5
Andrea Bui, classe 1980, è coordinatore di Potere al Popolo Parma. Laureato in Scienze politiche nel 2007 all’Università di Bologna con una tesi sulle recenti trasformazioni economiche e urbanistiche di Parma, ha conseguito un Master in Archivistica Digitale conseguito all’Università di Macerata. Ha condotto ricerche sulla questione “sicurezza” in ambito urbano (Della Sicurezza) e sul trasporto pubblico locale (Indagine su Metrò al di sopra di ogni sospetto). È tra gli autori di Prigionieri del fuori. Ordine neoliberale e migrazioni (Bfs, 2018) e ha curato insieme a Latino Taddei il saggio su Bottego L’esploratore perso nell’oblio, (Pgreco Edizioni, 2022). Lavora come educatore in una piccola cooperativa sociale che si occupa di integrazione e inserimento lavorativo di persone con disabilità.
Ha corso nel 2022, sostenuto sempre da Potere al Popolo, PCI e Rifondazione Comunista, alle elezioni comunali di Parma, in qualità di candidato Sindaco.
DOMANDE
- Quali potrebbero essere, secondo lei, le conseguenze sociali e politiche di questa politica di “remigrazione”? Non teme che questo tipo di proposta possa alimentare tensioni sociali o fenomeni di esclusione?
La proposta di “remigrazione” serve proprio ad alimentare tensioni sociali, è il suo scopo principale: alimentare una guerra tra poveri per scongiurare che chi ha pagato le conseguenze della globalizzazione se la prenda con i responsabili di quei disastri. Scuola, sanità, servizi sociali e pensioni, ossia le conquiste che i lavoratori hanno ottenuto in decenni di lotte, sono stati smantellati e trasformati in occasioni di business, con conseguenze sotto gli occhi di tutti. Capire le cause e affrontare problemi di questo tipo non è semplice, ed è rischioso per chi detiene il potere. Per cui diventa molto più pratico trovare risposte semplici: Non ci sono posti all’asilo? Perché ci sono loro. Le scuole fanno schifo? Perché ci sono loro. Le strade sono invivibili? Perché ci sono loro. Quante volte lo abbiamo sentito? La Remigrazione è la non-soluzione per non cambiare nulla: mantenere i privilegi di chi ce li ha, al prezzo di un’emergenza sociale permanente.
- Molti governi hanno promesso soluzioni drastiche sull’immigrazione senza risultati strutturali: Non pensa che puntare su temi identitari possa servire a spostare l’attenzione da problemi economici e sociali più profondi?
Sono decenni che le campagne elettorali si giocano sull’immigrazione. Le politiche economiche e la politica estera erano (e lo sono tuttora) prese a Bruxelles e a Washington, il pilota automatico. Le conseguenze delle privatizzazioni, dello smantellamento del welfare e dei diritti sul lavoro, della consegna alla speculazione immobiliare delle nostre città, hanno provocato un disagio che doveva essere indirizzato verso obiettivi che non mettessero in discussione l’ordine neoliberista. E le politiche migratorie si sono prestate benissimo a questo compito di distrazione di massa.
- Quanto pensa che social media e televisione influenzino la percezione dell’immigrazione? Secondo lei esiste una narrazione distorta o semplificata di alcuni fenomeni sociali?
Penso che anche la domanda tradisca un messaggio di fondo che è stato definitivamente sdoganato nel dibattito pubblico: Immigrazione=Degrado, delinquenza. La percezione di cui parli nella domanda non è tanto dell’immigrazione ma dei problemi con cui siamo stati abituati a pensarla. Ricordo anni fa pagine social tipo “tutti i crimini degli immigrati”, non ricordo con esattezza, che facevano circolare vere e proprie notizie inventate che avevano un grande successo sui social. L’autore non era un militante neofascista, era un ragazzo che voleva semplicemente arricchirsi, quei contenuti funzionavano e riuscivano a fargli avere la ricchezza che cercava. Semplicemente non si è posto il problema delle conseguenze sociali di questo sua “attività”. Credo che il problema grosso oggi sia proprio l’individualismo, che ci porta a salvarci o ad arricchirci da soli, incuranti delle conseguenze che hanno le nostre azioni, non considerandoci responsabili mai, “tanto lo fanno tutti”.
- Che ruolo possono avere i cittadini nel miglioramento della situazione sociale?
Credo che solo con una mobilitazione collettiva si possa produrre un cambiamento sociale significativo. Viviamo in un’epoca in cui la politica è ridotta al volto del leader, un atteggiamento messianico di attesa del salvatore che ci toglie ogni responsabilità. Siamo portati a sostenere incondizionatamente il leader o a odiarlo ferocemente. Ma sempre comodamente appollaiati sul divano. La nostra vita è apparentemente lontana dalla politica, che ormai è più assimilabile al tifo calcistico che a una scelta di partecipazione. Sono convinto che un buon antidoto sia non perdere la capacità di prendere decisioni insieme agli altri, avere il coraggio di assumersi una responsabilità, anche se è difficile, anche se costa fatica. E farlo fuori dalle mura di casa, possibilmente vivendo le relazioni di persona, confrontandosi anche con chi non appartiene alle nostre “bolle”. Per questo fare politica dal basso, in strada e non dietro a uno schermo, credo sia la miglior resistenza che possiamo opporre alla deriva che stiamo vivendo.
- Secondo voi, quale è la vera autonomia politica e militare dell’Italia e dell’Europa: qual è la vostra posizione su questo tema, alla luce dei recenti negoziati su Gaza e sull’Ucraina, dove i due attori sopracitati non hanno toccato palla?
Crediamo che l’Italia dovrebbe uscire dalla Nato e lavorare per la costruzione di un aggregato di stati euromediterranei per affrontare le sfide che abbiamo di fronte: l’adattamento al cambiamento climatico, il cambio di paradigma di produzione e di consumo delle nostre economie. C’è in ballo il nostro futuro. Il mondo occidentale ha perso la globalizzazione e sta reagendo disperatamente per non perdere i privilegi che secoli di colonialismo e imperialismo gli hanno garantito. Gli Usa oggi consumano la maggior parte delle risorse mondiali pur essendo una porzione relativamente piccola della popolazione. Al suo interno, inoltre, i lavoratori fanno una vita dura, difficile, e così accade, in modo appena più edulcorato, da noi. Oggi dobbiamo scegliere se cadere nel baratro della guerra per difendere i privilegi delle nostre classi dirigenti o vedere questa crisi come l’opportunità di sperimentare un ordine differente. Certo gli interessi che puntellano quest’ordine sono molto forti, appaiono invincibili, ma in realtà nulla è invincibile e immutabile.
- Quale messaggio vorrebbe lasciare a chi vede con orrore la visione Vannacciana, dal momento che è un momento storico in cui la Sinistra sembra latitare e gli operai votano la Meloni?
Sono convinto che si debba cambiare radicalmente passo. Il centro-sinistra ha condiviso con il centro-destra i fondamentali economici e politici che hanno caratterizzato l’Italia negli ultimi 25 anni: privatizzazioni, smantellamento del welfare, assoluta fedeltà atlantica, demolizione dei diritti dei lavoratori, abbandono del governo del territorio per regalare le nostre città alla rendita immobiliare. Per questo oltre il 50% degli elettori non va più a votare, perché le cose di cui discute la politica si ha l’impressione che spesso non riguardino le nostre vite. Nessuno o quasi oggi pensa più che la politica possa essere un modo per affrontare un problema. Al limite può essere un modo per fare carriera, per “smettere di lavorare”. Invece bisogna avere il coraggio di sostenere posizioni difficili, di scontrarsi con i poteri economici che determinano la politica. Occorre difendere l’ambiente dall’aggressione di un’economia estrattiva che non guarda al futuro, occorre dire basta a uno sviluppo fondato sul cemento, la logistica e lo sfruttamento dei lavoratori. Occorre prendere parte radicalmente: le mezze misure, i “ma anche” di veltroniana memoria, ci hanno portato a Meloni al Governo, La Russa presidente del Senato e a parlare di un personaggio farsesco come Vannacci. Opponiamoci non solo a queste figurine, ma all’ordine profondo a cui queste figurine servono. Altrimenti arriveranno altre figurine, generalmente peggio delle precedenti, perché anche se abbiamo la sensazione spesso di aver toccato il fondo, il fondo si scopre sempre più in basso.
- Cosa direbbe, invece, a Vannacci o ad uno qualunque dei suoi sostenitori, riguardo questi argomenti?
A Vannacci non ho nulla da dire.
Ai suoi sostenitori invece sì. Spesso molte persone trovano nell’odio contro gli immigrati una risposta alla sensazione di essere stati dimenticati. Lavoro precario, diritto alla salute di fatto sospeso, una scuola che non funziona e l’idea che in fondo studiare non serva a nulla. E le nostre città, lasciate in mano alla speculazione immobiliare, per cui la casa è sempre più costosa, mentre l’intervento pubblico per i servizi alla persona (penso a tutti quelli che si prendono cura di un genitore anziano, o hanno una persona cara con disabilità) sta degradando rapidamente. In più l’accumulo di sacche di degrado sociale in alcune zone porta a vivere fenomeni di violenza che spaventano e fanno rabbia: oltre alla solitudine anche il rischio di perdere quel poco che si ha. Ecco prendersela con gli immigrati, o pensare che se non ci fossero loro tutto funzionerebbe meglio è l’ultima illusione dopo il blocco navale, la secessione, e le squallide proposte che si sono succedute negli anni. Pensare di risolvere i nostri problemi con la remigrazione sarebbe come curare la peste bubbonica spalmando crema per le mani sulle piaghe: si ha l’impressione di curarsi ma la malattia che lo ha causato non solo non se ne andrà ma crescerà indisturbata.
- Ed infine, domanda di rito di Punto e Virgola, ci sono tre libri che vuole consigliare ai nostri lettori?
Molto volentieri: La trilogia dell’Ibis di Amitav Gosh (Mare di papaveri, Il fiume dell’oppio e Diluvio di fuoco), Una storia del mondo a buon mercato, di Raj Patel e Jason Moore e infine Nina dei Lupi di Alessandro Bertante.
Autore
Riccardo Maradini