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L’Abisso della Legge: dello Stato che si fa Sistema tra Pizzo e Omicidio
Nel cuore di Rogoredo, laddove il degrado è diventato geografia, non è solo la cronaca nera a bussare alle porte del Paese, ma una questione di giustizia sociale che interroga le fondamenta stesse della nostra democrazia. Il cosiddetto "Sistema Cinturrino" ha scoperchiato una realtà che va oltre il singolo reato: un presunto intreccio di corruzione, estorsione e sangue che vede coinvolte quelle divise che dovrebbero rappresentare lo scudo dei cittadini.
L’Ombra del Pizzo e il Valore di una Vita
L’inchiesta milanese, speculare a casi già emersi nella Capitale, delinea un quadro agghiacciante: agenti delle forze dell’ordine accusati non solo di aver chiesto il "pizzo" ai pusher – traendo profitto dal veleno che uccide le periferie e che genera profitti miliardari alla mafia – ma ora indagati per omicidio volontario.
Qui la giustizia sociale si scontra con una narrazione politica brutale. Mentre la prassi democratica imporrebbe il cordoglio per ogni vita spezzata, si assiste a una difesa d'ufficio delle divise indagate da parte dei nostri politicanti al potere, una classe dirigente decadente e distruttiva che ci ha educato alla paura e non alle idee da destra a sinistra, per raccogliere voti, come se l'appartenenza a un corpo dello Stato garantisse un'immunità morale, anche di fronte al sospetto di aver ucciso un "ultimo".
La Periferia Abbandonata e il Palazzo Difeso
Il paradosso della giustizia in Italia emerge chiaramente dal contrasto tra Rogoredo e i "palazzi dei ricchi":
Rogoredo è noto per essere un luogo discriminato e abbandonato, dove lo Stato sembra apparire solo per estorcere o reprimere mentre il centro città è difeso dall’esercito, pulito, ordinato, fintamente decoroso ma sede di traffici ben peggiori, dove il potere economico e politico gode di una protezione invisibile, lontano dai riflettori della cronaca nera.
Prendere il pizzo da chi avvelena il mondo significa diventare parte integrante di quella catena di morte che opprime le classi più deboli.
La Politica del "Senza Se e Senza Ma"
Il dibattito si sposta inevitabilmente sull'etica del lavoro istituzionale. La giustizia sociale viene calpestata quando la politica trasforma la cronaca in comizio elettorale. Dichiarazioni di sostegno incondizionato a indagati per omicidio volontario non solo minano la credibilità della magistratura, ma creano un solco profondo tra le istituzioni e i cittadini che chiedono trasparenza. Questo non è un caso isolato ed emergono ora delle reti tra agenti delle forze dell’ordine che trafficano stupefacenti. Come possiamo fidarci di chi dovrebbe proteggerci? Io spero, essendo sotto scorta, di essere protetto dalle persone giuste, da persone pulite, ma penso anche che un segnale giusto per ridare fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine sarebbe anche fare pulizia all’interno di esse. Le nostre istituzioni devono liberarsi dai posti di potere occupati dai mafiosi. Infatti la corruzione sistemica non è un destino ineluttabile, ma il risultato di un silenzio collettivo.
L'invito che emerge da questa vicenda è un richiamo alla piazza:
Dobbiamo chiedere conto delle responsabilità, non solo dei singoli, ma dei "governi ombra" che permettono tali derive, rompendo l'apatia dei social, che ci pone gli uni contro gli altri armati di tastierino, e che ci fa ignorare i conflitti globali (Gaza, Sudan, Congo) e le ferite locali come Rogoredo.
Ma c’è una cosa ovvia, scritta in ogni aula di tribunale, e che ritengo sia necessario esigere : una Giustizia Uguale per Tutti, che non faccia distinzioni tra chi indossa una divisa e chi vive ai margini.
Mentre il Paese fatica a guardare nell'abisso di Rogoredo, resta una verità scomoda: la sicurezza non si costruisce con l'impunità, ma con una giustizia sociale che garantisca dignità a ogni essere umano, combattendo il crimine ovunque esso si annidi, sia esso una caserma, una questura, un tribunale, o un ministero.
Autore
Samuele Vegna
