Da lunedì 28 a mercoledì 30 settembre è stato proiettato in tutti i cinema italiani il film ‘Naza’, dei registri israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Definirlo film è probabilmente un po’ riduttivo. Siamo infatti abituati a sederci comodi nelle grandi sale pronti a perderci in storie che, per quanto ben fatte, sappiamo essere finte, recitate. Siamo abituati a commedie di tutti i tipi, a film d’azione, a film storici, che ci raccontano qualcosa che è successo, ma che spesso sentiamo lontano perché appartenente al passato. Sedersi invece per guardare il documentario ‘Naza’ non è nulla di tutto ciò: significa perdersi in una storia di terrore che non narra un evento passato, bensì un genocidio che è avvenuto e che sta avvenendo da anni proprio a Gaza. Chiamarlo film o documentario, dunque, rimane riduttivo proprio perché si esce dal cinema vicino a casa con una storia che è difficile tenere dentro, che necessita di essere raccontata e che è niente in confronto alla spensieratezza che si prova dopo un leggero film comico.
Ciò che racconta e quasi riassume meglio l’intero documentario è sicuramente il titolo, che viene spiegato al principio: ‘Naza’ è un termine ebraico che significa ‘danni colleterali’; i militari israeliani utilizzano questo termine per indicare le vittime civili considerate ‘tollerabili’ durante un singolo attacco nella Striscia. Se un militare, distruggendo un intero palazzo, uccide 50 persone, allora ci saranno 50 danni collaterali: sono un numero di vittime ‘necessario’ per uccidere (spesso senza alcuna certezza) un membro di Hamas. Questo titolo esprime perfettamente la sensazione che attraversa l’intero documentario: non esistono persone, non esiste umanità, esistono soltanto numeri di vittime, dati e ‘danni collaterali’.
Il film raccoglie le dichiarazioni di 24 tra soldati israeliani e ufficiali dell’intelligence militare coinvolti direttamente nelle operazioni a Gaza. Vengono ricostruiti i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei da remoto israeliani sulla Striscia di Gaza, basandosi in particolare sulle inchieste giornalistiche pubblicate da vari giornali: ‘The Guardian’, ‘Local Call’ e ‘+972 Magazine’, una rivista indipendente che unisce giornalisti israeliani e palestinesi. Tutte le interviste sono girate di notte sui tetti di Tel Aviv, con l’anonimato dei testimoni israeliani. Insieme alle interviste, oltre ad alcuni cenni storici fondamentali, sono presenti delle scene di vita quotidiana nelle case israeliane: la città di Tel Aviv infatti continua ad essere una metropoli, con i suoi grattacieli illuminati, le sue grandi strade e le sue spiagge; tutto ciò crea un vero contrasto tra la normale vita in Israele e i bombardamenti effettuati sulla Striscia.
Tutte le testimonianze sono segnate da una lucidità disarmante, spesso seguita dal silenzio dell’interlocutore (lo stesso regista, Yuval Abraham). Gli attacchi mostrano il nuovo volto delle guerre contemporanee: è spesso utilizzata l’intelligenza artificiale, per calcolare possibili vittime e anche per prendere decisioni. Sono inoltre utilizzati programmi in grado di intercettare le telefonate e spiare i telefoni, un esempio è la procedura ‘Where’s Daddy’ (letteralmente ‘Dov’è papà?’), creata proprio per entrare nei telefoni dei famigliari del sospettato e per capire quando quest’ultimo tornerà a casa (per un eventuale attacco). Alcuni di questi programmi hanno un margine di errore superiore al 15%, tale da provocare le morti di civili. Molti dei testimoni parlano di odio e di ‘missione’ durante gli attacchi, alcuni addirittura comparano tutto ciò ad un ‘videogame’. Ciò che più si comprende dagli stessi membri dell’intelligence israeliana è che la priorità non sia la precisione degli attacchi, ma l’importanza dei bersagli: uccidere un membro di Hamas vale più di qualsiasi altra vita civile, anche se a morire sono bambini (di cui molti testimoni parlano spesso). Soltanto nella voce e nelle parole di un soldato, presumibilmente abbastanza giovane, si è sentito del rimorso; egli era stato con la scuola in Polonia a visitare i campi di concentramento e si chiedeva proprio come i nazisti avessero fatto a compiere tutto quell’orrore, come potessero non provare pietà, ora, dice lui: “Continuo a non comprendere i nazisti, ma allo stesso tempo mi chiedo cosa sia io”.
Il documentario sta avendo tantissimo successo: a partire dalla vincita del premio speciale della giuria alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia fino agli oltre 243mila italiani che si sono recati al cinema per vederlo in questi 3 giorni di programmazione.
Lo stesso governo israeliano ha dato delle risposte alle denunce del documentario: Netanyahu ha definito il documentario ‘intollerabile’ e ha accusato i registi di fomentare l’antisemitismo. Inoltre, il ministro della Cultura Miki Zohar e quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir hanno definito i registi ‘traditori’ e chiesto persino la revoca della cittadinanza. Lo stesso Esercito (IDF), attraverso una nota ufficiale di 10 pagine, ha contestato l’attendibilità delle fonti in quanto anonime e ha aperto un’indagine interna per verificare eventuali fughe di notizie.
La sensazione che ci lascia ‘Naza’, tuttavia, la si respira già in sala: il silenzio. Quel silenzio che al cinema non è sempre presente, davanti a questo orrore si palesa: terminata la proiezione, mentre i titoli di coda cominciano, si resta seduti per metabolizzare e comprendere. Infine, ciò che resta è proprio la necessità di agire e allo stesso tempo l’impotenza che si prova davanti ad un genocidio.
‘Naza’ è quindi un film necessario: dato il grande successo la sua proiezione nelle sale sta continuando e, in seguito, i registi hanno annunciato che sarà visibile online sul sito del ‘The Guardian’. Consiglio a tutti la visione!
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