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Il bar sport non chiude mai
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GMBiGMBi
pubblicazione
10/09/2025
categoria
CulturaCultura
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2

Sfidiamo chiunque a non avere in libreria qualcosa a firma di Stefano Benni. Partiamo dal classico “Bar Sport”, che, volendo essere pressapochisti, siamo certi che la maggior parte di voi abbiano ricevuto di seconda mano, in dono dai vostri genitori. Quei saggi e imperscrutabili individui che, puntualmente, avevano visto che nella lista dei libri obbligatori da leggere in prima superiore c’era proprio lui. Sappiamo che è andata così, è un’esperienza quasi universale. E sappiamo anche che, subito dopo avervi consegnato il volume, hanno pronunciato la frase rituale: “Questo sotto l’ombrellone vola, vedi di non copiare la trama da Internet”. Ci fermiamo qui. Non è nelle nostre intenzioni fare uno spiegone su come Bar Sport abbia formato migliaia di fragili lettori – me compresa. E non siamo nemmeno qui per fare gli ammiratori, dato che il Maestro, a differenza di tanti altri, non ha bisogno di sveglie collettive per tornare alla luce. E quindi iniziamo con le sue stesse parole in “Comici Spaventati Guerrieri”, del 1986: “Voglio vivere ancora 250 anni. Vivere da lucertola, strisciare sui muri al sole, sdraiarmi nel prato a zampe in su e pensare che il cielo non esiste, è un fazzoletto azzurro sugli occhi. Voglio scappare da scuola, correre ancora nella biblioteca sotto i portici, a leggere libri che non dovevo leggere, i cui autori ringrazio. Voglio rivedere le piazze piene di rabbia, e certe sere, seduti sui gradini, a perder tempo. Voglio rivedere tutti i miei amori, anche quelli cosiddetti sbagliati. E tutti i miei amici in fila. Voglio imparare a suonare il sassofono, studiare medicina, vedere i marziani. A sett’anni è il minimo. Voglio sentire in una volta i nodi con cui sono stato legato al mondo, ogni volta che la mia vita si è incrociata con un’altra. Crollare a terra sotto questo groviglio felice. La felicità forse è un’altra cosa, ma quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non lo cambierei con niente.” Stefano Benni, nato a Bologna nel 1947, è morto ieri. E non ha mai visto i marziani. O almeno così crediamo. È da decenni il maestro riconosciuto di un immaginario che mescola ironia, fantascienza, satira sociale e poesia leggera. I suoi libri non sono mai solo libri: sono incontri, microcosmi, universi dove la quotidianità diventa assurda e l’assurdo diventa familiare. “Margherita Dolcevita”, “Terra!”, “Saltatempo”: ogni romanzo è stato accolto dalla critica come un piccolo terremoto culturale di cui lui si è fatto cantautore. E speriamo quindi che, pur non avendo visto i marziani, pur non avendo studiato medicina, pur non essendo stato lucertola, avesse sinceramente voglia di “non cambiare niente di ciò che gli è passato sotto gli occhi in questi anni”. Per tutti coloro che, sotto gli occhi, hanno avuto una sua lettura, sicuramente è stato così. Anche perché la sua capacità di osservare il mondo con ironia, ma senza cinismo, lo ha reso unico: non uno scrittore in sé e per sé, ma un inventore di possibilità. E quindi, ora che Bar Sport ha chiuso, è più facile del solito ricordarci sotto quell’ombrellone, nell’estate della prima superiore, a pensare che forse, ma solo forse, quel libro già segnato dalle sottolineature dei nostri genitori non era poi così male. Ci facevano ridere quegli sfondi fatti di squallore, dove a far scena erano il flipper, il telefono a gettoni e la mitica Luisona. Ci faceva ridere, Benni, che è un po’ come quella pasta alla crema. E qui ci rifiutiamo di usare il passato. Perché nessuno, Maestro, oserà mai metterti da parte. Rimarrai sempre lì, tra le vetrine e gli scaffali delle librerie. Intoccabile, irraggiungibile. Semplicemente come la tua Luisona.

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