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Nati qui, cresciuti qui: identità e cittadinanza nell'Italia contemporanea
Quando sono arrivata in Italia davo per scontato che quello che succedeva in Argentina fosse la regola. Lì chi nasce sul territorio è argentino e basta, dal primo secondo di vita, qualunque sia la situazione dei genitori (ius soli). Qui ho scoperto una logica opposta. Il sistema italiano definisce la tua identità in base alla tua discendenza (ius sanguinis), quello argentino in base al luogo in cui nasci. Sono due idee di cittadinanza completamente diverse, e vederle da vicino mi ha fatto riflettere più di quanto immaginassi.
Lo dico da una posizione privilegiata. Sono nata in Argentina e ho la cittadinanza italiana per discendenza, quindi conosco questo sistema dalla parte di chi ne ha beneficiato. Proprio per questo mi scuote il suo rovescio. La legge italiana considera sufficiente la nascita da genitori e nonni italiani, anche a migliaia di chilometri di distanza, e insufficiente la nascita in Italia, anche quando è seguita da un'intera vita trascorsa qui.
Cittadini di seconda... generazione
Mi è capitato più di una volta di assistere a una conversazione come questa. Nella mia esperienza, la domanda decisiva arriva sempre da un altro italiano.
- È italiana.
- Sì, ma di dov'è davvero?
- Dell'Italia. È nata qui.
- Sì, ma i suoi genitori?
- Credo del Marocco.
- Ah, allora è marocchina!
- Ma in Marocco non c'è mai stata. Parla italiano.
- Sì, però è cresciuta con dei marocchini.
- In Italia...
- Sì, ma italiana non è.
In Argentina una conversazione così è difficile da immaginare. L'espressione "argentino di seconda generazione" non esiste, né nel linguaggio quotidiano né in quello giuridico: chi nasce lì è argentino, punto. In Italia i figli di genitori stranieri nati sul territorio vengono chiamati "seconde generazioni di immigrati", anche se non sono mai emigrati da nessuna parte.
E l'etichetta resta anche dopo. Quando finalmente ottengono la cittadinanza, continuano a essere presentati come italiani "di seconda generazione", a volte "di terza", come se esistesse un modo più completo di esserlo. Il messaggio implicito è sempre lo stesso: non sei un italiano di sangue. Credo che sia un'espressione da abbandonare.
C'è chi l'ha fatta propria per organizzarsi e rivendicare diritti, come la Rete G2, nata proprio dai figli dell'immigrazione. Usata da loro è una bandiera. Usata dagli altri, per separare chi è italiano da chi lo sarebbe solo a metà, diventa un marchio.
Nelle scuole italiane gli alunni senza cittadinanza sono circa 930 mila, e due su tre sono nati in Italia. Parlano l'italiano come prima lingua, hanno imparato a leggere nelle stesse aule dei loro compagni, conoscono la storia d'Italia meglio di quella del paese dei genitori. Per la legge mantengono la nazionalità dei genitori fino alla maggiore età.
Lo scoprono nei momenti più banali: una gita all'estero che richiede un visto, una convocazione sportiva che non possono accettare, un concorso a cui non possono partecipare. A diciotto anni, mentre i compagni votano per la prima volta, loro sono ancora stranieri e aspettano che la burocrazia faccia il suo corso. Hanno un anno di tempo per chiedere la cittadinanza, e devono dimostrare di aver sempre risieduto legalmente in Italia. Basta un buco nei documenti dei genitori (un permesso scaduto, un trasloco non registrato) per perdere quella finestra e ricominciare da capo con i dieci anni di residenza richiesti a chiunque arrivi da fuori.
Nel frattempo vivono una doppia estraneità. In Italia sono "gli stranieri", nel paese d'origine dei genitori sono "gli italiani". Nessuno dei due luoghi li riconosce del tutto.
Il sangue blu?
Parlando di questo tema, mi è capitato di notare un altro scarto. Alcune persone che si definiscono progressiste, che difendono i diritti civili e si indignano davanti al razzismo esplicito, cambiavano registro quando si parlava di cittadinanza, con lo stesso "sì, ma i suoi genitori?" del dialogo che ho riportato. Mi ha colpito proprio perché arrivava da persone da cui non me l'aspettavo.
Dietro quella domanda c'è un'idea precisa: l'appartenenza come qualcosa che si porta nel sangue. È un'idea che in Italia funziona anche tra italiani. Chi ha genitori arrivati da un'altra regione resta spesso, agli occhi di qualcuno, "un po' di fuori", anche se è nato e cresciuto nella stessa città. Se questo vale per un figlio di calabresi a Parma, vale molto di più per un ragazzo con la pelle scura o i tratti asiatici.
Nessuna di quelle persone difenderebbe un titolo nobiliare. L'idea che un duca meriti privilegi perché figlio di un duca ci sembra ridicola in questi tempi di apparente democrazia. Eppure la cittadinanza per discendenza, quando è automatica e senza alcun legame con il paese, segue una logica simile: assegna uno status in base alla famiglia in cui si nasce. La giurista Ayelet Shachar, nel libro The Birthright Lottery (2009), l'ha chiamata una lotteria, e la sua critica vale per ogni cittadinanza assegnata alla nascita. La sua proposta è fondare l'appartenenza sul legame reale con una comunità: dove vivi, dove cresci, dove studi.
“Quando gli stranieri eravamo noi”
Verrebbe da pensare che lo ius sanguinis sia nato come un gesto di riconoscenza verso i paesi che hanno accolto gli emigranti italiani. La storia racconta altro. Il codice civile del 1865 lo aveva già adottato, e la legge del 1912, scritta nel pieno della grande emigrazione verso le Americhe, lo ha rafforzato con un obiettivo preciso: permettere ai figli degli emigrati, nati in paesi che applicavano lo ius soli, di conservare la cittadinanza italiana. Era un modo per non perdere chi partiva.
Tra il 1857 e il 1955 in Argentina sono arrivati circa tre milioni e mezzo di italiani, per decenni il gruppo più numeroso di immigrati. Lo Stato argentino li aveva cercati attivamente, e i loro figli diventavano argentini dal giorno della nascita, senza esami e senza attese.
L'accoglienza non é stata sempre facile. In Argentina la legge di residenza del 1902 ha permesso di espellere gli stranieri considerati sovversivi, e ha colpito molti italiani impegnati nei sindacati e nei movimenti anarchici. Negli Stati Uniti, nel 1891, undici italiani sono stati linciati a New Orleans. In Francia, nel 1893, diversi lavoratori italiani delle saline di Aigues-Mortes sono stati uccisi da una folla. Per molto tempo gli italiani sono stati gli stranieri di qualcun altro, con tutti i pregiudizi che quella condizione comporta.
Eppure i figli di quegli emigranti sono diventati argentini, statunitensi, brasiliani a pieno titolo.
Chi parte e chi resta
L'emigrazione italiana, del resto, non è finita. Al 1° gennaio 2025 gli italiani iscritti all'anagrafe dei residenti all'estero erano oltre 6,4 milioni, circa dodici ogni cento cittadini. Nel 2024 sono partite più di 155 mila persone, il numero più alto mai registrato. Si parla dell'estero come della "ventunesima regione" d'Italia.
Chi parte porta l'Italia con sé e cambia la vita quotidiana dei luoghi in cui arriva. Lo so per esperienza: l'Argentina, dove vive la comunità di cittadini italiani più numerosa al mondo, è un paese impensabile senza l'emigrazione italiana, dalla cucina al modo di parlare. Il mondo non è statico, e le identità nemmeno.
Negli ultimi anni, però, la cittadinanza per discendenza ha mostrato i suoi limiti. Un discendente nato negli Stati Uniti, che non parlava italiano e non aveva mai messo piede nel paese, poteva ottenere il passaporto dimostrando di avere un antenato italiano, e alcuni lo hanno usato per trasferirsi altrove in Europa. Molti altri, come me, sono rimasti, hanno imparato la lingua e partecipano alla vita civica del paese. Nel 2025 il governo ha deciso di limitare il riconoscimento automatico ai figli e ai nipoti di italiani.
Personalmente credo che tagliare quel legame sia un errore, in un paese che perde popolazione giovane anno dopo anno e che ha in America Latina milioni di persone cresciute dentro una cultura profondamente segnata dall'Italia. C'è anche un altro aspetto. In pochi mesi, con la riforma del 2025, lo Stato ha chiesto ai discendenti che vivono all'estero un legame più concreto con l'Italia. A chi quel legame lo vive già ogni giorno, perché è nato e cresciuto qui, non ha offerto nessuna strada più semplice per diventare cittadino.
La riforma dimostra comunque una cosa: quando c'è volontà politica, la cittadinanza si può cambiare in pochi mesi, anche con un decreto. La stessa volontà potrebbe servire a semplificare la vita di chi il legame con l'Italia lo vive già ogni giorno, perché è nato e cresciuto qui. Per chi vive qui, invece, l'ultimo tentativo è arrivato dal basso: il referendum del 2025, promosso con una raccolta firme, poco pubblicizzato e votato insieme ad altri quattro quesiti, non ha raggiunto il quorum. Quella volta, io sono riuscita a votare: per
discendenza, in due mesi sono diventata cittadina. A chi nasce qui servono almeno diciotto anni.
“L'argentino nasce dove vuole”
In Argentina diciamo che l'argentino nasce dove vuole. Se ti piace il mate, se impari la lingua e le tipiche espressioni, se ti emoziona la nostra musica o senti la passione quando indossi i colori della maglia di calcio, sei un po' argentino anche tu. È una battuta, e dice qualcosa di vero: l'appartenenza si costruisce vivendo un luogo e condividendone le cose.
Allora cosa significa essere italiani? Avere un bisnonno partito da un porto del Sud nel 1900, o essere cresciuti a Parma, parlare italiano da sempre, tifare per la stessa squadra dei compagni di classe? Probabilmente entrambe le cose possono convivere. Ci sono tradizioni che vale la pena custodire e condividere, e la cittadinanza può essere il modo per farlo, a patto che non diventi un recinto.
Una proposta
Credo che la cittadinanza debba fondarsi sul legame reale con il paese, e che quel legame si possa dimostrare in modi diversi: gli anni di residenza, la conoscenza della lingua, la cultura civica, il percorso scolastico per chi cresce qui. Nessuno di questi criteri basta da solo, e ognuno racconta qualcosa di vero su una persona.
Io non ho fatto la scuola in Italia. Se per riconoscermi la cittadinanza mi avessero chiesto un esame di lingua, una prova di cultura civica o un periodo minimo di residenza, come fanno altri paesi, lo avrei trovato giusto. Oggi la logica è rovesciata: per legge il discendente è già italiano e deve solo dimostrare di discendere da un italiano. Per chi nasce e cresce qui, invece, il percorso dovrebbe essere molto più semplice, come avviene già in gran parte d'Europa.
Nei mesi scorsi il Consiglio comunale di Parma ha approvato una mozione per inserire lo ius soli e la cittadinanza civica nel proprio Statuto. È un gesto simbolico, perché la cittadinanza la decide lo Stato. Dice però una cosa che chi vive in città vede ogni giorno: le classi, le piazze, i concerti, le serate tra amici sono già misti. Ora è la legge che deve mettersi al passo.
Se l'Italia è disposta a riconoscere come italiano chi ha un nonno nato qui, cosa le impedisce di riconoscere chi qui è nato ed è cresciuto?
Appendice: la cittadinanza in breve
Le parole della cittadinanza. Lo ius sanguinis (diritto di sangue) attribuisce la cittadinanza per discendenza: è cittadino chi ha almeno un genitore cittadino, ovunque nasca. È la tradizione dell'Europa continentale, codificata dal codice civile francese del 1804 e poi adottata da molti paesi, tra cui l'Italia. Lo ius soli (diritto di suolo) attribuisce la cittadinanza a chi nasce sul territorio dello Stato, qualunque sia la cittadinanza dei genitori. È il modello di quasi tutti i paesi delle Americhe, nati dall'immigrazione e interessati a
trasformare in cittadini i figli di chi arrivava. Tra i due esistono forme intermedie: lo ius soli condizionato, oggi diffuso in Europa, riconosce la cittadinanza a chi nasce sul territorio se i genitori vi risiedono legalmente da un certo numero di anni, mentre lo ius scholae la lega al completamento di un percorso scolastico.
Le origini. Il codice civile del 1865 ha adottato lo ius sanguinis come principio della cittadinanza italiana. La legge 555 del 1912 l'ha confermato e ha permesso ai figli degli emigrati nati in paesi con lo ius soli di conservare la cittadinanza italiana, anche quando il padre la perdeva naturalizzandosi all'estero.
La legge attuale. La legge 91 del 1992 stabilisce che è cittadino italiano il figlio di padre o madre italiani, ovunque nasca. Chi nasce in Italia da genitori stranieri può dichiarare di voler diventare cittadino entro un anno dal compimento dei diciotto anni, se ha risieduto legalmente e senza interruzioni nel paese. Per tutti gli altri serve la naturalizzazione: dieci anni di residenza legale, requisiti di reddito e procedure che possono durare anni.
La riforma del 2025. Il decreto-legge 36/2025, convertito nella legge 74/2025, ha stabilito che chi nasce all'estero e possiede un'altra cittadinanza non diventa più italiano automaticamente. Fanno eccezione i casi in cui un genitore o un nonno aveva soltanto la cittadinanza italiana, o in cui un genitore ha vissuto legalmente in Italia per almeno due anni prima della nascita. Le domande presentate entro il 27 marzo 2025 seguono le regole precedenti.
Il referendum del 2025. L'8 e 9 giugno 2025 gli italiani hanno votato su un quesito per ridurre da dieci a cinque gli anni di residenza necessari alla naturalizzazione. L'affluenza si è fermata al 30,6%, lontano dal quorum, e tra i cinque quesiti quello sulla cittadinanza ha raccolto meno sì.
Il caso tedesco. La Germania aveva uno dei modelli più chiusi d'Europa, finché nel 2000 ha introdotto lo ius soli condizionato: chi nasce sul territorio è tedesco se almeno un genitore vi risiede legalmente da un certo numero di anni. Nel 2024 una nuova riforma ha ridotto a cinque gli anni per la naturalizzazione e ha accettato la doppia cittadinanza. Nell'ottobre 2025 il governo conservatore ha abolito la via accelerata di tre anni, mantenendo i cinque anni e la doppia cittadinanza.
La dimensione europea. Ogni cittadino di uno Stato membro è anche cittadino dell'Unione (articolo 20 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) e può vivere e lavorare in tutti gli altri paesi. Con la sentenza Micheletti (1992), la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito che nessuno Stato può contestare la cittadinanza concessa da un altro. Nel diritto internazionale, la Corte internazionale di giustizia aveva affermato nel caso Nottebohm (1955) che una cittadinanza vale davanti agli altri Stati se corrisponde a un legame effettivo tra la persona e il paese. Nel 2025, condannando Malta per la vendita dei "passaporti d'oro", la Corte di giustizia ha affermato che il vincolo di cittadinanza si fonda su un rapporto di solidarietà e lealtà tra lo Stato e i suoi cittadini.
Lo ius scholae. La proposta discussa alla Camera nel 2022 prevedeva la cittadinanza per i minori nati in Italia o arrivati prima dei dodici anni che avessero frequentato regolarmente almeno cinque anni di scuola. La legislatura è terminata prima del voto.
Il precedente di Parma. Già nel 2021 il Consiglio comunale aveva istituito una cittadinanza onoraria per i figli di immigrati nati in Italia con genitori residenti nel paese da almeno cinque anni.
Per approfondire
- Legge 13 giugno 1912, n. 555, legge 5 febbraio 1992, n. 91, e decreto-legge 28 marzo 2025, n. 36, convertito nella legge 23 maggio 2025, n. 74.
- Ministero dell'Istruzione e del Merito, Gli alunni con cittadinanza non italiana, e Centro Studi e Ricerche IDOS, Dossier Statistico Immigrazione 2025.
- Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2025.
- B. Bryce, A Brief History of Italian Immigration in Argentina, University of British
- G. A. Stella, L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli (2002).
- Ministero dell'Interno, risultati dei referendum dell'8 e 9 giugno 2025 (Eligendo).
- Comune di Parma, mozione CC-2026-64 (2026) e delibera sulla cittadinanza
- A. Shachar, The Birthright Lottery: Citizenship and Global Inequality, Harvard
- Legge tedesca sulla cittadinanza (Staatsangehörigkeitsgesetz): riforme del 2000 e
- Corte internazionale di giustizia, caso Nottebohm (1955). Corte di giustizia
Columbia.
onoraria (2021).
University Press (2009).
del 2024, e modifica dell'8 ottobre 2025.
dell'Unione europea, causa C-369/90, Micheletti (1992), e causa C-181/23, Commissione c. Malta (2025).
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