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Intere regioni bloccate: Puglia, Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata con scaffali vuoti nei supermercati e senza carburante. Eppure, il sistema mediatico nazionale sembra aver ritenuto opportuno parlare di questa condizione dopo 18 giorni dall’inizio delle proteste, quando ormai sembrava impossibile ignorarlo. Al centro di queste proteste si ergono italiani in crisi che chiedono di essere ascoltati e lamentano condizioni di vita e di lavoro aberranti in cui sembra impossibile andare avanti. Quando però proteste e manifestazioni consentono di essere strumentalizzate e manipolate ai fini di chi ci governa, allora i media accorrono subito, raccontando solo una parte della storia, come nel caso delle manifestazioni del 16 ottobre a Torino e del 17 ottobre a Bologna e Milano, degenerate in scontri ed episodi di violenza. Ma cominciamo dal principio. Il blocco del Mezzogiorno di questo ottobre nasce dalla concatenazione di tre diverse proteste con rivendicazioni autonome, coinvolgendo inizialmente Puglia, Calabria e Basilicata, con mobilitazioni anche in Sicilia e Campania. Le prime proteste coinvolte nascono gli ultimi giorni di settembre in provincia di Bari, per contrastare la crisi del comparto olivicolo: il problema è strutturale, quando il prezzo riconosciuto al produttore non copre i costi necessari per coltivare, raccogliere e trasformare il prodotto, il rischio è che lavorare la terra diventi economicamente insostenibile. La mobilitazione si è poi estesa, con presidi presso snodi stradali ed autostradali. Le loro rivendicazioni riguardano dunque la sopravvivenza economica delle aziende agricole, il prezzo delle produzioni e il costo del carburante necessario per lavorare i campi. La seconda componente riguarda gli autotrasportatori che contestano l’aumento del prezzo del gasolio e l’insufficienza dei sostegni economici al settore. Il problema segnalato è grave perché il carburante costituisce una delle principali voci di spesa per chi trasporta merci. Se il costo del diesel aumenta mentre le tariffe applicate ai clienti rimangono invariate, i margini delle imprese si riducono fino a diventare insufficienti a coprire i costi di esercizio. I manifestanti denunciano i prezzi del gasolio arrivati a circa 2,50 € al litro, oltre ai costi autostradali e alle risorse pubbliche promesse ma ancora mai viste. La terza protesta coinvolge i lavoratori dell’ex Ilva di Taranto; al centro della vertenza c’è il futuro dello stabilimento siderurgico e dei suoi livelli occupazionali. I sindacati contestano un piano che rischia di lasciare migliaia di lavoratori dipendenti dagli ammortizzatori sociali senza una soluzione industriale stabile. Il 12 ottobre è stato indetto uno sciopero di 24 ore nei diversi stabilimenti del gruppo. La mobilitazione è proseguita nei giorni successivi e ha coinvolto anche gli accessi alla vicina raffineria Eni di Taranto. Qui nasce la concatenazione tra le proteste: il blocco non ha riguardato soltanto la fabbrica, ma anche l’accesso ad un’infrastruttura energetica fondamentale per il rifornimento di diverse regioni meridionali. La raffineria serve infatti una rete di distribuzione che interessa Puglia, Basilicata e Calabria. Secondo Reuters, il 14 ottobre Eni segnalava già esaurimenti di carburante in oltre 50 delle circa 300 stazioni di servizio rifornite dalla raffineria e difficoltà nella disponibilità di carburante per gli aeroporti di Bari e Brindisi. Queste mobilitazioni non sono nate insieme e non hanno uguali rivendicazioni, si sono intrecciate in un sistema economico interdipendente. Le conseguenze si sono estese si trasporti pubblici, alle attività commerciali, alle imprese e ai servizi essenziali. Queste proteste hanno dato voce allo scontento e alla disperazione degli italiani davanti all’inadeguatezza di questo governo. E nonostante la gravità della situazione e l’impatto che questa ha avuto, i media hanno scelto di tacere e voltarsi dall’altra parte.
Non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda le proteste che hanno coinvolto Torino, Milano e Bologna nel weekend tra il 16 e il 18 ottobre, che hanno riempito prime pagine e titoli di giornali negli ultimi giorni. Da una parte questi movimenti coprono uno spazio piuttosto rilevante nei media nazionali, dall’altra viene evidenziata una sola prospettiva; quella che vede i giovani protestanti ridotti ad un gruppo di vandali e delinquenti, senza fare un minimo distinguo né parlare anche delle violenze, in certi casi ingiustificate ed eccessive, subite dai protestanti da parte delle forze dell’ordine. Le mobilitazioni del 17 ottobre si sono svolte nell’ambito di una protesta intersezionale contro il caro vita, i costi dei carburanti, i salari insufficienti, il peggioramento percepito dei servizi pubblici e la contrarietà alle guerre e all’aumento della spesa militare. Durante queste proteste nelle varie città si sono verificate rapidamente degenerazioni di carattere violento da parte di gruppi più aggressivi che hanno trasformato proteste pacifiche in episodi di vandalismo, da cui gli stessi organizzatori e partecipanti hanno preso le distanze e hanno cercato di contenerli. Sono ormai andati virali video che riportano le vetrine di negozi infrante a Milano, negozi saccheggiati, barricate e cestini dei rifiuti bruciati. Ciò che i media non hanno mostrato però è l’incapacità delle forze dell’ordine nel gestire la situazione, reprimendo con la forza bruta i manifestanti senza cognizione di causa, né distinzione di alcun genere; in piazza Duomo alcuni giovani sono stati fermati e identificati mentre rilasciavano delle interviste, con l’accusa di manifestazione non autorizzata. Per disperdere i manifestanti le forze dell’ordine sono intervenute con le camionette, come se l’unico mezzo per garantire una gestione tranquilla del corteo fosse investire i partecipanti. Per non parlare dell’utilizzo di idranti, lacrimogeni ad altezza volto e manganelli rivolti contro ragazzi, di cui molti minorenni. Indipendentemente dai risvolti di queste manifestazioni, è piuttosto grave che i giornalisti italiani reputino trascurabile che le forze dell’ordine non siano in grado di gestire le manifestazioni senza l’uso imprescindibile della forza. Ma soprattutto è grave che reputino trascurabile che alla base delle proteste c’è la stanchezza del popolo italiano che vive in condizioni che sembrano andare sempre peggiorando. Ad oggi infatti le proteste e i loro risvolti ricevono più attenzione mediatica rispetto alle motivazioni che hanno alla base, quando sono proprio queste il fulcro. Inoltre, i risvolti delle violenze e del vandalismo verificatisi a Milano, non sono stati oggettivamente più gravi rispetto ai disordini registrati al sud; parliamo di assenza di morti, feriti gravi e le dimensioni della protesta non sono poi così diverse. Quindi perché questa disparità? Ad oggi l’Italia è un paese sedicente democratico, dove però la manifestazione di dissenso pubblico viene repressa, strumentalizzata ad uso e consumo di chi ci governa o addirittura censurata. Tacciare l’ondata di proteste al sud è stata l’ennesima dimostrazione che alle istituzioni non interessano gli italiani e le loro necessità e che preferiscono nasconderne la disperazione sotto al tappeto, pur di non riconoscere la propria inefficienza. Viene dunque spontaneo interrogarsi sul ruolo che i giornali sono chiamati a svolgere e, soprattutto, sulla loro capacità di adempiere alla funzione informativa che dovrebbe contraddistinguerli. Un giornalismo che viene meno al proprio dovere di informare, in completo stato di asservimento al potere, compromette la propria credibilità e il rapporto di fiducia con il pubblico, mettendo in discussione il ruolo stesso dell’informazione come strumento fondamentale per la formazione di cittadini consapevoli ed informati e come portavoce di ciò che accade.
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