Il 3 novembre 2026 è arrivata l’onda blu negli Stati Uniti.

I democratici hanno (stra)vinto le elezioni di metà mandato, ottenendo la maggioranza sia in Senato che alla Camera. Il blu ha conquistato anche diversi Stati da sempre di tradizione repubblicana, nei quali si è andati alle urne anche per eleggere i governatori, i cosiddetti ‘Red States’: Texas, Iowa, South Carolina, Kansas…

La sconfitta più dolorosa è stata proprio quella in Texas: per la prima volta dal 1995 avrà una governatrice latina e democratica, Gina Hinojosa.
In Michigan, invece, vi è un’altra voce della sinistra: Abdul El-Sayed. E’ un musulmano e figlio di immigrati egiziani, ma soprattutto propone una politica estera più critica nei confronti di Israele. Egli è riuscito a superare il repubblicano Mike Rogers che, durante la campagna elettorale, ha persino attaccato la sua religione.
Altre importanti vittorie hanno avuto come protagoniste alcune donne: Keisha Lance Bottoms è la prima donna nera mai eletta come governatrice di uno Stato, Deb Haaland è la prima nativa americana eletta in New México, la dottoressa Annie Andrews è la prima donna a rappresentare il South Carolina al Senato.
Non c’è nulla di più incoraggiante di leggere di queste vittorie: vi è una grande rappresentazione tra tutti i governatori e senatori eletti; dai nativi americani alla comunità LGBTQ+, dai docenti ai dottori e, infine, anche rappresentanti della Gen Z. La popolazione si è risvegliata: riconosce la forza di essere rappresentati da lavoratori e minoranze che possono portare realmente in alto le loro voci; esattamente l’opposto di quello che ha fatto l’amico Trump.
A proposito di Donald Trump: il suo potere si è indebolito. Queste votazioni ci dicono tanto sull’indice di gradimento del presidente americano: circa il 76% dei giovani, tra i 18 e i 24 anni, ha votato per i Democratici; un'alta maggioranza di afroamericani, asiatici e latinos ha votato per i Dem. Il 51% dei bianchi, invece, ha votato per i Repubblicani. Trump, forse, non è così apprezzato: ripercorriamo la sua politica.

Dal punto di vista economico sono diversi i conti che non tornano. A causa dei nuovi dazi e della guerra in Iran, da mesi l’inflazione è circa al 3% e il prezzo del diesel è salito del 70%. Il debito pubblico americano, di cui Trump aveva promesso la riduzione, è cresciuto circa del 12%, superando i 40 mila miliardi. Sicuramente la disoccupazione sembra molto bassa, come ci vuol far credere Trump: in realtà, dall’inizio del mandato è aumentata dello 0,2%; non vi è un crollo dell’occupazione, ma la creazione di nuovi posti di lavoro è decisamente rallentata. La crescita economica del Paese continua ad andare bene, ma i salari sono rimasti pressoché invariati: un lavoratore americano guadagna un po’ di più rispetto a un anno fa, ma quei soldi non gli bastano più per la vita, che è sempre più costosa.
Come scordarsi poi dell’ICE! L’amministrazione ne ha ampliato e intensificato l’utilizzo, arrivando addirittura a modalità di intervento illegali: vari arresti senza mandato o basati su informazioni false.
Il presidente lo abbiamo visto impegnato anche in varie guerre, quasi credesse di star giocando a Risiko, nonostante la sua promessa di evitarle. Nel 2025, Trump ha ordinato una campagna di attacchi contro gli Houthi (un gruppo armato sostenuto dall’Iran) nello Yemen, nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno catturato il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, nel febbraio 2026 Trump e l’amico Netanyahu hanno attaccato l’Iran. Eppure, in Italia, qualcuno addirittura lo candidava per un possibile Nobel per la Pace.

Un altro aspetto fondamentale del mandato di Trump è soprattutto come si è sviluppata l’immagine dell’America nel mondo. La democrazia americana è a rischio?
La Costituzione americana prevede un sistema di pesi e contrappesi (‘checks and balances’): il presidente non può governare senza il controllo del Congresso e della magistratura. Durante il secondo mandato, tuttavia, Trump ha provato ad ampliare il potere dell’esecutivo, attraverso numerosi ordini presidenziali e l’utilizzo di poteri straordinari. Secondo Freedom House, infatti, nel 2025 l’amministrazione ha adottato più di 220 ordini esecutivi, tra cui alcuni bloccati dai tribunali. Il rischio è che Donald Trump finisca per considerare gli altri poteri dello Stato non come istituzioni autonome, ma come nemici della sua politica. La vittoria democratica non significa, dunque, la fine della presidenza Trump. Significa, piuttosto, che per la prima volta durante il suo secondo mandato il presidente dovrà confrontarsi con un Congresso che non risponde più alla sua maggioranza politica.
Intanto, però, la sua politica è stata già ostacolata da queste elezioni di metà mandato. Da gennaio 2027, cioè da quando entrerà in carica il nuovo Congresso, i Democratici avranno la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Avranno quindi la possibilità di bloccare o modificare le proposte legislative di Trump, avviare indagini parlamentari sull’operato, costringere il presidente a negoziare con l’opposizione per approvare nuove leggi.
Tuttavia, come ha specificato Trump, pubblicando una foto di un cappello rosso con la scritta ‘veto’ (sì, gli piacciono i cappelli), egli ha la possibilità di bloccare le leggi del parlamento a lui non gradite. Nonostante la grave sconfitta, ha dichiarato al New York Times di essere pronto a collaborare con i democratici e a trovare un’intesa.

Il vero cambiamento della nuova maggioranza si potrebbe notare veramente nella politica estera e, soprattutto, nella questione palestinese. Per anni gli Stati Uniti hanno rappresentato il principale alleato di Israele e del governo di Netanyahu; un sostegno che, di fronte al genocidio a Gaza, non fa altro che rendere altrettanto responsabile la Casa Bianca. La domanda dunque è inevitabile: quale sarà la posizione della nuova America? La credibilità di una democrazia si misura anche dalla sua capacità di riconoscere le responsabilità dei propri alleati, come Israele. Il cambiamento che sembra stare all’interno dei confini americani, in realtà potrebbe farsi sentire anche nel resto del mondo, a partire dalla Palestina.

Gli americani hanno dimostrato che il potere non è immutabile, che nessuna maggioranza è garantita per sempre e che persino un presidente come Donald Trump può essere politicamente ridimensionato dal voto dei cittadini. L’onda blu non rappresenta necessariamente una fiducia incondizionata nel Partito Democratico, ma sicuramente una richiesta di cambiamento. Soprattutto una richiesta di maggiore rappresentanza, di attenzione ai problemi quotidiani e, soprattutto, di rispetto per le istituzioni democratiche.
Resta da vedere se i Democratici sapranno essere all’altezza delle aspettative che hanno creato. Perché vincere le elezioni è una cosa, dimostrare di meritare quella fiducia è tutt’altra.
L’America appartiene ai cittadini che si sono risvegliati. Good morning America!
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