Dagli arresti rinviati ai testimoni minacciati: le riforme di Nordio, votate dalla stessa maggioranza parlamentare che predica “legge e ordine”, stanno producendo effetti catastrofici:
Avvisi di arresto agli indagati, intercettazioni ridotte, abolizione dell’abuso d’ufficio e nuove strette sulla pubblicazione degli atti giudiziari. E tutto questo produce indagini compromesse, testimoni esposti a ritorsioni, processi svuotati.
Con la cosiddetta legge Nordio il governo ha riscritto alcune colonne portanti del sistema penale. L’abuso d’ufficio è stato abrogato, il traffico di influenze ridimensionato, i reati corruttivi cancellati dall’elenco dei delitti ostativi ai benefici carcerari. È stato introdotto l’“interrogatorio preventivo”: salvo eccezioni, l’indagato deve essere avvisato prima dell’eventuale arresto per “essere messo nelle condizioni di difendersi davanti al gip”: lo stato da ai delinquenti, sportivamente, il tempo per fuggire l’arresto.
Dal 2026, inoltre, sulle richieste di custodia cautelare non deciderà più un singolo giudice, ma un collegio formato da tre giudici, con la conseguenza di intasare vieppiù gli uffici giudiziari, già intasati per la mole eccessiva di processi. Nel frattempo, sono state fortemente limitate le intercettazioni: durata massima di 45 giorni per la maggior parte dei reati, divieto di utilizzo “a strascico”, obbligo per PM e giudici di inserire negli atti solo quelle indispensabili. Ai giornalisti è vietata la pubblicazione delle intercettazioni e delle ordinanze relative a tutte le misure cautelari personali, salvo casi circoscritti. Il messaggio che lo Stato trasmette agli indagati è il seguente:” Statevi zitti per 45 giorni, e poi potrete delinquere in santa pace!”.
La novità più demenziale è il contraddittorio anticipato: quando la richiesta di arresto si fonda solo sul rischio di reiterazione del reato, il gip deve convocare l’indagato, depositare il fascicolo e ascoltarlo prima di decidere. Nessun termine è previsto per la decisione finale.
Nei territori ad alta densità criminale, l’effetto è dirompente. In una località del Sud, non divulgabile per legge, nell’ottobre 2024, dodici persone indagate per spaccio vengono convocate con settimane di anticipo. Consultano gli atti, scoprono il nome del testimone chiave e lo minacciano. L’uomo è costretto a fuggire. Gli indagati restano liberi, preparano le versioni difensive e continuano a spacciare. Senza la nuova norma, l’arresto sarebbe stato immediato.
Storie analoghe arrivano da Bergamo, Palermo, Venezia. In più casi, le intercettazioni successive alla comunicazione dell’interrogatorio documentano tentativi di inquinamento probatorio, tentativi di concordare una versione di comodo, fuga all’estero e minacce ai testimoni. In un’indagine per frode fiscale da oltre dieci milioni di euro, solo la prosecuzione delle intercettazioni, definite da Nordio “barbarie Medievale”, ha consentito al GIP di revocare l’interrogatorio preventivo e disporre gli arresti.
A definire “grottesco” l’interrogatorio preventivo è stato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, commentando le prime applicazioni della legge durante una conferenza stampa su un’operazione antidroga a Caivano. Secondo Gratteri, avvisare uno spacciatore prima dell’arresto significa permettergli di far sparire droga, bilancini, telefoni, contatti e prove decisive. “Dai domiciliari – avverte – si continua a spacciare. E se uno viene avvisato, pulisce casa e non trovi più nulla”.
La riforma, inoltre, non include i reati di droga tra quelli esclusi dall’interrogatorio preventivo, una dimenticanza che gli stessi magistrati attribuiscono a una scelta politica: per salvare il culo ai Colletti bianchi si aprono enormi faglie nella giustizia, dei quali possono approfittare anche i criminali di strada.
L’abolizione dell’abuso d’ufficio ha avuto un effetto immediato: decine di procedimenti sono stati archiviati o drasticamente ridimensionati.
Bibbiano. Era tra gli indagati dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, sulle presunte irregolarità negli affidi. Il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti, eletto con il Pd, è stato assolto dal Tribunale di Reggio Emilia. Insieme a lui sono usciti dal processo altri due imputati, l’ex presidente dell’Unione Val d’Enza Paolo Colli e Cinzia Prudente; nello stesso processo l’abuso d’ufficio è caduto per altri imputati (in tutto 17), che però devono ancora rispondere di altre accuse. Al primo cittadino non erano contestati abusi sui minori, ma l’aver avallato l’affidamento di alcuni servizi alla cooperativa Hansel e Gretel dello psicologo Claudio Foti. Foti, è andato a processo e assolto con rito abbreviato. Il tribunale aveva respinto la questione di legittimità costituzionale presentata dalla Procura. Il pm Valentina Salvi, infatti, aveva tentato di evitare lo smantellamento del processo rimettendo gli atti alla Consulta.
Sistema Toti. Nell’inchiesta sul sistema Genova è indagato per abuso d’ufficio Paolo Piacenza, dal settembre 2023 commissario dell’Autorità portuale dopo l’addio di Paolo Emilio Signorini. A Piacenza viene contestata l’approvazione di una pratica irregolare, portata avanti del comitato d’affari che secondo i pm era legato da un patto corruttivo. La contestazione è destinata a cadere.
Concorsopoli. Dal 2023 la Corte di Cassazione aveva indicato nell’abuso d’ufficio la norma adatta in caso di concorsi truccati, dichiarando inapplicabile la turbativa d’asta, perché riferibile solo a gare per l’acquisto di beni e servizi. Si è quindi creato un vuoto di tutela e i processi ai baroni italiani accusati di aver cucito bandi su misura dei loro protetti rischiano di essere cancellati con un colpo si spugna.
A Milano, dove erano indagati per turbativa d’asta due ex rettori, Elio Franzini (Statale), ed Enrico Gherlone (San Raffaele), sono stati assolti, seguendo l’orientamento della Cassazione. A Firenze sono imputati 33 accademici, compreso l’ex rettore Luigi Dei, per l’accusa il dominus di un sistema che assegnava in anticipo i posti da professore e agli ospedali Careggi e Meyer. Qui i pm contestano (anche) l’abuso d’ufficio. Il tribunale ha sollevato la questione di legittimità costituzionale. Altro caso emblematico è quello della concorsopoli alla Facoltà di Giurisprudenza di Genova, che ha portato agli arresti del costituzionalista Pasquale Costanzo e della sua delfina, diventata poi prorettrice, Lara Trucco, indagati per una dozzina di concorsi. Costanzo, intercettato, si lamenta dei concorsi “nati male”, dove si fanno “prima i bandi” e solo dopo “si cercano i vincitori”. Nella testa del barone dovrebbe essere il contrario. E chi si presenta senza sponsor, colpevole di credere nella meritocrazia, è un “rompicoglioni”. Il pm Francesco Cardona Albini, per rafforzare le contestazioni di abuso d’ufficio, ha aggiunto la turbativa d’asta e il falso. Ma la prima ipotesi di reato ha già trovato il muro della Cassazione. E dunque il processo, basato su anni di indagine, rischia di essere spazzato via.
Imperia. Dell’abolizione dell’abuso d’ufficio è destinato a beneficiare anche l’ex ministro Claudio Scajola, al suo quarto mandato da sindaco di Imperia. È indagato per le pressioni esercitate per la trasformazione di un’ex bocciofila di Imperia in un parcheggio. Al centro dell’inchiesta la demolizione di opere abusive nell’area, che avrebbero dovuto essere pagate dal privato e invece sono state messe a carico della Provincia. Una funzionaria che si era rifiutata di firmare quegli atti è stata demansionata. Nella stessa indagine sono coinvolti altri dirigenti e funzionari pubblici.
Calabria. I miracolati di Nordio sono bipartisan in Calabria. La più recente è Domenica Catalfamo, ex assessore regionale della giunta Santelli che, in qualità di dirigente del Servizio difesa del suolo della Città Metropolitana di Reggio Calabria era indagata per abuso d’ufficio. Avrebbe violato due leggi regionali sull’estrazione di materiali litoidi da un torrente e ha rilasciato alcune autorizzazioni procurando un ingiusto vantaggio a una ditta. Il procuratore aggiunto Stefano Musolino aveva chiesto il rinvio a giudizio, ma il 17 ottobre il gup Tommasina Cotroneo ha prosciolto l’ex assessore “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”. Stessa formula con la quale è stato assolto il sindaco Pd di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà nel processo “Miramare bis”: il primo cittadino era stato rinviato a giudizio per la mancata costituzione di parte civile del Comune nel primo processo (da cui è stato assolto in Cassazione) sull’affidamento di un albergo a un amico imprenditore che, in campagna elettorale gli aveva concesso i locali per la sua segreteria politica.
Ma ora vediamo un po’ i dati. Nel 2025 in Italia c’è stata una riduzione significativa delle misure cautelari rispetto al 2024, soprattutto quelle che riguardano il carcere e gli arresti domiciliari. Inoltre, nel 90% dei casi le sentenze sono state di condanna dopo la disposizione di una misura cautelare. A certificarlo è la relazione annuale dello stesso Ministero della Giustizia.
Secondo le 71 pagine di numeri e tabelle, nei primi dieci mesi del 2025 le misure cautelari sono state 51.703 rispetto alle 94.168 del 2024 che avevano certificato un aumento rispetto alla media delle 81.700 nel triennio 2020-2023. In teoria si tratterebbe di una riduzione sostanziale (-43 mila, circa il 46% in meno), ma in realtà i dati sono incompleti sia perché, rispetto agli anni precedenti, arrivano al 31 ottobre, ma anche perché il tasso di risposta degli uffici giudiziari si è ridotto sostanzialmente al 57% rispetto all’89% del 2024 e l’80% del 2023. A ogni modo il ministero della Giustizia fa sapere che, in valore relativo, i dati possono essere considerati “statisticamente robusti” e Via Arenula certifica, nelle conclusioni, una “probabile significativa diminuzione del numero delle misure emesse rispetto al 2024”.
Secondo la relazione firmata dal ministro della Giustizia Nordio, la riduzione delle misure cautelari ha riguardato soprattutto gli arresti domiciliari senza braccialetto elettronico (13,8% rispetto alle 15,6% del 2024) e la custodia cautelare in carcere (28,3% contro le 28,9% di un anno fa). Una misura cautelare su tre resta quella carceraria, una su quattro riguarda gli arresti domiciliari. Entrambe costituiscono circa il 55% delle misure cautelari. Se il documento di Via Arenula fa sapere che “il ricorso alla misura carceraria appare decrescente”, aumentano invece quelle relative al divieto di avvicinamento, agli arresti domiciliari con braccialetto anche se solo il 18% delle misure viene applicato con un controllo elettronico. Solo sei casi, invece, riguardano le detenute madri previste dal decreto Sicurezza per combattere il fenomeno delle borseggiatrici che però, specifica il ministero, viene considerato “numericamente nullo nel corso dei vari anni”. La relazione fa una fotografia anche della distribuzione geografica delle misure che appare simile agli anni precedenti: il 40,1% al Nord, 24% al Centro, 24,9% al Sud e l’11% nelle isole.
Il documento annuale del ministero fa sapere che i procedimenti in cui viene applicata una misura cautelare coercitiva sembrerebbero “avere tempi di definizione molto ridotti” perché “già sussistono gravi indizi di colpevolezza a carico della persona”: nel 2025, come nel 2024, sulle 19 mila misure coercitive nell’84% dei casi i procedimenti sono arrivati a sentenza nello stesso anno e nel 18,6% per procedimenti iscritti nello stesso anno. Inoltre nel 75% dei casi totali si è arrivati a una condanna senza sospensione della pena e il 15% con sospensione: dunque “in circa il 90% dei casi la modalità definitoria di un generico procedimento definito ove è stata emessa una qualche misura cautelare coercitiva è la condanna, mentre nel restante 10% circa si è avuta un’assoluzione o un proscioglimento a vario titolo”.
Ma il governo tira dritto, noncurante dei dati, e pensa a riaprire i piccoli tribunali di provincia. La vicenda va inquadrata facendo un passo indietro: nel 2012 la ministra della Giustizia Paola Severino aveva fatto chiudere 37 sedi, tribunali di dimensioni troppo piccole perché potessero risultare efficienti nella complessa macchina giudiziaria italiana, specie alla luce della cronica mancanza di risorse. Sono trascorsi diversi anni ma la riapertura dei cosiddetti “tribunalini” è sempre stata considerata prioritaria da molte amministrazioni locali. E da tempo Nordio e altri esponenti di governo avevano aperto alla possibilità di una revisione della geografia giudiziaria, raccogliendo le istanze dei territori. Ma non c’è solo il futuro Tribunale di Bassano del Grappa. Secondo Il Fatto Quotidiano ci sono altre tre piccole sedi che dovrebbero essere riaperte: ad Alba, in Piemonte, a Lucera in Puglia e a Rossano Calabro. In attesa del testo del disegno di legge che dovrebbe indicare anche i motivi delle riaperture oltre che le risorse da reperire, lo stesso quotidiano sottolinea come le sedi indicate siano in territori vicini rispettivamente al sottosegretario Ostellari (Bassano del Grappa), al sottosegretario Delmastro (Alba), al viceministro Sisto (Lucera), al senatore Fdi Ernesto Rapani (Rossano Calabro).
Di certo la riapertura delle sedi più piccole va in senso contrario alle priorità indicate dall’Associazione nazionale magistrati negli ultimi incontri con il governo, sia a Palazzo Chigi che al ministero. In una nota l’Associazione esprime il proprio “forte dissenso rispetto alla iniziativa governativa di riapertura del Tribunale di Bassano del Grappa, che produrrà effetti diametralmente opposti a quelli che il governo si era impegnato a realizzare in termini di efficienza del sistema giustizia”.
“È evidente – prosegue la nota della Giunta esecutiva centrale – la logica prettamente localistica dell’iniziativa, che non si inserisce in una visione strategica complessiva e non tiene conto degli effetti assolutamente disfunzionali che iniziative come queste sono destinate a produrre”. Conclude la nota dell’Associazione: “le specificità di un territorio possono essere adeguatamente trattate solo da uffici giudiziari di dimensioni tali da consentire una specializzazione e non da micro tribunali che non hanno alcuna possibilità di offrire una risposta di giustizia all’altezza delle legittime aspettative dei cittadini”.
Analizzando attentamente tutti questi fatti e questi dati, come si fa a dire che questo è il governo della Sicurezza?
Autore
Riccardo Maradini

