C’è qualcosa di profondamente malinconico, quasi tenero nella sua goffaggine, nel vedere un’associazione di adulti che spende soldi, tempo e colla per andare in giro a spiegare il dizionario ai passanti. Fantascienza, penserete. E invece no. Succede a Parma, in viale della Villetta, in questi giorni, da quando sono apparsi i manifesti di Pro Vita & Famiglia Onlus. Un font pulito, una definizione da vocabolario della quinta elementare e la pretesa, tutta ideologica, di poter sentenziare sull'identità delle persone. Scrivono: “Donna [dòn·na] s.f. Persona adulta di sesso femminile”. Fine della lezione. E il tempismo, bisogna ammetterlo, è di un cinismo da manuale: l'8 marzo. Sì, a pochi giorni dalla giornata in cui si dovrebbero contare i femminicidi, i gap salariali, le molestie, e il carico di cura che schiaccia metà della popolazione, a Parma si decide di parlare di semantica per colpire la comunità transgender e renderla carnefice, più che vittima. Vi diremo di più. Dietro tale gesto non c’è nemmeno l’intento di nascondersi, anzi, di rivendicarlo con fierezza sui social. «Al via alla campagna di affissioni nazionale per ribadire cosa è una donna! — affermano —. Siamo arrivati all’assurdo: dover spiegare che cos’è una donna. Abbiamo lanciato una campagna nazionale per ribadire l’ovvio: persona adulta di sesso femminile». Per l'associazione, questa iniziativa nasce da una «gravissima deriva gender e woke in cui siamo finiti, dove il dato di realtà è completamente annientato dalla percezione personale». Non si può negare, è un capolavoro di manipolazione: si prende un concetto condivisibile come la tutela dei diritti delle donne, e lo si trasforma in un’arma da usare contro una minoranza. Scrivono infatti ancora che «il diritto più elementare delle donne è non essere cancellate da ideologie che negano l’evidenza e che, a cascata, fanno saltare tutele e diritti conquistati in decenni». Peccato che, forse, a minacciare quei diritti non siano le persone trans… Ma non c’è tempo e spazio per divagare. L'attacco dell’associazione, si fa ancora più politico e securitario, puntando dritto alle istituzioni: citano il documento del Parlamento Europeo del 12 febbraio che spinge al riconoscimento delle donne trans e si scagliano contro «asterischi e schwa, persone con l’utero, persone che mestruano, fino al Self-Id e alla Carriera Alias». Il risultato di tutto questo, secondo la loro narrazione, sarebbe sotto gli occhi di tutti: «Invasione degli spazi riservati, dai bagni agli spogliatoi, dalle competizioni sportive fino alla sicurezza nelle carceri». Un elenco della spesa del terrore, insomma, che non trova riscontro in nessuna statistica criminale o sociale, ma che serve a nutrire quella pancia del Paese che ha bisogno di un nemico visibile per non guardare i propri fallimenti. E presentare questa campagna come un omaggio all'8 marzo, al grido di «le donne non si cancellano», è il colmo dell’ipocrisia, oltre che della cattiveria. “Tu sì”, “tu no”, “tu sì”, “tu no”: è tutto qui il succo dell’operazione, travestita da lezione di lessico, venduta come difesa dell’ovvio, impacchettata con il fiocco dell’8 marzo. Peccato che non sembri una battaglia culturale, ma marketing politico. Si prende una parola enorme, “donna”, la si schiaccia in una definizione da quinta elementare, e la si usa come clava. Funziona, certo, perché è semplice. E la semplicità, quando è urlata, rassicura. Peccato che la realtà sia molto più variegata di un cartellone 6x3. E meno male, aggiungeremmo.

Autore
GMBi