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Up patriots in arms
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autore
Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti
mensile
Mensile di Luglio 2025Mensile di Luglio 2025
pubblicazione
15/07/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

3

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Ogni bandiera, nella sua diversità, racconta qualcosa di noi e dei colori a cui siamo stati maggiormente esposti. Intuitivamente, indicheremmo il bianco come la tinta più presente nei vessilli di tutto il mondo: esso richiama l’esperienza della luce solare e della fotosintesi che colpisce i nostri occhi. In effetti, potremmo affermare scientificamente che l’intera Terra è, in un certo senso, un assemblaggio con la luce.

Eppure, mentre il Sole percorre la sua eclittica come un re di mezz’età nella sua stanza, quaggiù, tra muri, fili spinati e lasciapassare, ciò a cui siamo stati più addestrati è il rosso: il sangue vivo, sparso per eroismo o per viltà.

Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein sosteneva che il colore incarnasse una forma immediata di conoscenza. È impossibile, diceva, percepire un oggetto senza la sua forma, così come è impossibile cogliere un colore senza comprenderne la logica intrinseca.

Non a caso, il rosso — il colore più usato per rappresentare le nazioni — compare nel 74% delle bandiere del mondo, superando l’innocenza inclusiva del bianco, che nella sua sintesi additiva farebbe di molti uno solo.

Ma la struttura logica del mondo si è organizzata come un sistema archetipico di predazione, dove la guerra diventa la via sporca per ottenere la pace. Non stupisce, quindi, che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, abbia recentemente pronunciato la celebre frase: «Si vis pacem, para bellum». Queste parole hanno riacceso un dibattito etico, capace di polarizzare opinioni politiche e pubbliche.

A questo punto, sorge spontanea una domanda: perché, quando vediamo uno Stato che si riarma o sviluppa armi potenti come la bomba atomica, proviamo paura o preoccupazione?

L’ansia e la diffidenza di fronte a uno Stato che rafforza la propria potenza militare non sono solo questioni politiche o strategiche: hanno radici profonde nelle dinamiche sociali e nella mente umana. La società internazionale è spesso descritta come un sistema anarchico, privo di un’autorità superiore che possa garantire la sicurezza di tutti.

La NATO, ad esempio, non può obbligare gli Stati membri ad agire come un corpo unico. Allo stesso modo, i blocchi geopolitici anti-NATO, come la CSTO o la Shanghai Cooperation Organisation, restano liberi di agire secondo i propri interessi. Nessuno di questi organismi dispone di un’autorità sovranazionale realmente vincolante.

Per questo motivo, nonostante l’esistenza di organizzazioni internazionali, il sistema mondiale resta anarchico, nel senso sociologico e politico del termine: nessuno può costringere uno Stato ad agire contro i propri interessi. La storia parla da sé.

In questo contesto, gli Stati appaiono come attori che devono garantire la propria sopravvivenza. Così, quando uno Stato si riarma, gli altri lo percepiscono come una minaccia, un potenziale nemico che attiva un meccanismo di allerta, generando una spirale di insicurezza e violenza.

La teoria del conflitto nasce proprio da questa percezione di intenzionalità. Viviamo costantemente sotto il regime della paura e dell’ansia anticipatoria, incapaci di godere davvero della pace, anche quando un pericolo è ormai scampato.

Come se fossi Salvador Dalí, sogno nostalgicamente il sogno di Gala e penso alla calma surreale delle zebre che, dopo aver sferrato una corsa per seminare il leone, tornano a brucare l’erba… Ma noi no.

Noi, nazioni fatte di esseri umani — predatori e prede della stessa stirpe — dopo la guerra non siamo mai davvero in pace. Rimandiamo l’equilibrio a un domani utopico, ci torturiamo con lo spettro del nemico, interpretandone le intenzioni, finché ci convinciamo che l’unica soluzione sia diventare, per necessità, malvagi.

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Abbiamo visto ancora missili lanciati, come albe chimiche che sorgevano sulle nostre teste, e ascoltato la stessa fiaba narrata ai bambini di Teheran: di una stella che avrebbe voluto risvegliare un leone… ma il leone non si è mosso.

La storia dell'Iran e delle sue bandiere è una tarsia di rivoluzioni — di parole nuove e vecchie — tentativo di ricucire un'identità maltrattata dalla corruzione monarchica e la colonizzazione delle risorse. Così, le voci democratiche degli anni settanta in opposizione allo Scià cessarono di parlare, soffocate sotto la controrivoluzione degli Ayatollah.

Secondo alcuni settori dell'opinione pubblica israeliana, occidentale e iraniana, il leone rimane immobile come il fallimento di un progetto illuminista che crolla sotto il totalitarismo religioso. Ma questo non è un duello tra tirannia e democrazia, tra Oriente ed Occidente; entrambi i sistemi devono essere messi sul banco degli imputati. Da una parte l'oppressione del regime: radice di un'identità medievalegigante alla quale ci si è dovuti rifare per non smarrire la sicurezza e il bisogno fondante che lega il luogo alle persone e la lingua alle sue tradizioni. Dall'altra, un'agenda liberaldemocratica indebolita nei suoi legamenti comunitari, con una netta eversione rispetto al bisogno innato di sicurezza, e un'economia, quella neoliberista, ai limiti del collasso per via del cambiamento climatico. Quest'ultimo è l'argomento ostracizzato per eccellenza, a tal punto da far dirottare l'attenzione dei media verso l'ampliamento dei focolai di guerra e qualsiasi necessità contingente che non sia il climate change e il bisogno di cooperare a braccetto.

Ogni sistema mira alla propria sopravvivenza... ci sono sistemi che per esistere ne fagocitano altri: organici o inorganici che siano. Ci sono persone comuni alle quali sono state date in mano le nazioni, totalmente convinte che la morte sia statistica e la libertà abbia la forma di un bombardiere strategico.

La libertà richiede una lunga educazione al pensiero critico, alla responsabilità, alla tolleranza. Non basta voler rendere liberi i popoli: bisogna renderli capaci di scegliere la libertà. Ed è un compito culturale, non militare né politico — un compito nostalgico che potrebbe far rivivere la scuola di Atene e, forse, dare ancora a qualcuno il coraggio di osare, di togliersi di dosso l’imposizione, di guardare in faccia Alessandro Magno e dirgli: «Scostati, mi fai ombra.»

Autore

Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti

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