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Siamo di fronte a un paradosso politico senza precedenti: si può fare un colpo di Stato contro chi il potere lo ha già scippato? In Venezuela la risposta sembra essere un tragico “sì”. Nicolás Maduro ha deciso nel 2024 di stracciare l’esito delle elezioni, trasformando il palazzo presidenziale in un fortino protetto da una Corte Suprema e da un Consiglio Elettorale ridotti a semplici uffici stampa del regime. Quello che l’opposizione e la comunità internazionale chiamano “golpe istituzionale” era ormai una realtà consolidata. Ma attenzione: se da un lato Maduro stringeva la morsa, dall’altro la reazione internazionale ha il sapore amaro della polvere da sparo e del petrolio. Difatti gli Stati Uniti, come al solito, sono passati ai fatti: petroliere intercettate e infrastrutture colpite militarmente, con la scusa ufficiale della lotta al narcotraffico e dell’“esportazione della democrazia” a suon di sanzioni e muscoli. Il risultato è una crisi umanitaria che colpisce un popolo e un Paese dotati di enormi giacimenti minerari strategici e petroliferi. In questo caos “brilla” la stella di María Corina Machado, la trumpiana di ferro, Nobel per la Pace 2025 (altro paradosso). Dietro l’aura di salvatrice della patria si nasconde infatti una politica che ha da sempre sostenuto una strategia di privatizzazione selvaggia dell’energia venezuelana, con favoriti ben noti: gli Stati Uniti. Il suo piano è smantellare lo Stato chavista e consegnare il petrolio, da sempre nazionalizzato, alle logiche del libero mercato. È qui che smettiamo di pensare che si tratti solo di diritti umani. Dietro la retorica della libertà e della legittimazione popolare di Machado si nasconde una spietata partita geopolitica ed economica. Il Venezuela non è solo la più grande cisterna di petrolio al mondo: è anche una miniera d’oro per il futuro tecnologico. Gli Stati Uniti puntano su coltan e torio, minerali critici per le batterie delle auto elettriche e per l’industria bellica del futuro. L’obiettivo della dottrina “America First” è lapalissiano: distruggere il monopolio cinese sulle terre rare, cacciare russi e cubani e aprire le porte a giganti come Chevron ed Exxon Mobil, trasformando il Paese in un vero e proprio protettorato energetico. Così, mentre i giganti si scontrano e i leader firmano accordi all’ombra del Pentagono, il popolo venezuelano rimane intrappolato nella povertà. La democrazia vincerà davvero o cambierà solo il padrone delle miniere?
Autore
Samuele Vegna
