C’è un momento preciso in cui uno scandalo smette di essere uno scandalo. Non quando viene smentito, né quando viene punito, ma quando viene assorbito.Negli ultimi anni abbiamo assistito a una sequenza quasi rituale: documenti desecretati, file resi pubblici, nomi che emergono, dettagli che indignano. Il caso Epstein è stato l’ennesima detonazione morale che ci dovrebbe far gridare:“Ecco la verità”, ecco “giustizia è stata fatta.” Tuttavia la trasparenza mediatica non è sinonimo di giustizia. Infatti a livello psicologico e politico, quando uno scandalo mostruoso viene scongelato e consegnato al pubblico come cibo informativo, accade qualcosa di più sottile della rabbia, dell' indignazione e del senso di giustizia: accade l’ansia. E l’ansia, il colore secondario del nostro secolo, derivato dalla miscela di tre emozioni primarie come rabbia, tristezza e paura, non innesca azione positiva ma paralisi: quella morte apparente chiamata “freezing”.Psicologicamente, un alto livello di ansia tende ad attivare risposte di evitamento, un vero e proprio blocco emotivo e cognitivo, piuttosto che risposte orientate al cambiamento proattivo delle circostanze. Lo scandalo contemporaneo Epstein, non è più una rivelazione, ma è un flusso con le caratteristiche di una serie Netflix.La prima ondata ha provocato shock morale: disgusto, senso di tradimento da parte di un'élite capitalistica che dovrebbe rappresentare il volto di una società fondata sulla libertà individuale.La seconda ondata ha generato inquietudine profonda, la terza saturazione.Siamo alla quarta, il sistema nervoso si protegge, e si sa, l'esposizione ripetuta a contenuti traumatici, produce desensibilizzazione. L’emozione si attenua, l’orrore diventa cronaca e la cronaca diventa rumore di fondo: un rumore che non è un allarme e invece di mobilitare, spinge inconsciamente a portarci le mani alle orecchie, ovattando ciò che pensiamo di non poter cambiare. È curiosa anche la modalità con cui sono stati rilasciati i file relativi a una coppia di criminali come Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell: completamente alla rinfusa, senza un ordine riconoscibile, alternando contenuti che documentano e descrivono violenze sessuali su minori a fotografie di vita apparentemente ordinaria. Questo disordine non è neutro: ci entra dentro, ci destabilizza, e ci trasforma — senza nemmeno farcene accorgere — in piccoli voyeur senza soluzione. In fondo si tratta di un subdolo mezzo di distrazione e ocularizzazione di massa in cui ci sentiamo un po' vittime e un po' carnefici. Il fine di uno scandalo oramai esploso è quello di produrre conseguenze concrete permettendo alla sete di giustizia di trovare un pozzo al quale abbeverarsi. Ma quando la rivelazione scandalosa non modifica nulla di visibile — nessuna caduta simbolica, nessun terremoto istituzionale percepibile — si genera un cortocircuito psicologico. L’indignazione resta sospesa, diventa sdegno senza approdo, e finisce per consumarsi in una sensazione d'impotenza.E l’impotenza non è una dimensione ideologica, ma un assetto neurobiologico.Quando il cervello registra che all'errore non segue la giustizia, esso riduce lo stato di arousal e si abitua all'errore come un fattore ineliminabile; si tratta di una strategia di sopravvivenza emotiva, non una resa morale; somiglia a un'anestesia epidurale che scivola nel cinismo.E se fosse vero che l’universo è solo tre volte più complesso del cervello umano, in un rapporto di uno a tre, potremmo trovarci in serio pericolo: un pericolo capace di rinchiudere il nostro cervello in una gabbia, come se un frammento di universo venisse imprigionato dietro le sbarre invisibili di un esperimento sociale.Così, è più sopportabile credere che il sistema sia irrimediabilmente corrotto che affrontare l’idea di non avere potere reale su di esso. Viviamo in un’epoca di iper-esposizione morale in cui lo scandalo non sembra più un’eccezione: si presenta piuttosto come un contenuto che appesta ineluttabilmente il sistema: un virus replicante.Dunque, la questione non è se rendere pubblici i documenti sia giusto — e la domanda non è neppure: “Perché li pubblicano adesso?” Piuttosto, il vero interrogativo è: “Cosa cambierà dopo?” La trasparenza è un valore democratico imprescindibile, e se verità non produce trasformazione visibile, allora rischia di diventare un atto simbolico che certifica l’apertura del sistema senza alterarne gli equilibri — mostra una parte dell’architettura, quel muro del mondo non esposto al sole, difeso solo dal muschio e dalle muffe. La democrazia non vive di sola trasparenza, vive di conseguenze per non cadere nell’abitudine al disastro. E l’abitudine è il più silenzioso alleato dello status quo. Se la stima delle rivelazioni devastanti fosse settimanale, se non addirittura giornaliera, il sistema emotivo collettivo non reggerebbe e per difendersi, ridurrebbe l'intensità di allarme, spegnendo il fuoco della giustizia in sé. E un popolo emotivamente esausto non si ribella, ma finisce per ritirarsi chiudendo gli occhi e la bocca come si farebbe davanti al mito di una teratogenia dei giorni non nostri.
Autore
Mariavittoria Dotti
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