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Al risveglio la febbre si abbassa sempre. Questo è il regalo del risveglio, il regalo della luce solare che colpisce la retina, inviando un segnale preciso: è tempo di tornare attivi; il corpo, guidato dalla luce, entra in una fase di controllo e riequilibrio, una dichiarazione silenziosa: “la vita non ha finito con te”. C’è un momento, nell’esistenza di ogni umano, in cui il risveglio smette di essere gentile. Non è più la luce del mattino che accompagna lentamente fuori dal sonno o dalle coperte della febbre, ma uno strappo improvviso, un’urgenza che costringe a muoversi e a reagire. È un risveglio che non consola ma scuote.
Così accade al profeta Elia, figura narrata nella tradizione biblica. Dopo la sfida, dopo quello che sembrava un trionfo, qualcosa dentro di lui si spezza; la paura lo raggiunge, la stanchezza lo svuota e il peso di ciò che ha vissuto diventa insostenibile. Arriva persino a desiderare la morte, come se non ci fosse più nulla da portare avanti.Eppure, non è la morte a coglierlo.Elia si ferma, si accascia sotto un albero e lì si addormenta. È un sonno che somiglia a un confine. Oltre il confine, per Elia non ci sarà un ritorno lento, né rassicurante. Sarà piuttosto un richiamo che rimette in piedi, che restituisce forza quando sembrava esaurita. Elia si alza — e corre. Corre nel deserto, spinto da qualcosa che va oltre la sua stanchezza, oltre la sua paura. È il segno che il risveglio, a volte, non è recupero ma ripartenza con direzione. Perché ci sono risvegli che non ti riportano semplicemente alla vita di prima, ti costringono a cambiare strada, e lo fanno con una domanda, la stessa che riceve il nostro protagonista una volta raggiunto il Monte Oreb, dopo quaranta giorni di cammino instancabile. Passa il vento impetuoso, poi il terremoto, infine il fuoco... ma la voce di Dio si manifesta nella brezza leggera, soltanto un sussurro. Ed è in quella voce, così precisa, che arriva la domanda:
“Che ci fai qui, Elia?”
Dio non chiede per sapere, Dio chiede per svegliare.È una domanda che scava, che espone e spinge a guardarsi dentro. Impossibile non sentire l’eco di un’altra domanda, ancora più antica, la prima rivolta all’uomo agli inizi della sua storia: “Ayekah?” “Dove sei”? Anche lì, Dio cercava una posizione interiore. Dove sei, rispetto a te stesso? Dove sei, rispetto alla verità? Dove si trova il tuo cuore? Queste sono le domande del risveglio che assume la sua forma più radicale nel piano teologico. Il risveglio teologico è un atto di potenza: in cui ”ciò che può essere”e “ciò che è già” coincidono; è la dichiarazione che la vita può tornare laddove sembrava finita.
Allora la coscienza può riaccendersi attraverso un interrogativo che non impone risposte immediate, ma apre spazi, come le persiane una volta splancate lasciano entrare la luce. Tuttavia, non è da escludere che, a volte, il risveglio, sia una tragedia della luce dove al centro può esserci il dramma di vedere una verità che ustiona la retina e trasforma il soggetto in un buco bianco che espelle costantemente materia a frequenze d'onda distorte. È forse in questa stessa vertigine che si intravede la figura del profeta Elia nella caverna, immagine di ogni uomo quando si nasconde e quando si ritrova... Il risveglio, allora, non è solo alzarsi e correre, ma fermarsi e ascoltare. È lasciare che quella domanda — che ci fai qui? — si trasformi lentamente in un’altra: dove sono davvero? Dove dovrei essere… Dove sono i miei pensieri, continuamente dispersi? Dove è il mio cuore, spesso diviso? Dove sto andando, mentre credo di fuggire o di avanzare? Il vero risveglio accade quando queste domande non fanno più paura; se smettiamo di evitarle e iniziamo ad abitarle. Perché è lì, in quello spazio vulnerabile e autentico, che la voce torna a farsi sentire.
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