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Vi confido una cosa: sono italiano ma solo per metà.
A prima vista non si direbbe. Eppure, mia madre viene dalla Repubblica Dominicana. Esatto, il paradiso tropicale del cocco in spiaggia e del platano fritto; dei grandi resort dove sedicenti turisti ricercano le ebbrezze degli esotici Caraibi, convinti che dietro quattro mura e il puzzo di cloro di piscina si possa realmente dire di aver visitato la “deliziosa” Repubblica Dominicana. È anche un Paese di immigrazione clandestina, haitiana per essere precisi; di corruzione pervasiva; di estrema diseguaglianza economica. Insomma, è il quadro tipico di un Paese latino-americano, talmente stereotipato da farmi venire la nausea solo a ripeterlo. Ma manca un altro tassello, fondamentale. Un'altra comunanza tipica della regione latina, quasi più del caffè, del cacao e del tabacco.
Mi riferisco alle “generose” ingerenze americane che si sono riconfermate, ancora una volta, con i recentissimi fatti di Venezuela.
Scacciare Maduro vuol dire rimuovere un dittatore. Chi non concorda su quest’ultimo punto sarebbe probabilmente capace di giustificarmi qualsiasi cosa. O semplicemente pavoneggia quotidianamente il proprio debole per l’autoritarismo vecchia scuola. Ma ahimè, non sono qua a ripetere dati ma a tentare di scavare un po' di più nella questione.
Sia chiaro, qua non si discute la legittimità di una figura come Maduro ma piuttosto quella dell’azione americana, più che criticabile alla luce delle intenzioni e i metodi utilizzati.
Sicuramente, come già in tanti concordano, la retorica dei mass media occidentali non tarda ovviamente a sfruttare quello che è l’ennesimo sogno infranto di una Nazione, in tutta quella chiave imperialista, giustificatrice e moralista che conosciamo bene. “We the People of the United States” apparentemente vuol dire prendersi carico di cosa sia giusto e sbagliato, a suon’ di bombardamenti di droni, black ops e cambi di regime. Legge internazionale che viene calpestata in nome della realpolitik. Civili uccisi senza un’apparante giustificazione (può esisterne una?). Pure il Nobel per la Pace è diventato il meme politico del secolo, come se María Corina Machado abbia davvero a cuore gli interessi di un popolo costretto all’esilio e alla fuga, se non alla miseria, da almeno un decennio. C'è davvero ancora chi crede che tutto ciò sia giustificabile, in nome della democrazia?
La verità è che al di là dell’Atlantico fatica a morire un fascino tutto particolare per la figura del caudillo. O per dirla all’italiana, il duce. Leader carismatico, attento ai particolari della propria immagine e ai rapporti personali con ufficiali dell’esercito, giornalisti e imprenditori, pregno di quegli acri aromi che giustificano incarcerazioni di massa, eliminazioni premeditate e la soppressione della libertà in nome della sicurezza collettiva e dei sacrosanti interessi economici del Paese, oltre a quelli dei suoi amati investitori stranieri. Il caudillo è una creatura tutta realista e schmittiana; principesca, per dirla alla Macchiavelli.
E non mi riferisco necessariamente a Trump. L’operato di Nayib Bukele è un ottimo esempio di tutto ciò.
Giovane e favorito, la sua crociata contro le gang e l’insicurezza che regnava nelle strade di El Salvador ne ha sancito il successo, portandolo ad assumere un secondo mandato presidenziale nel 2024, con una supermaggioranza che non può eliminare l’alone di presunte illegittimità costituzionali. Indubbiamente, durante il suo primissimo anno di mandato, nel 2019, il tasso di omicidi nel Paese si è ridotto del 50%, risultato eccezionale ma non esente di critiche, tra accuse di accordi sottobanco con MS-13 (la più grande organizzazione criminale nel Paese) e numerosi arresti di innocenti nel trambusto.
Tutto ciò fa scaturire una domanda naturale: ma qual è la vera differenza tra i regimi dittatoriali, autoritari e, termine che sembra andare di moda, “ibridi”? Cosa rende alcuni leader degni d’essere sequestrati nella notte dalla Delta Force americana? Mettiamo da parte i biechi moralismi da quattro soldi e da quattro neuroni in cui cascano, come sempre, solo gli allocchi e gli illusi: questa non è soltanto un’operazione anti-droga. Sembra di tornare ai tempi di Reagan e della sua “War on Drugs”, vista la quantità di cazzate propinate online. Ciò sicuramente non rende più facile dire che cosa sta davvero succedendo tra USA e Venezuela, ovvero perché si è scelto, per l’ennesima volta, di sorvolare il consenso esterno ed interno (leggi: Congresso) per agire in maniera repentina, al monte di una “crisi” e di “tensioni” che sembrano quasi pensate a tavolino. Facile è ritornare sulclassico fattore economico. Intendo petrolio e risorse minerarie: il Venezuela ne è ricchissimo e sicuramente, almeno fino ad oggi, non ha mai disprezzato l’idea di commerciarlo con alcuni antagonisti degli USA. A tal proposito, occorre ricordare quanto siano vicini alcuni Stati latino-americani (Venezuela, Cuba) alla Russia e alla Cina.
In totale, il cortile di casa americano, come hanno mostrato gli ultimi due secoli a partire dall’infausta dottrina del presidente Monroe (1823), sembra restringersi e allargarsi a proprio piacere, in base agli eventuali vantaggi che tali dimensioni garantirebbero all’Aquila nella Casa Bianca. Vien da chiedersi: Maduro viene rovesciato e dopo? Ricordo un giornalista che alla caduta di Saddam Hussein nel 2003, da una polverosa strada iraqena, si chiedeva se la vera sfida non cominciasse esattamente in quel momento, riferendosi alla costruzione della democrazia in seguito al rovesciamento di un terribile regime. C’è davvero chi è ancora convinto che siano gli interventi militari a costruire la libertà, ad esportarla. E questo dovrebbe davvero sorprenderci, a mio avviso.
Ma il Venezuela è già stato una democrazia. In passato pure l’Afghanistan e il Sudan, se vogliamo essere pignoli. Poi venitemelo a spiegare voi che cosa sia una democrazia perfetta. Per schiarire la memoria storica aggiungerei che anche l’Iran, nel quale si diffondono in queste ore a macchia d’olio proteste antigovernative che portano striscioni pro-Shah e anti-islamisti, ha vissuto l’esperienza democratica. I media occidentali non tardano ad omettere che lo stesso Paese che demonizzano ogni giorno non è sempre stato lo “Stato canaglia” di Khomeini. E non mi riferisco allo Shah Pahlavi, figura grigissima, ma piuttosto ai fatti del 1953, durante i quali un governo legittimamente eletto fu rovesciato semplicemente perché si desiderava nazionalizzare le stesse risorse economiche che all’establishment britannico e statunitense interessava sfruttare.
Su tutto ciò, i giornali hanno la memoria corta. Gli occidentali hanno la memoria corta. Gli stessi esuli, che parlino persiano o spagnolo, hanno la memoria corta.
Ho iniziato questo pezzo parlando delle mie origini. La Repubblica Dominicana è stata dittatura per decenni, durante la prima metà del Novecento. Non a caso, il regime di Rafael Leónidas Trujillo era ferventemente anti-comunista e pagava i propri debiti finanziari alle casse americane, il che non fece minimamente storcere il naso all’amministrazione Roosevelt, neppure quando nel 1937 decine di migliaia di haitiani furono epurati nel Paese semplicemente per motivi razziali ed economici. Ciò gli permise di sopravvivere a lungo, mentre gli USA erano occupati a combattere l’Asse in Europa e nel Pacifico. Tale è il trattamento d'onore che fu riservato anche a dittatori del calibro di Francisco Franco, dietro la crescente priorità dell’anti-bolscevismo, in particolare dalla presidenza Truman in poi. Tutto cambiò dopo la Seconda guerra mondiale e il conflitto in Corea, quando era evidente che il tallone di ferro di alcuni regimi, compresi quelli latino-americani, potesse scavare un po’ troppo nella fossa e scivolare nell’incubo delle sollevazioni popolari, terreno fertile per l’azione di movimenti socialisti/comunisti, spesso dietro supporto sovietico.
Assassinato Trujillo nel 1960, giusto un anno dopo la rivoluzione di Castro nella vicina Cuba, si potrebbe ricordare quanto sia bizzarra e altalenante definizione americana di “dittatura”. Quando, e solo quando, conviene, le cose cambiano.
Juan Bosch, primo presidente democraticamente eletto nel Paese dopo la fine del regime di Trujillo e segretario del Partito Rivoluzionario Dominicano, non era neppure comunista ma piuttosto un social-democratico quando un golpe militare lo rovesciò, spingendo la RepubblicaDominicana in una vera e propria guerra civile, nel 1965. Innegabilmente simpatizzava con i comunisti, poco ma sicuro. Ma ciò non toglie che fu eletto.
Ricorda qualcosa? Magari Allende e Pinochet, giusto trent'anni più tardi?
Preoccupata per la possibilità di una breccia rossa nel cortile di casa, l’amministrazione Johnson decise di occupare militarmente il Paese, tra il 1965 e il 1966, obbligando le due parti a trattative che avrebbero portato, nel 1966, all’elezione di Joaquin Balaguer, ex fedelissimo di Trujillo e conservatore rimasto al potere ad intermittenza fino al 1996. Indubbiamente sotto i governi Balaguer, la Repubblica Dominicana prosperò, risanando le condizioni economiche e sociali del Paese, non senza macchiarsi di omicidi politici, sparizioni di giornalisti e frodi elettorali.
Storie come queste insegnano che distinzioni bianco e nero, giusto e sbagliato, non sono facilmente applicabili, in particolare in aree come l’America Latina, dove interessi lobbistici, ambo stranieri e locali, si mescolano e si confondono continuamente con le ambizioni di individui carismatici, le sofferenze di classi popolari impoverite, il tutto sotto la schiavitù imposta da meccanismi di potere che difficilmente lasciano respiro. Pure quei Paesi che possono vantarsi d’essere democratici da decenni ne soffrono.
In questo momento, Maduro e sua moglie stanno venendo trasportati a New York, catturati e in attesa d’essere processati.
Nicolas Maduro è stato un dittatore; ha cosparso di morte e miseria il proprio Paese.
Non sta a me dire chi si meriti un certo trattamento ma sicuramente, se dovessi farlo, non esiterei a puntare il dito contro figuri come un Maduro, un Ceausescu, un Hoxha o un Tito. Ma lascerei che parlino i fatti ora, dove “fatti” non tiene conto delle scabrose narrazioni contorte, distorte e colorite che hanno conquistato gli schermi negli ultimi mesi di raid americani nei Caraibi e di crescenti tensioni diplomatiche.
Autore
Nicholas Contini
