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Nicolò Guarraci e l’astrattismo contemporaneo - intervista
Nicolò Guarraci e l’astrattismo contemporaneo - intervista

Nicolò Guarraci e l’astrattismo contemporaneo - intervista

autore
Antonio MainolfiAntonio Mainolfi
pubblicazione
15/10/2025
categoria
CulturaCultura
tempo di lettura

3

Origini e ispirazioni: «Cosa l’ha spinta inizialmente verso l’astrattismo e quali esperienze o emozioni influenzano maggiormente il suo lavoro?» «Il mio passaggio all'astrattismo non è stato tanto una scelta stilistica, quanto una necessità interiore dettata dall'esigenza di superare la superficialità del visibile. L'astrazione è emersa come l'unico linguaggio capace di tradurre la mia pratica quotidiana di introspezione e la mia tensione costante verso l'essenziale. Quando si vive con un'integrità radicale, il figurativo finisce per diventare un limite, un compromesso con la realtà esterna. L'astratto, invece, offre un campo di battaglia puro dove il colore e la forma sono liberi di incarnare direttamente il moto dell'anima, senza il filtro di un oggetto riconoscibile. È l'atto del coraggio di spingermi oltre la comfort zone della rappresentazione.

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Processo creativo: «Come nasce un’opera nelle sue mani? Preferisce seguire un’idea precisa o lasciarsi guidare dall’istinto e dal gesto pittorico?

Non seguo mai un’idea precisa nel senso di uno schizzo o di un progetto prestabilito. L’opera nasce da un imperativo emotivo, che potremmo definire la qualità di uno stato d'animo specifico — che siano batticuore, lucidità, o una sensazione onirica. Il processo è, quindi, una continua dialettica: il gesto crea, l'esigenza distrugge e ricostruisce, finché l'opera non raggiunge un punto di necessità. Solo quando sento che non posso più aggiungere o togliere nulla senza comprometterne l'integrità, l'opera è finita. Fino a quel momento, è una lotta costante tra la libertà anti-convenzionale del gesto e la tensione verso l'eccellenza della forma.

In particolare, delle 10 opere che ci ha inviato, quale più di tutte la rappresenta? La foresta (2022). Vuole raccontarcela?» "La foresta" è sentirsi invitati ad abbandonare la logica per entrare in un diario emozionale cifrato. Si prova la sensazione di ritrovato il nostro vissuto come prove di un viaggio interiore che è antico, autentico e coraggioso. È l'emozione di confrontarsi con una verità essenziale e non convenzionale, dove il limite tra l'astratto e l'onirico si dissolve completamente. In più essendo una vecchia porta sulla quale ho lavorato, creare con il materiale di recupero per me non è solo riciclo ma l'affermazione che la vera arte non ha bisogno del nuovo per essere eterna, ma solo dell'autenticità e della forza che le infondi.

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Significato e interpretazione: «Molti trovano difficile “leggere” l’arte astratta. Quanto è importante per lei che il pubblico interpreti liberamente le sue opere e quanto invece desidera trasmettere un messaggio specifico?» Certamente, questa è una delle domande più cruciali quando si parla di pittura astratta. La risposta risiede in un equilibrio dinamico che definirei un dialogo esigente. Per me, l'arte non è una comunicazione a senso unico, ma un ponte che esige la partecipazione attiva di chi guarda. Desidero trasmettere un messaggio che è, per sua natura, più una vibrazione che una narrativa. Ogni opera nasce dal mio diario emozionale, da uno stato di tensione, un conflitto o una lucidità che ho vissuto con integrità radicale. Il mio messaggio specifico, dunque, è l'atto di rendere visibile la mia verità essenziale in quel momento. Non mi aspetto che il pubblico decifri la mia storia personale (ad esempio, sapere che quel segno rosso rappresenta una specifica ansia), ma pretendo che percepisca la potenza emotiva e la sincerità di quell'atto.

Sperimentazione e innovazione: «Il suo lavoro si potrebbe definire avanguardistico. Quali materiali, tecniche o approcci sperimentali l’hanno aiutata a rompere gli schemi della pittura tradizionale? L'approccio più radicale è l'uso di materiale di recupero (scarto). Per me, questo non è un mero espediente ecologico, ma un atto di integrità etica e radicale. Rifiuto la tela immacolata e i supporti perfetti dell'accademia in favore di ciò che ha già vissuto. Il legno scheggiato, il cartone marcato o la tela già segnata portano con sé una storia.

L'innovazione sta nel costringere un materiale "povero" e relitto a ospitare un'opera che ambisce all'eccellenza. L'opera non è solo pittura; è un atto di trasformazione alchemica che dona una seconda, più alta, vita a ciò che era destinato all'oblio. A livello tecnico, rompo gli schemi abbracciando la stratificazione caotica e la sottrazione aggressiva. Il processo non è liscio o pulito. Le mie opere sono il risultato di numerosi strati di colore acrilico applicati con forza, per poi essere raschiati, graffiati e cancellati. Questa tecnica di sottrazione è fondamentale: è l'equivalente pittorico dell'atto introspettivo di spogliarsi del superfluo per far emergere la verità essenziale. Non si tratta di aggiungere, ma di scavare nel caos per rivelare la forma o il segno che è necessario che rimanga.

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Ruolo dell’arte oggi: «In un’epoca dominata dall’immagine e dai media digitali, quale pensa sia il ruolo dell’arte astratta e come crede possa toccare o trasformare chi la osserva?» In un mondo dominato da immagini digitali, veloci e letterali, che ci nutrono di superficie e distrazione, il ruolo dell’arte astratta è quello di essere un atto di resistenza. Le immagini digitali sono eteree e manipolabili. L'astratto, al contrario, è materia — pigmento, rilievo, gravità. Il mio lavoro con il materiale di recupero amplifica questo ruolo: l'opera esiste, ha una storia fisica e una tridimensionalità che la fotografia e lo schermo non possono replicare. L'arte astratta ci riporta alla verità del concreto contro l'illusione dell'effimero. L’arte astratta non si limita a toccare; è un veicolo di trasformazione perché richiede al fruitore di diventare un partecipante attivo. La trasformazione avviene nel momento in cui l'opera si comporta come uno specchio. Non essendoci troppe figure da decifrare, l'osservatore è costretto a usare il proprio archivio emotivo. Le mie tensioni, le mie vibrazioni cromatiche e i miei gesti istintivi entrano in risonanza con le paure, i ricordi o le aspirazioni di chi guarda.

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Autore

Antonio MainolfiAntonio Mainolfi

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