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Non è una sorpresa, già lo scorso Ottobre 2025 gli Stati Uniti avevano, goffamente, tentato di rapire il dittatore venezuelano, corrompendo il suo pilota, il quale non rispettò i patti mandando all'aria l'intera missione. Ma il terzo giorno del 2026, alle 02:01, ora di Caracas, le forze speciali americane con un'azione di forza mai vista dalla seconda guerra mondiale, hanno posto fine alla dittatura di Maduro in 90 minuti.
Il Presidente americano Donald Trump non rivendica la legalità internazionale delle sue azioni, ma ne sostiene la legittimità morale alla luce del disordine interno del Venezuela, dei gravi danni interni al paese e della narco-dittatura che esportava droghe illegali e letali con la compiacenza di Maduro.
Chi è rimasto scandalizzato da questa azione, sappia che non è una novità: da oltre un secolo, gli Stati Uniti hanno considerato l’America Latina come "l'immenso giardino davanti casa". Già dall’Ottocento, la Dottrina Monroe tracciava la linea dell’influenza americana sul continente. Nel 1961, John F. Kennedy, icona del pensiero progressista, inaugurò la sua presidenza con l’invasione della Baia dei Porci: un’operazione della CIA per rovesciare il regime di Fidel Castro. Fallì clamorosamente, ma rientrava in una pratica consolidata: le amministrazioni Kennedy e Johnson organizzavano regolarmente colpi di Stato di destra in America Latina, anticipando eventi come il golpe di Pinochet, legato a Nixon e Kissinger.
Gli Stati Uniti hanno proseguito lungo questa linea anche negli anni successivi. George H. W. Bush, repubblicano moderato e multilateralista, guidò l’attacco a Panama per catturare il dittatore narcotrafficante Noriega. Anche quell’operazione militare, sebbene politicamente efficace, fu lunga e costosa in termini di vite umane.
Oggi, gesti simili di Donald Trump possono sembrare “eccezionali” o illegali secondo il diritto internazionale. Ma, storicamente, si inseriscono in una continuità consolidata: l’America Latina è stata sempre trattata come un’area d'interesse strategico, senza troppe formalità legali.
Le motivazioni economiche non riguardano la scarsità di petrolio negli Stati Uniti — il Paese è autosufficiente dal tempo di Obama — ma il controllo di risorse cruciali per la Cina. Nonostante l’immagine di superpotenza “verde”, Pechino è il maggior consumatore di energie fossili e il principale emettitore di carbonio al mondo. Il petrolio iraniano e venezuelano, infatti, è strategico per la Cina. Non a caso, Iran e Venezuela sono stati proprio i due Paesi colpiti da Trump negli ultimi mesi.
Molti si chiedono se queste operazioni diano un via libera a Xi Jinping verso Taiwan o a Putin verso l’Ucraina. La risposta è no: le due potenze emergenti escono indebolite, incapaci di proteggere i propri alleati. La capacità di difesa e la credibilità internazionale hanno un costo, come dimostrano le difficoltà di Biden con l’Ucraina e la ritirata dall’Afghanistan.
Con questo gesto Trump dimostra invece che gli Stati Uniti mantengono una forza militare rilevante. Anche se il gesto può essere definito “terrorista” o illegale secondo il diritto internazionale, rientra perfettamente nella tradizione americana d'interventismo estero: una pratica consolidata, spesso ignorata dai commentatori, ma storicamente coerente con il ruolo globale degli Stati Uniti.
Ciò su cui dovremmo porre l'attenzione è in particolare l’ultima parte del discorso del Presidente Americano in carica, quando afferma di voler governare il Venezuela "sine die", fino quando, sarà possibile una transizione sicura e giudiziosa. Proprio su questo punto si concentra l’attacco dei democratici americani e la perplessità dei commentatori che percepiscono le inquietudini della base trampiana la quale non vorrebbe l'occupazione militare in terra straniera, alla luce delle vicende afgane.
Gli Stati Uniti manifestano una certa paura nei confronti del mondo: governare un pianeta complesso, abitato da oltre 8 miliardi e 150 milioni di persone in continua crescita, non è semplice. Negli ultimi decenni, l’America ha scoperto che uno dei suoi mantra – l’idea che il mondo aspirasse a diventare “americano” – non corrisponde alla realtà.
E se tutto dovesse crollare, gli Stati Uniti potrebbero comunque trovare un rifugio nel proprio emisfero: attraverso la Groenlandia, il Canale di Panama, il Canada e ora il Venezuela. Anche Cuba gioca un ruolo in questo scenario: l’isola dipende in modo significativo dal Venezuela e fornisce tuttora il supporto all’apparato d'intelligence del paese sudamericano. Facendo un pronostico, Cuba potrebbe resistere poche settimane senza il sostegno petrolifero del Venezuela. E con Cuba anche l'Iran potrebbe riscontrare qualche contraccolpo in alcune operazioni “oscure” che collegano il narcotraffico al finanziamento di gruppi alleati come Hezbollah o milizie filo-iraniane; è doveroso ricordare che in passato, l’Iran ha avuto contatti con reti criminali in Sud America (Venezuela, Colombia) per traffici finanziari, narcotici e talvolta armi.
Ma il pronostico non si ferma qui: cosa potremo aspettarci dal Venezuela e come potrebbe evolversi il quadro politico?
Trump ha letteralmente parlato di un protettorato coloniale fino a quando non ci saranno i presupposti giusti per poter restituire la piena autosufficienza a un paese da ricostruire.
In queste ore alcuni neo conservatori del governo americano sono contenti, pensando di poter usare Trump per scopi strategici. Ma il tycoon si sa, quando parla, agisce, e ora si è lanciato in una missione che vuole dimostrare solo una cosa: la potenza della democrazia americana in un Occidente che sta odiando se stesso. Tuttavia, nessun impero globale può davvero rifugiarsi nel proprio guscio e nella propria ragione.
In questi giorni, migliaia di venezuelani stanno gioendo per la cattura di un presidente illegittimo che ha prostrato il paese in povertà e paura. Molti sono stati i morti durante il regime e milioni gli esuli a piedi.
Tuttavia, che i venezuelani non siano stati interpellati di questo golpe non è da sottovalutare, questo potrebbe dar luogo ad agitazioni civili quando si tratterà di effettuare una transizione guidata da Washington. Ma quali potrebbero essere i nomi del Venezuela post Maduro?
- María Corina Machado, potrebbe assumere il potere con supporto diplomatico e militare statunitense, oltre ad essere un simbolo che dà voce al popolo è premio Nobel per la Pace 2025
- Edmundo González Urrutia, non è un caudillo, non è un militante radicale, non è un uomo dell’apparato chavista. Questo lo rende accettabile a più attori, anche ostili tra loro.
- Delcy Rodríguez: se la sinistra avesse un volto, avrebbe il suo, la vice presidente del governo Maduro. Sarebbe possibile un ritorno della continuità chavista, scenario opposto alla neutralità.
Sicuramente nell'incubo dei venezuelani si profila quel rischio di vuoto di potere e caos interno: senza una leadership unificata, diverse fazioni — militari, milizie chaviste e gruppi criminali — potrebbero cercare di colmare il vuoto politico e dar luogo a disordini interni e di conseguenza una risposta militare americana.
In ultima analisi, la vera domanda non sarebbe quindi se il Venezuela “starà meglio”, ma che tipo di ordine nascerà dalle macerie: un ordine fondato sulla paura del caos, sull’amministrazione estera, o sulla lenta ricostruzione di una volontà politica autonoma?
La storia suggerisce che il primo è rapido, il secondo efficiente, il terzo l’unico davvero libero — e anche il più improbabile.
Ma lasceremo al tempo la libertà di raccontarci la verità; per ora è la filosofia, che come una nottola ad ali spiegate, esce al tramonto e ci parla di come il Venezuela rischierebbe una polarizzazione morale: da un lato chi vede l’evento come fine di una tirannia, dall’altro chi lo vive come umiliazione nazionale. È questa possibile frattura identitaria a essere, spesso, più duratura dei conflitti armati: è la memoria collettiva che non registra solo ciò che è accaduto, ma come è accaduto. Sicuramente il Venezuela sa: i tiranni e i tiranni illuminati restano pur sempre tiranni.
Autore
Mariavittoria Dotti


