C’è una frase bellissima di Tarkovskij che dice che il cinema è l’arte di scolpire il tempo. Se è vero, allora Federico Frusciante quel tempo lo ha preso a martellate per tutta la vita. Non per romperlo, ma per liberare la verità che ci stava sotto, per estrarne la passione pura e quella rabbia (anche se sempre velata d’amore) verso un’industria che, troppo spesso, ha smesso di saper sognare per iniziare a fatturare.
Federico non era un critico. Guai a chi prova a chiuderlo in quella definizione così stretta e polverosa.
Lui era un partigiano della pellicola, un divulgatore d'assalto che aveva scelto come trincea il bancone di una videoteca e come megafono l'obiettivo di una webcam. Non gli interessava il consenso, non cercava i like facili o l’approvazione delle masse. Lui cercava la scintilla, quel brivido che solo il cinema può darti. Mentre il mondo intero si arrendeva alla pigrizia degli algoritmi di Netflix, Federico rispondeva col catalogo della Troma, col cinema di genere più sporco, con gli horror dimenticati e quei capolavori orientali dai nomi impronunciabili che, grazie a lui, diventavano improvvisamente necessari.
Io l'ho scoperto tardi, meno di un anno fa. È apparso per caso tra i consigliati di YouTube, forse subito dopo un video di Victorlaszlo88, ed è stato un colpo allo stomaco. Non ne avevo mai sentito parlare, ma mi è entrato dentro subito. C’era quel modo di parlare così schietto, così privo di filtri, che ti costringeva a guardare una recensione dopo l’altra, come se fossi lì con lui a bere una birra. Non l’ho mai visto né conosciuto di persona, ma la notizia mi ha sconvolto così tanto da dover scrivere qualcosa al riguardo. Forse perché anche attraverso uno schermo si sentiva la cura che sembrava mettere in tutto: da una minirecensione alle monografie, da un “Frusciante al cinema” ai video sui film migliori e peggiori dell’anno, che erano sempre più lunghi.
C’era una poesia disperata nelle sue sfuriate. Quando Federico distruggeva l’ennesimo cinepanettone o un remake senz'anima, non lo faceva per snobismo o per sentirsi superiore. Era il dolore di un amante tradito. Era la sofferenza di chi vede un’arte senza tempo venire infangata e svenduta al miglior offerente. In quel mix incredibile tra un’analisi tecnica chirurgica e il dialetto livornese più verace, riusciva a rendere tutto umano, comprensibile, vicino. Anche se non avevi mai toccato una cinepresa in vita tua, con lui capivi perché quel movimento di macchina era storia. Potevi non essere d’accordo o maledirlo perché non amava un tuo mostro sacro, ma c’era una cosa che non potevi mai mettere in discussione: la sua onestà. Quella trasparenza quasi violenta che oggi, in un mondo di recensioni prezzolate e sorrisi di plastica, è diventata merce rarissima.
La scomparsa di un uomo così lascia un vuoto che non si può colmare. Non ci sarà un altro youtuber, non ci sarà un accademico capace di prendere il suo posto. Perché Federico era il ponte tra l'alto e il basso. Era l’unico capace di spiegarti perché La Cosa di Carpenter è un trattato politico fondamentale mentre si accendeva una sigaretta, facendoti sentire non un allievo, ma un amico seduto sul divano accanto a lui.
Ci lascia migliaia di ore di video che sono la nostra enciclopedia, il nostro rifugio. Ci lascia il coraggio di urlare "fa schifo!" quando il mondo intero grida al capolavoro. E soprattutto, ci lascia quella fame: la voglia di andare a scovare un film coreano introvabile solo perché lui, con gli occhi che brillavano, ci ha giurato che "quel film lì ti cambia la vita".

Mi piace immaginare che adesso Federico sia da un’altra parte, in una sala buia e fumosa, finalmente seduto tra George Romero e Lucio Fulci. Probabilmente sta già discutendo animatamente e gesticolando, spiegando a tutti perché quel raggio di luce in una pellicola del 1974 è stata la cosa più rivoluzionaria mai apparsa su uno schermo.
Grazie di tutto, Fede. Grazie per averci insegnato che guardare non basta: bisogna vedere. Il cinema non morirà mai, finché ci sarà qualcuno che, con infinita gioia, continuerà a premere "play".
Autore
Beatrice Rosanova