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Inauditus: il dolore del non dialogo
Inauditus: il dolore del non dialogo

Inauditus: il dolore del non dialogo

autore
Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti
mensile
Mensile di Maggio 2025Mensile di Maggio 2025
pubblicazione
19/05/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

3

tag
TrumpTrump
Paesi
🇺🇸Stati Uniti
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“Forse la pace non è possibile, c’è dell’odio tremendo. Parliamo di odio tremendo tra questi due uomini". Pronunciando queste parole, il presidente statunitense Donald Trump si è lasciato andare a una amara costatazione, riconducendo le sorti del conflitto russo-ucraino a una diatriba tra i rispettivi leaders. In questo conflitto il tycoon rappresenta la terzietà della comunicazione: Leibniz lo avrebbe definito "il giudice delle controversie" che aiuterebbe le parti a vedere le posizioni reciproche, evitando di alimentare la polarizzazione del dialogo nelle rispettive rocche di verità.

In un dialogo bidirezionale le parti tenderebbero a rafforzare le loro posizioni rimanendo nell'agone sempre più aspro del "men de": un "sì, ma" che fa collassare l'intero sistema di ascolto. Tra gli opposti ci vuole un terzo, ed eccolo lì, il tycoon statunitense seduto nella Basilica di San Pietro, come fosse in confessione, nel ruolo di mediatore che si sarebbe assunto sin dai primi giorni della sua presidenza. Una linea più dura nei confronti della Russia: questo è stato avanzato dal presidente ucraino sotto la cupola di Michelangelo, ottenendo il favore del "reverendo" Donald.

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L'immagine che entrerà nei libri, rischia, però, di alimentare ulteriormente il rivendicazionismo messianico per cui lo stesso Trump fu eletto: votato dal ben 58% dei Cattolici, i quali svelano la volontà inconscia di una rifondazione teologica del potere politico che, nella storia della Storia, ha sempre avuto esisti poco rassicuranti.

Due uomini seduti uno di fronte all'altro: Trump e Zelensky, in un giorno di Sole tratto dall'ultima decade d'Aprile, il più crudele tra i mesi, direbbe Eliot. Aprile non ha nevi di dimenticanza, scopre inesorabilmente tutte le cose, pare che non si possa rimanere nascosti da Aprile in poi... ma in realtà, da quando nasci, non puoi più nasconderti. Questo lo sapeva bene papa Franciscus che non ha mai saputo o voluto coprire le sue scarpe, il racconto di una scelta che è rimasta intatta.

A Mosca, il Giorno della Vittoria del 9 maggio è passato senza alcuna vittoria, un nuovo Papa di pace e di ponti è stato eletto a Roma e il tempo ci mette sempre a dura prova con lo specchio; ma come Paolo di Tarso, sento una spina nella carne: è il dolore del mancato ascolto.

Quanti di noi sarebbero pronti ad affermare che nelle relazioni comunicative si sentono davvero compresi?

Quanti di noi si percepiscono ascoltati negli ambienti pubblici e privati senza che l'altro ci interrompa a metà proposizione?

Il mondo post-moderno non deve rassegnarsi all'idea di non dialogare. La carenza di dialogo implicherebbe l'insorgere a fil di spada della violenza, che potremmo definire una forma di condotta transitiva, vale a dire un comportamento inarrestabile che porta con sé l'illusione che con una grande dose di violenza i conflitti si possano risolvere - ma in realtà non è così.

Per poter dialogare con successo, il primo passo è rinunciare all'idea dell'altro come ente esterno. Noi siamo abitati da pensieri che non abbiamo deciso di avere e da desideri che non riusciamo a controllare, spesso ci troviamo affollati da ricordi che emergono senza chiedere permesso. C'è un altro dentro di noi, o meglio: "l'altro" inizia da dentro; per questo motivo, conoscere a fondo se stessi è l'esame propedeutico che allena a relazionarci con gli altri. Siamo soggetti dif-ferenti corazzati di istanze, e talvolta impariamo ad ascoltare perfino un nemico attraverso l'ascolto primario di noi stessi. La verità della quale abbiamo infinitamente sete non sta nella rappresaglia di guerra: quando si cerca vendetta per i propri figli uccisi, si uccidono i figli degli altri e questo non risarcisce mai il cuore. La verità sta nella voce di una testimonianza, sta in colui che abbia compreso il nome del tuo dolore: un testimone che dica:" ti vedo".

Martin Luther King, nel discorso del 1968 sul Movimento per i Diritti Civili, dichiarò che alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. E, se tacciamo, falliamo; se sogna solo uno, rimane solo un sogno; ma se sogniamo in tanti quel sogno, di fatto, sta già diventando realtà, sta diventando "voce" in pieno esercizio etico.

Autore

Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti

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