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Non ti pago
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autore
Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti
pubblicazione
18/09/2025
categoria
SocietàSocietà
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4

Non ti pago, giornata internazionale del Gender Pay Gap

"Se assumiamo lei, tra qualche mese potrebbe restare incinta e dover andare in maternità.”

"Non credo reggerebbe la pressione."

"Una donna costa troppo in flessibilità e beneft e congedi"

"Serve qualcuno più deciso, più aggressivo, più stabile."

"Sei troppo giovane, meglio assumere donne over 40 anni per ruoli apicali, loro hanno già completato le fasi significative della vita, come matrimonio, maternità e separazione... sono più "tranquille" e disponibili a lavorare intensamente"

"Mi fai paura... ti pago di meno"

Queste sono solo alcune delle dichiarazioni più comuni che vengono pronunciate nel momento decisivo di un'assunzione lavorativa. Frasi dominate da una paura che diventa criterio decisionale.

Già Adorno — insieme alla Scuola di Francoforte — analizzava come la società borghese produca figure di «Altro» su cui proiettare paure, ansie e colpe. In alcuni frammenti (soprattutto in Minima Moralia) la donna appare come figura ambivalente: non semplicemente un soggetto, ma un polo di alterità che mette in crisi l’identità normativa della razionalità borghese. Questa rappresentazione non è neutra: funziona come meccanismo culturale che legittima esclusione, controllo e svalutazione simbolica. Dunque la discriminazione salariale non è solo un «difetto tecnico» del mercato: è alimentata da discorsi culturali che rappresentano le donne come" altro minaccioso", come l'oneroso rischio da assumersi... Il risultato è la penalizzazione economica femminile: «Mi fai paura, ti pago di meno» non è solo una battuta ma descrive un circuito che lega immaginario sociale e pratiche salariali. l'Italia continua a figurare come il "peggior pagatore" europeo in termini di salario statale e in tutto questo, il divario salariale di genere nel bel paese rimane sempre elevato. Secondo l'INPS, le donne guadagnano in media oltre il 20% in meno rispetto agli uomini. In alcuni settori, le disparità sono ancora più marcate.

Analisi più raffinate (corrette per selezione, tipo di contratto, ore e carriera) mostrano che la discriminazione salariale “severa” può essere molto più ampia di quel che dicono i numeri grezzi; studi recenti e report ISTAT pongono l’attenzione su questi aspetti e sulle politiche di trasparenza salariale al fine di spezzare questa catena di ingiustizia.

Occorrono interventi istituzionali, aziendali e culturali pensati sinergicamente. Perfino il linguaggio può essere apprezzato come un frutto polarizzato del pensiero. Fin quando il "matrimonio" sarà "mater munus" ossia dovere della madre, allora il "patrimonio" sarà inevitabilmente "compito del padre". Questi modelli sono ancora strutturalmente presenti sul territorio, tantoché circa un terzo delle donne occupate lavora part-time, mentre la percentuale per gli uomini è molto più bassa (intorno al 7-8 %). Tra le donne che hanno figli, il lavoro part-time è quasi una scelta obbligata, legata alla difficoltà di conciliare lavoro e impegni familiari. In questo scenario, il gap salariale di genere non può non legarsi all'insoluta questione del Mezzogiorno, in cui il divario disoccupazione al Sud è circa triplo rispetto al Nord per le donne.

Se il testo fondamentale dello Stato Italiano all'Articolo 37 garantisce l'equità salariale a parità di lavoro, la realtà dimostra che serve un intervento pratico e strutturale per applicarlo pienamente. Infatti una donna in Italia non è nelle condizioni di poter lavorare quanto un uomo. È dimostrato che un’ampia quota di donne in età 15-64 anni è “inattiva” non per incapacità o per mancanza di volontà, ma per motivi legati alla famiglia, alla cura dei figli o di parenti anziani. Le soluzioni da mettere in campo per poter risolvere questo divario inaccettabile sono:

  • Trasparenza salariale: obbligando aziende con più di 50 dipendenti a pubblicare fasce salariali e medie per ruolo — si ridurrebbe l’opportunità di penalizzare «chi fa paura»
  • Parità di congedi parentali e incentivi alla condivisione del lavoro di caregiver: riduce l'"aspettativa di rischio" legata alle donne, incentivando gli uomini ad usufruirne.
  • Politiche attive per inserimento e promozione delle donne in ruoli apicali e ben pagati.
  • Campagne culturali per cambiare rappresentazioni sociali — la battaglia contro la paura simbolica è anche culturale.
  • Controlli e sanzioni per discriminazione esplicita attraverso la creazione di un ufficio nazionale di monitoraggio e segnalazione delle discriminazioni di genere nelle imprese.
  • Creazione di servizi di baby-sitting, nidi aziendali e trasporto sicuro, facilitando l’ingresso e la permanenza delle donne al lavoro, sulla scorta del modello Nord Europeo.

Sempre Theodor W. Adorno, in Minima Moralia, così scriveva a proposito della donna: " È un soggetto a cui la società non concede autonomia, e che per questo diventa perturbante, ambiguo, oscillante fra idealizzazione e svalutazione". Questa è la "donna" che non voglio cantare — parafrasando Branduardi— "Donna la madre, donna la fine, donna sei sabbia e a volte nuvola sei".

Maria Vittoria Dotti

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Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti

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