Da quando la parola “primarie” è stata pronunciata per la prima volta da Giuseppe Conte sull’onda emotiva della vittoria del “No” al referendum sulla giustizia, nel cosiddetto campolargo non si è parlato d’altro. Eppure, sebbene quella prima dichiarazione abbia già compiuto sei mesi e viaggi spedita verso i sette, delle primarie nemmeno l’ombra.
Lo scoglio su cui il dibattito interno alla potenziale alleanza è arenato ormai da mesi, apparente ostacolo principale al percorso verso le primarie, è quello relativo all’invio delle armi all’Ucraina. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra sono fermamente contrari, mentre il Partito Democratico rimane, benché meno convintamente, favorevole “fino alla pace giusta” dice Schlein.
Il battibecco fra armi-sì armi-no è ormai diventato il leitmotiv del dibattito intorno alle primarie e alla futura alleanza. Lo vediamo spopolare nei talk-show televisivi, fra le dichiarazioni social, tramite interviste o lettere sui quotidiani nazionali e persino nel corso di eventi congiunti dove sarebbe sensato mostrarsi uniti. Persino durante l’evento lancio dell’alleanza di Napoli lo scorso luglio, il primo momento in cui i principali leader del campolargo si mostravano tutti insieme, le polemiche non si sono risparmiate. Il momento che più tra tutti dovrebbe fare trasparire coesione e unità di intenti è diventato anch’esso terreno di scontro.
Dato lo spazio e il tempo dedicatogli, il tema degli aiuti militari a Kiev appare quindi all’elettore medio come cruciale, imprescindibile, importantissimo. Altrimenti perché sprecare tanto fiato e tanto inchiostro? Altrimenti perché decidere di appendere a questo filo le sorti di un’alleanza che, stando ai sondaggi, partirebbe avvantaggiata nella lunga battaglia elettorale che ci separa dal voto? Non avrebbe alcun senso. Eppure la realtà ci dice qualcosa di ben diverso, e ci ricorda che in politica due più due non fa quasi mai quattro. A partire dal 2022 l’Italia ha mandato un totale di tre miliardi in aiuti militari all’Ucraina tramite accordi bilaterali, circa l’1,67% del totale. Tre miliardi, numeri astronomici a sentire alcuni; eppure l’ABC della politica ci dice che tutto va sempre parametrato al PIL. Sia nel 2024 che nel 2025 l’ammontare di aiuti militari inviati a Kiev si attesta intorno ai 320 milioni di euro. Milioni, il PIL si misura in migliaia di miliardi. Questo equivale allo 0,015% del totale del PIL. Se il PIL fossero mille euro staremmo dando all’Ucraina un centesimo e mezzo all’anno.
Nulla. Nulla è quello che cambierebbe se domani mattina smettessimo di mandare armi a Kiev. L’Ucraina non perderà e Putin non si sentirà né più né meno costretto a sedersi al tavolo delle trattative. Come nulla è quello che cambia se le armi continuiamo a mandarle, né per gli ucraini né per noi. La cifra è così irrisoria che non cambierebbe assolutamente niente per entrambi, per nessuno. Nulla è quindi quello su cui il campolargo ha deciso, coscientemente o meno, di impostare il proprio dibattito, ponendolo al centro dell’agenda, incoronandolo protagonista di ogni scontro, dandogli lo scettro e la spada dell’alleanza, il potere di plasmarla e quello di decapitarla. Questo al netto di chi dice che ci stiamo svenando per l’Ucraina, o chi pensa che senza le nostra armi sia spacciata. E al netto anche delle questioni morali, che sicuramente sono importanti, ma quando in ballo c’è lo 0,015% del PIL non possono diventare tutto.
A questi vanno aggiunti i fondi europei sui quali l’Italia non ha però l’esclusiva nè patrimoniale nè decisionale. Anche su questo aspetto vengono fatto molti proclami dall’una e dall’altra parte, ma ancora una volta sono proclami vuoti. Si dichiara di voler intavolare una trattativa ma non si spiega come si costringe l’invasore a sedersi al tavolo. Si dichiara di voler nominare un inviato europeo per la pace ma non si spiega con quale mandato, e soprattutto come questo farebbe a far convergere le posizioni dei 27 stati membri. Si dichiara di preferire un esercito europeo agli investimenti militari dei singoli stati, ma ancora una volta senza dire nel concreto quale è la proposta, con quali soldi la si attua e sulla base di quale fondamento politico, dato che l’Unione Europea non è uno stato ed è ancora lontano dal diventarlo. Anche in questo caso siamo di fronte a significanti vuoti, molto efficaci per essere strillati, ma sostanzialmente pieni di nulla.
Il nulla che diventa centro del dibattito politico non è un fenomeno di certo nuovo, ma solitamente lo vediamo quando lo scontro avviene fra due avversari, non fra due alleati, fra due che i voti se li devono contendere, non condividere. Questo conglomerato politico sembra mancare di quella malgama che permette ad una coalizione di diventare tale. Se la malgama non c’è è inevitabile che il vuoto comunicativo che la sua assenza crea venga occupato dai litigi, dai battibecchi, dagli scontri. Gli appuntamenti per stilare un programma comune vengono continuamente rimandati, e al momento di questo campo non si conoscono nemmeno i confini dato che anche sull’inclusione di ItaliaViva non c’è una linea condivisa, mentre stanno nascendo una miriade di piccoli gruppetti che ancora devono decidere cosa fare da grandi.
Un elettore lo conquisti se riesci a costruire in lui speranza, di qualsiasi tipo. Che speranza puoi suscitare se non riesci a metterti d’accordo nemmeno su quando vedersi per decidere su che cosa essere d’accordo? Come fanno le persone a immaginare che tu possa essere in grado di governare se rischi di implodere ancora prima di sapere quando si vota? E quale grado di responsabilità dimostri di avere se l’implosione è paventata da un discorso che gira intorno a un centesimo e mezzo su mille euro? E se quel piccolo discorso ti tiene in ostaggio da mesi, senza riuscire a trovare uno spiraglio di via d’uscita, come ti metterai d’accordo quando una volta al governo le discussioni verteranno su questioni che spostano il bilancio pubblico (spoiler: soldi nostri) di miliardi e miliardi di euro?
Mani nei capelli, verrebbe da dire. A risultare particolarmente respingente per un potenziale elettore che cerca di andare oltre la sottile coltre propagandista non è tanto l’incapacità nel mettersi d’accordo, in un clima che il giornalista Francesco Costa ha definito “come se si stessero mettendo d’accordo su quando fare l’asta del Fantacalcio”. A fare più paura è proprio la questione della responsabilità legata alla decisione di incagliare l’alleanza a tal punto da metterla in discussione su uno scoglio che nel concreto è molto piccolo e poco incide sulla vita dei cittadini. Ciò non significa sminuire la questione Ucraina, che resta per altri versi enorme, ma negli ultimi mesi sembra che sia questa l’unica sul tavolo. Possibile che un’alleanza non riesca ad accantonare le divergenze per porre l’attenzione su quello su cui c’è concordanza? A pensare male verrebbe da dire che se questo non è avvenuto forse un terreno condiviso non esiste veramente. Verrebbe da dire che in fondo PD e M5S non vanno così d’accordo nemmeno sulle pensioni, sul ruolo dell’Unione Europea, sul Superbonus, sulle infrastrutture (vedi la TAV) e chissà forse anche sull’immigrazione. Verrebbe anche da dire, o meglio da ricordare, che in fondo uno dei due partiti è nato proprio contro l’altro, tanto da dedicargli V di vaffanculo nel logo. Ma questo a pensare male, anche se a pensare male spesso si indovina, a costo di fare peccato.
A pensare bene invece si può dire che il percorso è ancora lungo, ma le premesse non sono affatto buone. Se poi facciamo la fatica di cercare nel passato esempi di successo di grandi coalizioni a sinistra le rassicurazioni non fanno che diminuire. Nel 2006 l’Unione guidata da Romano Prodi vinse contro Berlusconi per una manciata di voti, circa 42 mila, mentre nel 2013 la coalizione di sinistra vinse in maniera così risicata che il leader che la guidava, Pierluigi Bersani, la definì una “non sconfitta”. In entrambi i casi si aprì una stagione di governi tenuti in piedi per miracolo con votazioni in balia spesso dei senatori a vita. In entrambi i casi la vittoria consegnò agli italiani più che governi stabili e progressisti dei morti che camminavano ma che di camminare smisero molto presto lasciando spazio ad avvoltoi della politica che potevano ora accanirsi sui corpi resi tanto odiati dalla inettitudine e potevano farlo indisturbati dato che il morto era morto e lo era per suicidio.
Dopo i due anni di governo Prodi seguì il quinto ed ultimo governo Berlusconi, quello che portò l’Italia sull’orlo della bancarotta e che spianò la strada all’inevitabile stagione dell’austerità capitanata da Mario Monti e incarnata dal pianto di Elsa Fornero. Dopo la non-sconfitta del 2013 si diedero il cambio i governi Letta, Renzi e Gentiloni, rimasti in carica rispettivamente per meno di un anno, meno di tre anni e meno di un anno e mezzo. Nelle successive elezioni del 2018 il trionfo dei sovran-populisti consegnò il paese alla coalizione più caotica e casinista della storia repubblicana. Si tratta dell’esecutivo giallo-verde, quello formato da Lega e Movimento 5 Stelle. È il governo dei porti chiusi e dei decreti sicurezza, dei conti falsificati mandati all’UE e della crisi del Papeete con il mojito in mano. È il governo che ha abolito la povertà.
Magari questa coalizione riuscirà a mettersi d’accordo e, chissà, magari a vincere. Ma se le premesse rimangono queste anche una vittoria, o una non-sconfitta, potrebbe rivelarsi una vittoria maledetta per il futuro meno prossimo. Vannacci è alla porta e si sfrega le mani. Un Vannacci di sinistra sembra più possibile che mai. I tempi che consideriamo bui potrebbero rivelarsi soltanto il crepuscolo di quelli che verranno.
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