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É tutto vero? È tutto vero! É tutto vero….
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É tutto vero? È tutto vero! É tutto vero….

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Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti
mensile
Mensile di Agosto 2025Mensile di Agosto 2025
pubblicazione
11/08/2025
categoria
CulturaCultura
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4

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La Germania veniva chiamata ancora “la locomotiva d’Europa”, ma in realtà, tra le ampie strade di Berlino, si nascondeva una crisi profonda chiamata disoccupazione. Così, dieci milioni di anime senza lavoro lasciarono i loro ozi per essere rinchiusi in fabbriche abbandonate — ora trasformate in centri di rieducazione lavorativa.

Qui non si insegna un mestiere, ma come ottenere un lavoro a tutti i costi. I disoccupati vengono reclutati e addestrati per tre mesi: vivono in divise nere, isolati, sottoposti a insegnanti severissimi e imparano a scrivere curricula, simulare colloqui, perfino cercare morti sui necrologi per proporsi ad aziende dove la persona fosse recentemente deceduta.

Questa è la risposta alla crisi, si chiama: "Sphericon", un vero e proprio “campus-lager in cui manipolazione, sfruttamento, concorrenza sleale e guerra psicologica erano gli ingredienti della storia... sì, perché si tratta di una storia, raccontata solo in un libro scritto undici anni fa.

Il romanzo distopico "La scuola dei disoccupati" dello scrittore tedesco Joachim Zelter, con la disarmante vicinanza alla realtà attuale — sia di fenomeni della precarietà che di corsi di orientamento intensivi — è un pericoloso incubo per alcuni e un sogno per altri, questi ultimi, i fanatici della religione del lavoro, tenuti in piedi esclusivamente dal principio di realtà.

In questo modo, lo scenario descritto, che per qualcuno può essere distopico, per un "responsabile risorse umane" sarebbe un'utopia.

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Filosoficamente, potremmo definire la distopia come una visione della progressione del malessere nel futuro.

Diversa è l’utopia che si configura come la proiezione di un ideale positivo: una società perfetta o altamente desiderabile, spesso irraggiungibile, ma utile come specchio critico del presente e guida per l’azione morale e politica. L'utopia è un sogno ordinatore, un luogo che non esiste se non nello"Io legislatore" che lo concepisce.

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Nella storia della letteratura, il genere distopico è rintracciabile con "I Viaggi di Gulliver", un itinerario fantastico tracciato da Swift che utilizzò l'elemento di società lontane e fittizie come mezzo per smascherare l’assurdità del reale denunciando indirettamente la società europea del XVIII secolo in particolare: la politica corrotta- evidenziata dalla grettezza lillipuziana — il colonialismo, la scienza disumanizzata dei laputiani - assorbiti dalla forza centripeta dei loro pensieri — e la fragilità della ragione umana, inquinata dalla menzogna e dalla guerra.

È interessante considerare che l'escapismo letterario che ci ha messo in contatto con l'anti-utopia, è una fuga non più necessaria, poiché è la stessa distopia ad esserci venuta incontro, entrando nelle nostre case, nel sistema in cui navighiamo... la distopia ce l'abbiamo in mano, per parafrasare Jean Paul Sartre: è come fosse nausea "tra le mani" di chi la vive — quella maledetta radice di castagno troppo reale, troppo presente.

"Dunque, poco fa ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose […] Ecco la Nausea; ecco quello che […] tentano di nascondersi con il loro concetto di diritto… Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso." - Jean Paul Sartre, La Nausea

In questo estratto, l’esistenza si rivela nella sua gratuità senza alcuna giustificazione... e il mondo si presenta come pura materia, privo di senso: un impasto di contro-utopia e principio di realtà.

La distopia non è mai stata un frutto dell'immaginazione, ma è piuttosto una forma di profezia alla "Calcante' (personaggio dell'Iliade, l'indovino di mali che predice sciagure).

Quindi, investire nel distopico, inteso sia come genere narrativo che, come campo di analisi socio-tecnologica, ha una funzione più che mai strategica, poiché tutto ciò che viene profetizzato nel distopico tende a realizzarsi con tempi di concretizzazione sempre più brevi.

Un’idea distopica che, se prima richiedeva 30 anni per concretizzarsi, ora può farlo in 3. La velocità dell’innovazione supera spesso la nostra capacità di regolare o comprendere pienamente i suoi impatti.

Non possiamo ignorare che Caligari sia nato prima di Hitler!

Per chiarire questo assunto in termini poetici potremmo affermare: "prima che l'imbianchino tedesco fosse, il dottor Caligari — nella distopia dei suoi inventori letterali — era".

Pertanto, finanziare la ricerca e la narrazione critica di scenari possibili; prepararsi a gestire le conseguenze di sviluppi sociali e tecnologici elaborando etiche e infrastrutture resilienti è parte integrante dell'investimento sul distopico, non perché vogliamo che si realizzi, ma perché ci aiuta a prevenirlo.

È importante sottolineare che la distopia non biasima la scienza ma piuttosto critica l'uso che facciamo della scienza stessa; quando questa diventa "Gestell" ossia uno strumento di controllo, deriva della follìa càtara in cui il bene e il male sono due confini netti e piegati all'atto di ordinare, classificare e controllare la realtà in modo da sfruttarla al massimo.

Ed è proprio il verbo "sfruttare" a rappresentare al meglio l'atteggiamento del passato e del presente... in questo scenario, il dottor Mabuse, dai visceri del manicomio detta ancora il suo testamento — il comando ipnotico che i suoi seguaci seguono ciecamente ignari del fatto che sono loro stessi i fautori di un "regno del crimine" basato sul caos organizzato.

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Tutti noi siamo "Homo scrivens", stirpe di scrittori liberi di scegliere se la vita che stiamo scrivendo sia distopica oppure no...

E sta sempre a noi, popolo di lettori e navigatori spaziali segnare le miglia e scegliere quale testamento o testamento nuovo sollevare dal comodino e portarlo a compimento.

Autore

Mariavittoria DottiMariavittoria Dotti

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