in crisi, “detentrice della pura forza coercitiva”, le “grandi masse” si distaccano dalle “ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano”. L’intramontabile “uomo forte” che governa il complesso Risiko mondiale in una sola, univoca direzione, ha successo perché è l’instabilità, reale o meno, a governarci ed è essa a comporne l’essenziale ambrosia. Ciononostante, mi rifiuto di ammettere che sia la fine del diritto internazionale, dei diritti umani e fondamentali, della democrazia. Lasciamo i catastrofismi ai venditori di fumo: il germe è stato seminato e non può più essere soppresso.
Autore
Nicholas Contini