Il caso di Vincenzo Schettini, finito al centro di una tempesta mediatica internazionale, non può essere compreso appieno se letto soltanto come «scandalo virale». È la storia di un docente, divulgatore e creatore di contenuti culturali che negli ultimi dieci anni ha trasformato l’insegnamento della fisica da materia astratta e distante a qualcosa che migliaia di giovani (e non solo) possono comprendere, amare e seguire con entusiasmo.
Da studente a insegnante, Schettini ha costruito il suo percorso scolastico e professionale con dedizione: con una laurea in fisica e specializzazione in didattica della materia, ha iniziato a insegnare nel 2007, diventando docente di ruolo nel 2013 e trovando poi un pubblico enorme grazie al canale La fisica che ci piace, uno dei canali scientifici più seguiti d’Italia.
Qui risiede il paradosso principale di questa vicenda: non si tratta (solo) di un professore che “chiede like”, ma di un educatore che ha cercato di agganciare studenti sempre più disattenti con modalità che trascendono l’aula scolastica tradizionale.
La bufera è stata innescata da alcune dichiarazioni fatte dallo stesso Schettini in un podcast, dove parlava del futuro dell’istruzione e di come contenuti culturali di valore possano avere un valore economico, nonché di come la scuola debba trovare nuove forme di fruizione. È lì che, con poche parole, si era detto favorevole all’idea che in futuro la scuola possa essere anche fruita online, magari con contenuti a pagamento.
Questo concetto è stato subito trasformato in titolo rabbioso dai media: “La scuola deve essere gratis!”, “Il prof vuole vendere lezioni!”, “Cultura a pagamento!”. Il problema è che nessuno ha discusso il senso reale della riflessione: perché la cultura viene pagata a chiunque tranne che agli educatori che la producono? Tutti, nel paese di plastica e superficialità per antonomasia, si sono limitati alla caricatura. E questa caricatura non resiste a un confronto oggettivo. I principali punti sollevati negli ultimi giorni sono stati:
Accusa: il docente avrebbe “costretto” gli studenti a seguire le sue live su YouTube e a commentare per ottenere voti più alti.
Schettini risponde che non c’è stata alcuna costrizione. Quella era libertà didattica, un incentivo (simile a compiti aggiuntivi o esercitazioni extra) per stimolare lo studio. Le attività erano facoltative e non imposte dai dirigenti scolastici.
E di nuovo l’accusa sostiene che il professore avrebbe preso vantaggio dalla presenza degli studenti per far crescere il suo canale, poveri boomer, se bastassero una ventina di persone per far crescere un canale saremmo tutti Beyonce. E giustamente Schettini, infatti, risponde che durante i primi anni, il canale non monetizzava praticamente nulla: nel 2016 non ha guadagnato niente, nel 2017 ha fatturato 8,41 € e nel 2018 solo 174,81 €. In quegli anni non esisteva alcuna crescita economica significativa da YouTube. Inoltre afferma: gli studenti che partecipavano alle registrazioni lo facevano spontaneamente, e il professore ha sempre affermato di voler mostrare come si insegnano e si diffondono contenuti culturali, un modello quasi da doposcuola gratuito.
In una puntata di Le Iene, Schettini ha risposto a queste critiche chiaramente, spiegando che le sue scelte erano mosse da entusiasmo educativo e dalla volontà di far diventare l’apprendimento qualcosa di vivo e non arido.
La stampa mainstream e molte testate internet hanno preferito raccontare il caso come una sorta di truffa digitale dove il prof vende la scuola, piuttosto che analizzare il nucleo delle idee in gioco:
È più produttivo criticare chi costruisce cultura o chi distrugge istruzione?
Perché è scandaloso un professore che porta 3,4 milioni di follower a parlare di fisica, mentre i cronisti di programmi tv, uomini e donne o intrattenitori guadagnano decine di migliaia di euro per contenuti di qualità infinitamente minore? Per “formare” una massa all’insegna dell’ignoranza?
E questo è un punto che risuona con quanto diceva il buon Federico Frusciante, quando osservava: «vogliono convincerci che di cultura non si mangia». In un paese in cui si paga profumatamente chi parla di gossip con milioni di euro all’anno, perché dovrebbe essere scandaloso che un grande divulgatore culturale venga retribuito o creduto importante?
La questione sollevata da Schettini, e subito ridotta a slogan, è: se la cultura ha valore, perché deve essere sempre gratuita? Non è un caso che i primi ad attaccare non siano stati genitori o dirigenti scolastici, ma spesso colleghi, giornalisti o commentatori social bramosi della notizia. Il risultato? La narrazione ha perso completamente il senso: si parla del “prof che obbliga gli studenti”, quando nella realtà documentata non esiste alcuna imposizione ufficiale, nessuna sanzione disciplinare e, dati alla mano, nessun guadagno esorbitante dai contenuti YouTube nei primi anni.
Il caso di Vincenzo Schettini, al centro di una tempesta mediatica, assurge da paradigma profondamente emblematico della nostra società e dello stato di salute della stampa italiana. Posto che alcune decisioni dell’insegnante hanno fatto storcere il naso anche a me, in generale, ho sempre trovato i suoi metodi divulgativi e di trasmissione della conoscenza al passo con i tempi e con le esigenze non solo del mercato, ma anche degli studenti. Asserito questo, ciò che trovo veramente spaventoso è stato il generarsi esponenziale dell’importanza mediatica da parte della stampa.
Sono tre gli elementi da tenere in considerazione rispetto a quanto sta avvenendo
e nessuno dei tre, spoiler, c’entra con il professore.
Primo: l’accanimento della stampa
La stampa sembra non sapere più di cosa parlare. Eppure gli argomenti non mancano. E così, alla prima occasione, giornalisti e giornaliste si gettano nella caccia sensazionalistica: ecco allora il «tiranno professore di fisica», ossessionato da like e visualizzazioni, manipolatore, arrivista.
Si rincorrono dichiarazioni di due o tre studenti in cerca di visibilità, si costruiscono titoli incendiari tra colonne sempre più sbiadite, si grida allo scandalo come se da questo dipendesse la salvezza morale del Paese. Qualcuno si autoproclama persino grande cronista d’inchiesta.
Intanto Nellie Bly, probabilmente, si rivolta nella tomba.
Secondo: «lo strano caso di Dr Vincenzo e Mr Schettini»
La stampa italiana sembra avere un bisogno ciclico: elevare eroi e, poco dopo, lapidare peccatori. Il paradosso è che, spesso, le due figure coincidono.
Gli esempi sono numerosi. Chiara Ferragni, celebrata per anni come orgoglio italiano nel mondo, fino alla consacrazione accademica con un corso universitario dedicato al suo modello imprenditoriale, viene poi rapidamente riscritta come simbolo di scandalo. Roberto Saviano, a seconda della stagione, è eroe civile o bersaglio polemico. Jannik Sinner è orgoglio nazionale finché non si scopre dove paga le tasse, diventando immediatamente paradigma di contraddizione morale.
Se tutto questo fosse un romanzo, potrebbe intitolarsi: L’Italia e lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde. Anzi: del Professor Schettini e Mr Vincenzo.
«Chi è senza colpa scagli la prima pietra». Il vero problema emerge quando il moralismo mediatico dimentica di applicare lo stesso metro di giudizio a chi i fili dell’Italia li tesse davvero: a chi viene condannato per collusioni mafiose, a chi trasforma le istituzioni in terreno di interessi personali, a chi erode silenziosamente la credibilità democratica del Paese.
Eppure, il problema sembrerebbe essere il professor Schettini. Per due like in più, per qualche visualizzazione di troppo. Forse perché, in fondo, sono i peccati che riconosciamo come nostri quelli che sopportiamo meno negli altri.
Terzo: Lo stato di salute dell’istruzione italiana
In Italia, la scuola è il palcoscenico perfetto su cui si costruisce un eroe per poi demolirlo nel silenzio.
Celebriamo i docenti come “missionari del sapere”, ma li retribuiamo con stipendi che restano tra i più bassi d’Europa. Li costringiamo a un precariato cronico, a una trafila infinita di concorsi, graduatorie, ricorsi. Li mandiamo a compiere miracoli in edifici che spesso necessiterebbero essi stessi di un intervento strutturale.
E quando qualcosa si incrina — un voto contestato, una metodologia non condivisa, un conflitto con una famiglia — il docente diventa il capro espiatorio ideale: abbastanza visibile da essere sacrificabile, abbastanza solo da non poter reagire.
Il problema non è un professore che comunica su piattaforme digitali. Il problema è un sistema che non investe davvero nel futuro e preferisce il rito della polemica mediatica alla dignità del lavoro educativo.
Autore
Antonio Mainolfi
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